Categoria: Wanderluster

S’è svampato signò

Ho passato un paio di settimane nelle Filippine. Bel Paese, lo consiglio vivamente. L’ho trovato diverso da altre zone del sudest asiatico, meno ammaliante, per niente affascinante, non lascia quella profonda sensazione di aver tradito la propria cultura ed essersi innamorati di un’altra, come magari può capitare in Birmania o a Bali. Non ti sembra insomma di aver trovato un’amante e aver perso la testa, quanto torni a casa e non fai che pensare a lei e ogni cosa ti sembra priva di senso, vuota di significato, e vuoi lasciare tutto e tutti per morire tra le sue braccia. No, non è per niente così con le Filippine. Credo dipenda dal fatto che sono principalmente cattolici, ed è ancora peggio quindi perché ti senti a casa, anzi, la tua casa ha ricevuto un upgrade tropicale e tu, da quell’amaca sotto le palme con vista barriera corallina e mare celeste trasparente, non te ne vuoi più andare. Entri in modalità Salento a fine settembre, quando tutto il casino se ne è tornato in città, le giornate sono ancora splendide e guidi con i finestrini abbassati lungo la costa scrutando il mare per scegliere lo scoglio giusto dal quale tuffarsi, senza fretta, solo occhiali da sole e la musica tra il vento.

Non sono molto organizzati i filippini, questo no. Si devono rendere conto che sostanzialmente l’unico patrimonio che hanno è il mare e poco altro, e di conseguenza non è bello (né remunerativo per il futuro) lasciare bottiglie di plastica o reti da pesca rotte sulle spiagge. Le noci di cocco aperte, seppur organiche, non vanno lasciate lungo il bagnasciuga, semplicemente perché danno fastidio, non fanno raggiungere quel livello sayan di paradiso tropicale cristallino tipico di altri luoghi nel mondo. Non è nemmeno furbo far entrare una trentina di barche dentro una minuscola laguna perché la bellezza del luogo viene ovviamente oscurata dal traffico, nemmeno riesci a fare una foto decente, ma soprattutto nemmeno riesci a tuffarti perché rischi di andare a battere una capata sulla barca di fianco. Un po’ come far parcheggiare gli autobus in piazza San Pietro, o potare gli ulivi in Puglia e scaricare i rami in spiaggia, non si fa. Non si fa perché l’armonia dell’estetica va preservata come patrimonio mondiale, ecco perché. Ma ci arriveranno anche i filippini, fra pochi anni secondo me sarà una perfetta metà turistica tropicale, incontaminata. Mettetela nella vostra lista dei luoghi da visitare insomma.

Tutto questo post per dire una sola cosa in realtà: a Palawan potete noleggiare la macchina senza problemi e andarvene in giro per i fatti vostri.
Prima di partire ho cercato in milioni di siti internet e le poche notizie trovate a riguardo parlavano di strade disastrate, aiuto non vi azzardate a prendere una macchina a nolo rischiate di rimanerci secchi. E ciò mi sembrava strano, qualcosa mi puzzava. Allora lo scrivo qui se qualcuno ne dovesse aver bisogno: da Puerto Princesa in su (non saprei di preciso per la parte sud dell’isola perché non ci sono andata), guidate sereni.  Quasi tutte le strade sono asfaltate e le non asfaltate sono tranquillamente affrontabili con un 4×4. Se non sapete cambiare una ruota non allarmatevi, fermate il primo filippino che vi capita a tiro e vi aiuterà sicuramente. Inoltre ci sono gommisti ogni chilometro più o meno. Ecco, questo è quanto.

E se siete vegani non andate nelle Filippine per ora perché potreste morire di fame.

“Frontiere? Non ne ho mai viste, ma ho sentito che esistono nella mente di alcune persone”

Mi siedo in treno e di fronte a me c’è questo ragazzo. Lo guardo e so che è appena tornato dal cammino di Santiago. Una certezza che arriva così, da sola. Il treno viene dall’aeroporto e sta andando verso il centro città.
So che è appena tornato, ha quello sguardo. Quello sguardo sereno di chi ha fatto un viaggio che gli ha cambiato la vita, quello sguardo teso di chi sta per arrivare a casa e ha timore di comunicare a famiglia e amici quello che ha deciso di fare della sua vita, mentre camminava e camminava e non poteva fare altro che guardare il mondo e pensare e sognare. Quello sguardo pieno di speranza, deciso, di chi sa che qualsiasi fosse il motivo per il suo cammino adesso è tutto chiaro, tutto risolto. Quello sguardo un po’ triste di chi sa che forse i giorni più belli della propria vita sono appena finiti ma è fiducioso che ne arriveranno altri e non potrà far altro che ringraziare quel vento e quel sole, il sudore e la pioggia, la stanchezza e la fame di un cammino che lo hanno portato ad avere la vita che ha sempre sognato di avere.

