Programmo la fuga

on my way to myself


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Chi troppo e chi niente

– Sì buongiorno dottoressa, vorrei prendere un appuntamento per oggi pomeriggio per far vedere il mio bambino, Mattia, ha 4 anni. Ha la febbre alta.
– A quanto?
– Ehhh ha fatto quasi 38.
– ..ok. Da quanti giorni ha la febbre?
– Da ieri sera.
– … ma… ha la tosse? Mal di gola? Qualche altro problema oltre la febbre?
– No no. Solo che anche stamani ho misurato ed era 37,6.
– … va bene… allora ho posto alle 16:10, la segno?
– Si può fare più tardi? Perché lo porterebbe mia suocera ma prima deve andare a prendere il grande a scuola.

– Buonasera signora, sono DrKetchup. Le ho preparato la ricetta per le analisi urgenti per Federico. Se passa a prenderle prima delle 17:00 gli fanno subito le analisi su in pediatria e gli danno un risultato e una terapia stasera stessa.
– Ah, va bene va bene. Ma lei fino a che ora è in ambulatorio?
– Fino alle 19:00. Ma bisogna che passi prima sennò non le fanno le analisi stasera in reparto, poi deve passare dal pronto soccorso è più lunga la faccenda. È importante. Federico ha sicuramente il diabete, ieri ha dormito tutto il giorno e non le riusciva di svegliarlo. Ha voluto aspettare oggi invece di andare in ospedale ieri, ma nel pomeriggio deve fare le analisi o rischia il coma glielo dico senza tanti fronzoli.
– Eh allora cerco di passare. Però alle 17:00 la sorella ha l’allenamento di danza.. che poi la devo anche andare a riprendere quando ha finito, e se Federico non ha fatto all’ospedale..
– …………..
– … come faccio?

 

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Scegliere con cura

Abitiamo in questa casa in tre. Tre medici.
La libreria in salotto è enorme, prende un’intera parete, ci sono la televisione e decine di scaffali. Mezza vuota, è stata riempita un po’ a caso con cose a caso.
Le altre due hanno portato i libri di medicina, i manuali, gli atlanti, gli appunti. Anche qualche rivista e due romanzi. Esattamente due, entrambi iniziati a leggere ma mai finiti.
Io invece ho portato quasi solo romanzi, e poi le mie riviste di viaggio. Anche due libri di medicina. Esattamente due.

Ognuno basa la propria vita su quello che reputa importante, ognuno sceglie cosa deve essere una priorità.
Sull’ultimo scaffale in alto a sinistra c’è la scatola delle tazzine Illy che mi ha regalato la mia Nanetta preferita. Il caffè è un’altra mia priorità, per esempio.


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“I should teach film making on the beach”

Ero una drogata di telefilm. Li scaricavo da internet quasi quindici anni fa, una ricerca meticolosa nei bassifondi della rete quando ancora non esisteva lo streaming, quando per fare il download di un episodio ci voleva qualcosa come 72 ore.
Poi i telefilm sono diventati di moda ed eccomi guru dei TV show. Scrivevo recensioni su un sito di televisione americano, avevo il calendario della settimana con tutti gli episodi da scaricare, se i miei amici volevano iniziare una nuova serie mi chiedevano consiglio. Nel mio vecchio blog ho tenuto per un certo periodo, sul lato della schermata, la lista dei telefilm che stavo seguendo al momento. Mi ricordo che sono arrivata a toccare cifre vertiginose: cinquantadue.

Un giorno ho smesso. Così come ho smesso di fumare, basta telefilm. Complice il fatto che me ne sono stata in giro per l’Australia a vagabondare per tre mesi, senza una connessione internet decente per scaricarmi giga e giga di puntate, sono piano piano passata ad un binge diverso, più modesto in dimensioni ma non necessariamente più salutare (che poi non credo ci sia un qualche binge salutare): YouTube.
Quando Willwoosh non aveva nemmeno i soldi per comprarsi le parrucche e Clio make up era presa per il culo dallo stesso Willwoosh, io ero lì che iniziavo timidamente a scoprire un nuovo mondo meraviglioso.
Non sono mai stata quella che guardava filmati di gattini o che si faceva scorpacciate di paperissime, no, vedevo già la serialità di YouTube.
E adesso sono fissa lì, rincoglionita dai milioni di video che alla fin fine dicono sempre un po’ la stessa cosa: niente. Oppure nei migliori dei casi dicono una cosa diversa, seppur sempre la stessa: guarda come sono figo e quanto successo ho, tu potresti essere migliore di quello che sei, ecco come #lifehacks.

