Categoria: Ti volevo dire

Ci sta che il giovane Werther avesse l’influenza

Una volta al liceo scrissi in un tema che i genitori e gli insegnanti non sapevano fare il loro mestiere. Presi il voto più alto della classe.
Non mi ricordo bene l’argomento, era qualcosa che aveva a che fare con una ragazzina che era entrata in depressione per un brutto voto, o che aveva avuto un crollo nervoso per un’insufficienza, cose così. L’articolo di giornale che dovevamo analizzare parlava del fatto che i giovani al giorno d’oggi (ossia tra i dieci e in quindici anni fa, quando facevo io il liceo) non sanno più come affrontare il dolore, reagendo quindi in maniera spropositata e spesso inopportuna di fronte ad una difficoltà.

La gente che mi chiama quando sono di turno in guardia medica, quelli che vengono allo studio quando sostituisco medici di famiglia, le mamme che mi portano i bambini a visitare quando lavoro dai pediatri, tutte queste persone, o meglio, la stragrande maggioranza di queste persone, non sono in grado di affrontare il minimo dolore, non riescono a raccapezzarsi nella minima difficoltà, reputano che se la soluzione al problema da loro presentato non prevede un cambiamento istantaneo (per non dire miracoloso) in meglio, allora la loro vita è una tragedia, il loro problema insormontabile, e tu.. bè, il dottore è un incompetente, a tratti pure insensibile, e almeno una volta al mese un delinquente.
Principalmente sono un’incompetente perchè dico alla gente che il raffreddore passerà fra due o tre giorni. Eh ma non posso prendere niente? No. Eh però è già da ieri che sto male. Domani l’altro è passato. Non mi segna niente? Può prendere un tè e se proprio si vuole sdare faccia bollire della salvia in acqua e ci metta la faccia sopra per una ventina di minuti. L’antibiotico no?

No. L’antibiotico no.

Il dottore è sostanzialmente rimasto lo sciamano che era secoli fa, con l’unico inconveniente che adesso il malato, pur pretendendo ancora una cura immediata e miracolosa per il suo dolore, non si fida più. E i figli si accorgono di tutta questa diffidenza, assorbono inconsciamente le insicurezze dei genitori, la loro ansia verso il vomito o la diarrea o il mal di gola, quella tosse che è lì DA BEN DUE GIORNI E NON SE NE VUOLE ANDARE COME MAI NON MI SEGNA NIENTE HO LA FEBBRE DA SEI ORE VENGA SUBITO A CASA A VISITARMI. I bambini incorprorano tutti i comportamenti allarmisti dei grandi perchè è ancora ben in funzione quell’istinto di fight or fly per cui se qualcosa spaventa chi ha molta più esperienza di loro, allora va combattuta, e se non si vince allora si scappa. L’importante è non affrontare quelle 72 ore di raffreddore. O quel brutto voto a scuola, per tornare all’argomento iniziale del post. Le generazioni future sono destinate a un baratro di incomprensione da parte di medici e insegnanti. Perchè se mi sbagli sette congiuntivi in un tema e ti metto un’insufficienza è inutile che ti lamenti, sei una capra e deve essere noto a tutti, soprattutto a te. Perchè altrimenti non c’è miglioramento, solo un lento declino verso quella pozza buia dell’ignoranza.

Ma d’altronde il dolore è soggettivo e personale. Nessuno può avere la presunzione di dire che il dolore che si prova quelle tre ore sul cesso a vomitare possa essere considerato inferiore al dolore di una metastasi ossea. Se prendi tre a matematica stai male come se ti fosse appena morta la mamma. È chiaro, è ovvio e coerente.
All’università di medicina ti insegnano che se un paziente ti dice che ha dolore allora è vero, punto, non si può controbattere, non c’è un esame da fare per quantificare la sofferenza. Lo stesso vale per qualsiasi altro male della vita, fisica e non.
E quindi dai, segniamole queste tre o quattro medicine che non faranno assolutamente niente ma ti permetteranno di credere che il raffreddore stia passando quando sta già passando da solo perchè domani l’altro ormai è diventato domani. Usiamolo queste effetto placebo che fa miracoli dai tempi degli sciamani. Diamolo un sei scarso. Meglio una generazione ignorante ma serena.