So tutto questo solo guardando il ragazzo seduto di fronte a me. Non c’è bisogno di parole, a volte un viaggio ti si legge in faccia, perché alcuni viaggi ti cambiano, ti rendono chi saresti sempre dovuto essere ma non avevi il coraggio di diventare. Alcuni viaggi ti lasciano scritto in fronte quella libertà e quella forza che poche altre esperienze ti regalano. C’è un cammino che almeno una volta nella vita bisogna fare, ed è quello dentro di noi, con noi stessi, verso noi stessi.

Poi arriviamo alla stazione centrale, il ragazzo tira giù dallo scompartimento il suo zainone e se lo mette in spalla. Quando si gira vedo cucita sulla tasca più grande la conchiglia di San Giacomo.

Serendipity

Metto sempre la musica in modalità casuale, passo dal pop al jazz all’elettronica al rap al country al blues all’alternativa alla disco all’hip hop. Non è la canzone che si adatta al momento, è il momento che assume un significato diverso a seconda del sottofondo.
Passo il mio tempo a camminare con le cuffiette a tutto volume per non sentire quello che gli altri hanno da dire, perché semplicemente non mi interessa, guardo le loro espressioni, i loro occhi mi raccontano la vita e i sogni, li osservo ballare al ritmo di una colonna sonora casuale, decisa da non si sa bene chi, marionette alcune più coordinate di altre.

Vivo la mia vita in modalità casuale, prendo senza battere ciglio i giorni lenti e noiosi, passo in apnea quelli da rap arrabbiato, a volte con la voglia di gridare a pieni polmoni, o ballare con sconosciuti attraversando la strada, assaporo un sax sotto la pioggia, muovo la testa al beat che mi capita.
Vivo le persone che mi circondano in modalità casuale, ci sono finché ci sono e poi non ci sono più, devo prendere quello che viene e accontentarmi. Non so se le rivedrò, faccio finta di sì così mi mancano meno, ma credo di no così se non le rivedo lo sapevo già e se invece le incontro di nuovo sono più sorpresa che mai.

Raramente mi ubriaco quando viaggio da sola, è tipo una regola di sicurezza base, soprattutto in quanto donna. Mi sono sentita dire che non so divertirmi, che sono noiosa, che mi devo lasciare andare, ma ho comunque preferito rimanere in ostello il sabato sera e farmi prendere in giro piuttosto che rischiare. Non ho storie da discoteca né conquiste di una notte, ma la cosa importante è che non ho brutti racconti. E soprattutto continuo ad avere il mio passaporto in tasca insieme al portafoglio. Ci sono priorità quando si viaggia. Bevo con moderazione, e solo quando so di essere in un ambiente protetto posso ordinare il terzo o il quarto giro.
Come quando ad Hiroshima un signore arrivò al ryokan in tarda serata con la sua bicicletta e regalò alla proprietaria quattro bottiglie di sake appena imbottigliato. Siamo finiti a parlare della guerra e della pace, dei fiori di ciliegio e di manga, qualcuno suonava la chitarra e cantavamo, parlavamo tutte le lingue, e quando siamo barcollati nelle nostre stanze la neozelandese che dormiva accanto a me è inciampata nel tatami e siamo finite in terra a ridere per mezz’ora, con l’americano che provava a tirarci su ma alla fine si è messo a dormire nel corridoio con l’asciugamano come coperta.
O come quando a Cairns, per l’Australia Day, un cileno già ubriaco stronco alle cinque del pomeriggio mi invitò al tavolo a bere. Rifiutai con gentilezza, ma poi una ragazza inglese si avvicinò e mi disse che anche lei all’inizio non si fidava ma andava tutto bene. Il cileno offriva da bere a tutti coloro che passavano per strada da soli, era lì da mezzogiorno e aveva creato un tavolo con tutte le nazionalità, aveva speso un capitale ma era felice e gridava sempre “Aussie aussie aussie oi oi oi”. Li abbandonai dopo un paio di gin tonic e cinque pinte a stomaco vuoto, tuttora la sbornia più sonante della mia vita.