Ogni tanto però trovi qualche perla creativa e ti dici che tutte quelle ore a guardare cose stupide almeno ti hanno portato a quei cinquanta secondi di arte, di filosofia, di rivoluzione.
Thomas Alex Norman, quando ha raggiunto i suoi primi 100.000 iscritti, ha detto nel suo video di ringraziamento che per arrivare dove è arrivato si è seduto un giorno alla scrivania, ha preso una penna e un pezzo di carta e ha scritto i suoi valori, quei valori che ti portano felicità e soddisfazione, compiacimento. Tra quei valori non c’era “possedere una Lamborghini”, non era questo che aveva in mente, voleva scrivere quello che sapeva gli poteva portare gioia sì, ma doveva venire da dentro, non da qualcosa che possedeva, doveva essere più un concetto che un oggetto. Libertà per esempio, viaggiare, insegnare, creare video. Alla fine ha guardato bene il foglio ed era al solito punto dal quale era partito, tutte quelle parole non significavano niente, una volta messe insieme veniva fuori una frase del tipo “voglio insegnare a fare video, sulla spiaggia”.
E invece sapete che? Perché no? Se spulciate il suo canale vedrete diversi video dove lui cammina su una spiaggia da qualche parte del mondo e spiega come inquadrare, come cambiare scenografia, come scegliere la luce migliore, la prospettiva perfetta.
Certo non campa insegnando film making su una spiaggia, ma il concetto è che quei valori dovrebbero essere la tua priorità e dovresti lavorare sodo per renderli reali e tangibili, qualunque essi siano.
Solo che non ci si rende conto di quanto sia difficile.
Bisogna continuare a provare.


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Di tutte le malattie, l’ignoranza è la più pericolosa

L’ultima volta che ho avuto un weekend libero avevo preso ferie. Trascorrere il sabato notte o la domenica giorno con dodici per niente comode ore di turno ti fa cadere abbastanza in depressione, oltre che a stancarti. In aggiunta è probabile che non vedi i tuoi amici da un paio di mesi. Poi ci pensi bene e non ti ricordi quando è stata l’ultima volta che sei uscita il sabato sera a mangiare una pizza o a fare aperitivo e sei ancora più depressa. Per l’assenza di pizza ovviamente, mica per altro.

Lo scorso venerdì notte però è stato diverso. C’era Giuseppe con me, la guardia giurata napoletana che sostiene che a gente nun tiene a capa, sta tutta matta. È stato stranamente un tranquillo venerdì sera, pochi pazienti, ben distanziati nel tempo, mai fila fuori dall’ambulatorio, mai fretta. Così, fra un mal di gola e un’allergia, Giuseppe ha cominciato a tenermi compagnia parlando del più e del meno, le ultime notizie sul giornale, quel ristorante che ha provato, la figlia che ha trovato un lavoretto part time. E ancora a parlare e chiacchierare, della crisi finanziaria e delle banche, delle crociate e dello Stato della Chiesa, Le due Sicilia e i normanni, Giulio Cesare e Adriano, il medioevo, la vacanza in Puglia, la spesa al supermercato, Marx e il Capitale, il socialismo e la democrazia cristiana, la filosofia dell’Ottocento e il Vangelo, Obama e la nutrizione, il tempo, la ristrutturazione della casa, il nuovo bar del paesello.

È rinfrescante e rassicurante vedere che ancora le persone ti possono mostrare il meglio di sé, senza deluderti. Parto sempre dal presupposto che ognuno ha un cervello e che lo sa usare, magari in modo diverso dal mio ma comunque lo mette in funzione. Spesso, per non dire quasi sempre, rimango invece delusa nel constatare che ho aspettative troppo alte nei confronti delle persone. Basta però un’eccezione alla regola e subito torna l’entusiasmo e l’interesse, torna la voglia di condividere. Non bisogna avere torto o ragione, non c’è la necessità di far valere il proprio pensiero rispetto a quello della persona che ti sta di fronte, c’è solo quella curiosità di elaborare, quel puro piacere di pensare per scoprire cose nuove e per rispolverare quello che già si sa, con un nuovo punto di vista che va ad arricchire la tua persona e il tuo tempo.
Vale la pena continuare ad aspettare la prossima anima pensante che incrocerà il tuo cammino, ne vale veramente la pena, in fin dei conti qualcuno a capa la tiene, basta solo scovarlo quel qualcuno.


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Antropologia spicciola

Sabato sera ore 23.20, ambulatorio di guardia medica.
Il paziente entra e dice che ha la tosse e tanto catarro.
Chiedo da quanto tempo.
Da una decina di giorni.
È andato dal suo medico di famiglia?
No.