WONG

Effetto farfalla

Non si sa bene cosa ti lasci dietro quando te ne vai in giro per il mondo. Sicuramente porti con te molte cose, ricordi, sapori, tramonti, una discesa in bicicletta, un volto. Ma senza volerlo lasci anche qualcosa di te, un segno, un sorriso, una birra in compagnia, un racconto di casa, la verità ad uno sconosciuto. 

È da qualche settimana che ho portato in reparto la moka elettrica. Non ci sono i fornelli nel cucinotto e il caffè dell’ospedale britannico è da dimenticare, un brutto incubo. Sono diventata velocemente famosa nei vari reparti, infermieri e dottori sanno che io sono quella col caffè speciale. Nonostante questo continuano lo stesso a propormi una tazza di tè. Ogni ora. Perché siamo in Inghilterra ed è educato bere tè. Sempre. Una volta una dottoressa se ne è uscita con “credo non ci sia tragedia o stress che non possa essere migliorato da una buona tazza di tè”. Bevanda miracolosa, necessaria a qualsiasi ora del giorno e della notte, nota per le sue proprietà confortanti. Mi dispiace dirle che ha una leucemia, le va una tazza di tè?
Ero di guardia lo scorso fine settimana e durante una delle disperate fughe in cerca di caffeina ho offerto una tazzina di moka a una delle donne delle pulizie che mi scrutava mentre preparavo la macchinetta. Oggi mi ha rivisto in ascensore e mi ha confessato che il caffè le è piaciuto così tanto che quando è tornata a casa la sera ha ordinato la Bialetti su Amazon. 

Lasci pezzettini di te alle persone, senza nemmeno rendertene conto regali qualcosa che sarà per sempre loro. Come quando a Befana mi è arrivata la foto di un’infermiera australiana che non sentivo da mesi: calze piene di chicche e un messaggio “ho cominciato la tradizione della Befana anche qua da noi”. Bastano piccole cose per cambiare la vita di qualcuno all’altro capo del mondo. 

Le mie memorie #3

(Le mie memorie #2)

Dopo circa 3 mesi si partì per l’Albania destinati a raggiungere il nostro Reggimento in Grecia, era la prima volta che salivo su di una nave, per me fu un avvenimento che non potrò mai dimenticare, il mare era molto mosso, i miei compagni chi vomitava da una parte e chi da l’altra, io che non riesco a vomitare stavo malissimo, ma il mio pensiero più grande era quello di essere lontano dai miei genitori e da tutti i miei fratelli e sorelle, in special modo la mia A e il P perché loro erano ancora così piccoli…

Ma giunti in vista della costa albanese si vide le antenne della famosa nave Paganini che era stata affondata pochi giorni prima, e dove erano morti tanti soldati del nostro Reggimento.

Appena messo piede a terra nel porto di Durazzo si ebbe tutti un sospiro di sollievo, perché il mare oltre ad essere cattivo, era tutto minato.

Raggiunto il nostro Reggimento si partì ben presto per il Montenegro, Jugoslavia, dove cera stata la famosa rivolta contro le nostre truppe di occupazione.

Dopo la campagna del Montenegro con base Podgorica che durò quasi un’anno, il mio gruppo fù rimpatriato, per andare a rinforsare il 17º Reggimento Divisione Torino il quale era stato decimato in Russia.