Poi capita il venerdì sera a Birmingham, a un anno di distanza da quell’Australia Day, di uscire di nuovo a bere con la ragazza inglese, una biondina che muove la testa al ritmo di una canzone che solo lei sente nella sua testa, una canzone che la mia vita in modalità casuale ha fatto passare di nuovo.
Chissà cosa porterà un messaggio o una giornata di sole, chissà cosa porterà una passeggiata o la fila alla cassa del supermercato, sicuramente un’altra canzone in sottofondo che ti sorprenderà perché perfetta anche se imprevedibile.

First sale of the new millennium

Il capodanno del 2000 ero a Santa Fe, New Mexico, negli Stati Uniti. Ricordo che era freddo, c’erano ghiaccio e neve, e nella camera dell’albergo avevamo un caminetto, con legna pronta all’uso. C’era anche una torcia e un foglio informativo su cosa fare in caso di black out totale, se per caso lo scattare del nuovo millennio invece di presentarti un altro primo gennaio avesse optato per un qualche scenario apocalittico.

Sarebbe stato a dir poco holliwoodiano risvegliarsi nel cuore di una riserva indiana americana all’indomani di un devastante e distruttivo millennio bug, computer in tilt, macchinari impazziti, conti correnti bancari persi e soldi risucchiati in un buco nero. Solo le tue capacità di sopravvivenza nella sterminata natura del New Mexico, contro animali selvatici, contro le intemperie, contro le altre persone, che ormai libere da qualsiasi legge ti costringono a giocare sporco, tirano fuori la tua parte violenta, sopravvive il più forte e il più furbo. Saresti quel personaggio che sa sempre cosa sta per accadere, sa sempre cosa dire e cosa fare, sa risolvere tutti i problemi con le più ingegnose e improbabili soluzioni, che ne sa a pacchi insomma. O magari saresti la ragazzina che tutti vogliono proteggere perché la credono troppo debole, mentre invece si rivelerà tostissima quando farà fuori tre bisonti impazziti usando arti marziali combinate, tecniche imparate con anni di sudati allenamenti per ottenere quelle diciotto cinture nere di cui gli altri personaggi non erano a conoscenza. Forse invece saresti il vecchio indiano dal nome fighissimo, saggio, di poche parole, che quando parla dice due frasi dall’oscuro significato, quello che a un certo punto tira fuori la magia, prepara unguenti medici con piante e denti di serpenti, sa comunicare con i segnali di fumo. Dopo innumerevoli peripezie, mentre i cattivi cercano di far saltare in aria la vicina centrale nucleare, viene finalmente trovato il super nerd che riuscirà, all’ultimo istante, dopo aver premuto tasti a caso sulla tastiera dell’unico computer ancora funzionante, ad aggiustare il bug.

E invece niente, è stato un altro normale primo gennaio. Colazione, una passeggiata, guardi le vetrine, compri un souvenir. Ma come testimonia la ricevuta che conservo ancora nella mia scatola dei viaggi, quel souvenir è stato la prima vendita del nuovo millennio in un piccolo negozio da qualche parte in New Mexico, meno di dieci dollari, first sale of the new millennium scritto a mano dalla signora alla cassa.

Buttati che è morbido 

Mentre preparavo cena mi sono accorta che oggi, senza nemmeno volerlo, ho fatto vigilia: pesce a pranzo, la sera verdure. Non pensavo sarei rimasta così compiaciuta della cosa, ma devo ammettere che mi ha fatto stranamente piacere. Sono ad anni luce di distanza dall’essere religiosa ma mentre cucinavo mi è tornata in mente la Pasqua che ho trascorso in Australia qualche anno fa. Dissi a mia nonna che per il venerdì santo avrei mangiato agnello e la domenica pesce, rimase in silenzio per qualche secondo all’altro capo della cornetta e poi mi rispose che la cosa importante era non stare da soli a Pasqua, se il Signore aveva qualcosa da ridire ci avrebbe ragionato lei, in Australia ci sono le stagioni invertite, può capitare di invertire anche il venerdì con la domenica. 

Sono riuscita a trovare un panettone italiano al supermercato, nascosto fra decine di marche fasulle. L’ho portato in reparto per far finta che fosse Natale. Lo abbiamo mangiato a merenda con una tazza di tè inglese, canzoncine natalizie in sottofondo, chi a sedere mentre fa la chemio, chi disteso a letto mentre decide se sconfiggere la leucemia o morire. La mia primaria musulmana mi ha fatto gli auguri di buon Natale a fine turno e non sapevo bene cosa risponderle “Anche a lei, buon Nat.. feste”.