Come mai decidi di venire un sabato sera in ambulatorio di un medico che non è il tuo e che non hai mai visto in vita tua, quando è da dieci giorni che stai male? Eri a cena fuori e dopo il grappino hai detto ma sai che, faccio un salto dal dottore già che ci sono. Come mai non sei andato ieri o tre giorni fa? Hai aspettato dieci giorni, puoi aspettare undici e andare poi lunedì dal tuo dottore o venire in ambulatorio della guardia la domenica mattina ad un orario un po’ più “normale”. Perché vieni ora, a quasi mezzanotte?

PERCHÉ?

Mercoledì sera ore 22.55, chiamata alla guardia medica.
La paziente ha diarrea.
Da quattro giorni.
Quattro.
Ha chiamato il suo medico di famiglia in questi giorni?
No.

Cosa è successo alle 22.55 di questo mercoledì fatidico, al tuo quarto giorno di diarrea, per decidere ci cercare il numero della guardia medica e chiamare? Come mai non un’ora prima? Come mai non il pomeriggio o la mattina successiva? Perché chiami me adesso e non hai chiamato il tuo medico di famiglia in uno qualsiasi dei giorni precedenti durante i quali stavi male?

PERCHÉ?

Come questi, decine e decine di altri esempi, ogni giorno potrei farci due o tre post sulle perle che si sentono in guardia medica. O dal medico in generale. Ma questa è un’altra storia. Sono però genuinamente incuriosita dal comportamento delle persone, ho veramente interesse nel cercare di capire come ragiona la gente, come mai prendono una decisione piuttosto che un’altra, qual è il loro processo logico, cosa gli passa nella testa. Perché mi chiami alle quattro del mattino dicendomi che è da una settimana che non fai la cacca (true story). PERCHÉ??? Tralasciando il fatto che mi posso sfavare a mille perché dormivo e mi hai svegliato, e non è che mi hai svegliato per un’urgenza o qualcosa di importante, mi hai svegliato per una minchiata. Tralasciando questo fatto, sono lì a lavorare, è giusto così. Quello che voglio sapere con tutta me stessa, ma lo voglio sapere sul serio eh, non mi sto lamentando o che, sto proprio cercando di dare un senso a questo mio mestiere, a questa nostra vita, quello che mi piacerebbe sapere è, PERCHÉ?

La guardia giurata napoletana che sta con me in ambulatorio ha raggiunto la conclusione che a gente nun tiene capa, sta tutta matta. Mi dispiace arrendermi così a questa spiegazione, dopo tutto sono pur sempre una donna di scienza, ma quasi quasi do ragione a lui.


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Angiolo

La famiglia ti capita. Te la ritrovi, nel bene e nel male, e non importa se ti lamenti o non la sopporti, è lì e te la tieni. L’unica persona della famiglia che scegli è quella che condividerà il resto o parte della tua vita. Non puoi sceglierti i genitori, non puoi sceglierti i figli, la suocera è quella, lo zio pure, la cognata te l’ha scelta qualcun altro. È inutile far finta di niente, all’interno della famiglia ci sono quelli che proprio non sopporti, quelli che tolleri giusto per il pranzo di Natale e per un paio di telefonate all’anno, quelli con cui stai bene, e infine i tuoi preferiti.

Eri uno dei miei preferiti. Non era necessario parlare, ci capivamo con uno sguardo, semplici gesti. Così tante cose non ti ho mai detto, così poco coraggio ho sempre avuto. Ma eri uno dei miei preferiti. Mi hai insegnato, forse senza nemmeno volerlo, la lezione più importante di tutte: mai arrendersi, se sconfitti sempre rialzarsi, con orgoglio. Mai arrendersi. Anche se vai in guerra, anche se finisci in campo di concentramento e poi in un secondo ancora, anche se torni a casa a piedi dopo anni e con addosso solo quaranta chili, anche se in Germania ci hai lasciato la dignità di essere umano e gli altri quaranta chili. Mai arrendersi.
Sempre poche parole fra di noi, molti piccoli gesti pieni di significato. Come l’ultima volta che sono venuta a prenderti per portarti alla casa in campagna. Due ore in auto, la radio. Guidavo con una mano sola, con l’altra tenevo la tua. Lo sapevo che mancava poco, lo sapevo che te ne stavi per andare. Non era un segreto nemmeno per te.

Mi dicevi sempre che aspettavi che ti portassi a casa un giovanotto. In realtà ti ho sempre voluto dire che ti avrei portato a casa un’amica. Ma lo sapevi. Non la conoscerai però, peccato. Le dirò che eri uno dei miei preferiti. Le racconterò di quell’ultima volta che mi hai chiamato dal corridoio per chiedere il permesso di entrare nella mia camera. Ti annunciavi già dal corridoio, appoggiato al bastone, ti venivo ad accogliere sulla soglia. Le racconterò che ti sei seduto sul mio letto e che dal taschino del tuo solito gilet azzurro hai tirato fuori una chiave.
“Prendila te, è della cassaforte” hai detto. Avevi due figli, tre nipoti e addirittura tre pronipoti, ma la chiave l’hai data a me. Te ne saresti andato di lì a poco, non era più un segreto ormai per nessuno.

Ho sempre avuto paura del tuo giudizio, tu eri bianco e nero mentre io tutte le sfumature nel mezzo. Mi hai trasmesso la tua curiosità e la tua capacità di adattarsi alle novità, ai cambiamenti, è vero, ma forse ti avrei chiesto un cambiamento troppo grande dicendoti la verità, i giudizi severi non ti sono mai mancati e quelli io non li ho ereditati. Forse però è per questo che mi hai lasciato la chiave, perché sapevi che avrei accettato la novità senza mai giudicarla, senza mai giudicarti.
Zia mi ha telefonato ben due volte dopo il funerale, voleva aprire la cassaforte, alcuni gioielli le spettavano a quanto pareva. Ma io non avevo ancora voglia di tornare nel tuo appartamento, nel tuo odore, nei tuoi ricordi. Solo settimane dopo ho riaperto la porta di quella che era stata la tua vita. L’orologio a pendolo scandiva ogni secondo che non c’eri, il bastone era nel vaso all’ingresso, le tue medicine ancora sulla mensola in cucina, il cappellino nero che ti avevo portato da Los Angeles e che mettevi per le occasioni speciali era al suo solito posto appeso all’attaccapanni.
Pochi gioielli in cassaforte, qualche documento, una foto in bianco e nero di una giovane ragazza sorridente seduta su un grande masso in mezzo a un fiumiciattolo. Dietro, il suo nome e cognome, straniero, un suono tedesco. Un’altra foto, sbiadita: una bambina di cinque o sei anni su un cavallo a dondolo, il nome dietro dice Angela scritto in bella calligrafia, e un altro cognome straniero.

Sulla foto profilo di Facebook tiene in collo il suo nipotino alla festa di compleanno, due candeline sulla torta di fronte a loro. È diventata nonna presto, è ancora giovanile, stessi occhioni sorridenti della foto sbiadita, stesso naso aquilino, il tuo.
Fa l’architetto a Francoforte. Sua madre è morta ormai da qualche anno. Le mando un sms per dirle che il mio aereo ancora non è decollato, farò qualche minuto di ritardo. Rileggo la lettera, era tra i documenti, finisce così:

Tu mi salvasti la vita e io ti ringraziai con l’unica cosa che mi era rimasta, l’amore. Mai minestra fu più buona. Oramai parlo tedesco sono negli incubi. Danke.
Tuo,
Angiolo


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Ho trovato l’ignoranza nell’uovo di Pasqua ma non è stata una sorpresa

Ai pranzi di famiglia puntuale sorge la domanda: ma perché invece di andare sempre in giro per il mondo non ti trovi un fidanzato?

Di cosa mi sa una domanda del genere?
Andare in giro per il mondo è peggio che avere un fidanzato?
Se hai un fidanzato non puoi viaggiare?
Se hai il fidanzato allora hai il permesso di vedere il mondo?
Come mai due cose così diverse, viaggiare e stare con qualcuno, sono sullo stesso piano? Quale termine di paragone o confronto viene utilizzato? Non saprei..

Mia madre dice che sono un rospo e ad essere sincera non lo nego, ma proprio non ce la faccio. Non so come mai le persone non riescono a pensare con la loro testa, pur essendo dotate di cervello, non comprendo come sia possibile essere così chiusi in una mentalità che gli è stata costruita intorno, che non necessariamente è la loro ma ci si sono trovati e stanno lì imperterriti.

Uno dei miei gatti si chiama Matisse. Le abbiamo dato questo nome prima di sapere che fosse femmina, perché semplicemente ha il musetto che ispira Matisse. L’avremmo chiamata così anche se avessimo saputo che era femmina? Probabilmente.. sì, no, non importa, si chiama Matisse. Ma mio cugino non concepisce che una femmina possa avere un nome da maschio. Mio cugino, trentenne, con famiglia sulle spalle, che alla prima occasione offende i gay perché “non è naturale” e “è solo di moda”. Come se Matisse non fosse in realtà il cognome (l’ignoranza incombe si sa). E anche se la mia gatta si chiamasse Henri non va bene perché è femmina? Chi l’ha decisa questa cosa?

Potrei anche dire in famiglia che ho la fidanzata invece del fidanzato, e che viaggiamo insieme. Si sentirebbero più tranquilli? Non credo. Anche per mia madre “non è naturale”, ci ha tenuto a farmelo presente quando ho fatto coming out, ma per fortuna è una donna intelligente e si sta abituando a lei.
Il nome Matisse lo ha scelto mia madre in fin dei conti.

gatto-gay