Domani me ne torno a casa. Viaggio senza bagaglio, in borsa il portafoglio e il passaporto, le cuffie e un pacchetto di fazzoletti. Credo che raggiungerò il livello sayan del viaggiatore. Tornerò per esattamente cinquantadue ore, mi ingozzo, abbraccio chi mi capita a tiro e riparto. La pioggia inglese sarà qui ad attendermi, i miei pazienti non so se li ritrovo tutti. Giusto per sicurezza domani farò un brindisi anche per loro. 

  

Casetta dolce casetta

Casetta nuova, un bilocale tutto per me.
È da sistemare un po’: mancano le lenzuola e i cuscini, bisogna dare una pulita al divano, lo scolapasta non è pervenuto, la carta igienica assente, la connessione internet è da attivare, il tappetino in bagno necessita decisamente di una lavata, non ho capito come funziona il riscaldamento, il porta pranzo è nel lavandino e rimarrà sudicio perché non ho spugna nè sapone. 

Mi sono trasferita in un altro Paese nel giro di quattro giorni, la mia vita continua a pesare 23 chili più lo zaino del computer, ovunque vada so essere a casa. Sono limitata in molte cose, ho numerosi difetti, ma come ha detto il mio surrogato paterno down under, sono street smart, vado avanti, niente mi ferma, non mi faccio fregare, sopravvivo a ogni problema, alla fine vinco. 

La musica c’è, il caffè per la colazione pure, la birra è al fresco in frigo. Bentornata, in una nuova casa.

Gentilezze gratuite

Mi sono ammalata. A Birmingham. Da sola. Welcome British weather. 
Ci ho pensato, e ho realizzato che mi sono ammalata praticamente in tutti i continenti. Da questo si può dedurre che uno, mi ammalo spesso, oppure due, viaggio così tanto che è statisticamente probabile che mi ammali viaggiando. Ad essere onesta entrambe le opzioni sono veritiere.
C’è da dire però che questa è la prima volta che mi ammalo all’estero e che sono da sola. Per una strana coincidenza infatti, dai miei innumerevoli viaggi in solitaria ne sono sempre uscita sana come un pesce. 

A Budapest c’era il mio amico Senior, mago prestigiatore che ha tirato fuori dalla sua valigia un Augmentin salvavita. I miei fidatissimi compagni di viaggio andavano in giro per la città e tornavano puntuali nell’appartamento che avevamo affittato, sia a pranzo che a cena, per nutrirmi. 

In Birmania mi sono beccata il febbrone da aria condizionata. Il perspicace autista mi guardò nel riflesso dello specchietto retrovisore, con giacca a vento cappuccio e sciarpa, fuori 32 gradi e qualcosa come il 18.000% di umidità. La spense per l’intero tragitto, abbassò i finestrini e lasciò che l’appiccicoso vento della giungla mi riscaldasse mentre aspettavo che facesse effetto la tachipirina. I miei AmiciDeiTempiDOro mi odiarono per averli fatti sudare come animali, ma mi portarono anche la cena in camera. 

Nel nulla del New South Wales mi è venuta una reazione allergica così spaventosa che mi sono ritrovata due palline da tennis al posto degli occhi. Il mio surrogato paterno down under mi ha portato in macchina fino alla farmacia (giusto quei venticinque minuti di autostrada) e si è preso cura di me per quasi due giorni. 

Una volta in Texas ho abbracciato il wc per diverse ore, vomitando anche i reni. La fedelissima Milanese era lì accanto a me, a sparare cazzate come al solito, cercando di distrarmi dalla nausea e tirarmi su di morale. Nel cuore della notte uscì e andò a cercarmi una minestrina. La Milanese riesce sempre a trovare quello che vuole, come quando si fece tutto Brooklin a piedi per cercare proprio quel paio di scarpe e solo quelle di quel colore e di quella misura. È così che ho avuto anche la mia chicken soup alle due di notte. 

Il kebab al suq de Il Cairo credo sia stato una delle peggiori decisioni della mia vita. Però c’era la mamma con me. E la mamma è la mamma. 

Oggi sono stata rannicchiata sotto il piumone nel mio ostello, raffreddore e gola in fiamme che nemmeno deglutisco, fuori tempeste e bufere di gelo. Stamani ho conosciuto Rafael, lo spagnolo che dorme sotto di me nel letto a castello. Quando è tornato in camera dopo pranzo mi ha vista tutta imbacuccata e si è informato sulla mia salute. Evidentemente non dovevo avere una bella cera perché dieci minuti dopo mi ha portato il tè. Per fortuna non sono mai sola, ovunque nel mondo.