Sicché con quella occasione si rimise piede in Italia e quindi a Firenze, alla Zecca non cera posto per noi, e quindi ci buttarono ai macelli di Rifredi in via Circondaria. Noi che già provvisoriamente eravamo di nuovo a Firenze si aveva il grande desiderio di rivedere i nostri cari, ma di permessi non se ne parlava. E allora una sera mentre eravamo in libera uscita, io e alcuni miei compagni tutti del Valdarno, si decise di fare una scappata a casa nostra, si andò alla stazione della Sita si prende il pulma che andava nel Valdarno e si parte, era inverno e molto freddo, arrivati sul San Donato, proprio all’altezza dove è morto il fratello di Gino Bartali, il pulma non va più avanti per via della troppa neve che era caduta in quella sera, l’autista si rivolge ai passeggeri dicendo signori qui non è più possibile andare avanti chi vole andare avanti scenda pure e gli altri li riporto a Firenze.

Noi militari si decise di continuare a piedi.

Continua…

Buttati che è morbido 

Mentre preparavo cena mi sono accorta che oggi, senza nemmeno volerlo, ho fatto vigilia: pesce a pranzo, la sera verdure. Non pensavo sarei rimasta così compiaciuta della cosa, ma devo ammettere che mi ha fatto stranamente piacere. Sono ad anni luce di distanza dall’essere religiosa ma mentre cucinavo mi è tornata in mente la Pasqua che ho trascorso in Australia qualche anno fa. Dissi a mia nonna che per il venerdì santo avrei mangiato agnello e la domenica pesce, rimase in silenzio per qualche secondo all’altro capo della cornetta e poi mi rispose che la cosa importante era non stare da soli a Pasqua, se il Signore aveva qualcosa da ridire ci avrebbe ragionato lei, in Australia ci sono le stagioni invertite, può capitare di invertire anche il venerdì con la domenica. 

Sono riuscita a trovare un panettone italiano al supermercato, nascosto fra decine di marche fasulle. L’ho portato in reparto per far finta che fosse Natale. Lo abbiamo mangiato a merenda con una tazza di tè inglese, canzoncine natalizie in sottofondo, chi a sedere mentre fa la chemio, chi disteso a letto mentre decide se sconfiggere la leucemia o morire. La mia primaria musulmana mi ha fatto gli auguri di buon Natale a fine turno e non sapevo bene cosa risponderle “Anche a lei, buon Nat.. feste”.

Domani me ne torno a casa. Viaggio senza bagaglio, in borsa il portafoglio e il passaporto, le cuffie e un pacchetto di fazzoletti. Credo che raggiungerò il livello sayan del viaggiatore. Tornerò per esattamente cinquantadue ore, mi ingozzo, abbraccio chi mi capita a tiro e riparto. La pioggia inglese sarà qui ad attendermi, i miei pazienti non so se li ritrovo tutti. Giusto per sicurezza domani farò un brindisi anche per loro. 

  

Tutto il mondo è paese

In Inghilterra per lavorare devi avere un conto corrente, sennò come ti pagano?
Per avere un conto corrente devi avere una casa, sennò dove te la mandano la carta?
Per avere una casa devi avere delle referenze dai precedenti domicili, ma se non hai mai abitato in UK allora chiedono la referenza al datore di lavoro, per accertarsi che sarai in grado di pagare l’affitto ogni mese.
Ma se non hai il lavoro perché  non hai il conto corrente perché non hai la casa perché non hai il lavoro.. come si fa?
Per fortuna sono stati così gentili in ospedale da farmi lavorare senza stipendio. Tanto sono abituata, i mesi di ottobre e novembre che ho lavorato in Italia me li pagheranno a febbraio, che problemi ci sono, ho un pozzo di soldi, la sera prima di andare a dormire scrivo un numero su un bigliettino, lo butto giù, e la mattina tiro su i contanti richiesti. Lo fate tutti no?

Finalmente ieri sono riuscita ad andare in banca (dieci giorni per un appuntamento), sono stata interrogata per cinquanta minuti e adesso ho un conto corrente. Una delle domande è stata “quali sono i tuoi hobby?”, volevo rispondere farmi un ballino di cazzi miei, come si dice dalle mie parti, ma ho risposto gentilmente “non sono interessata a nessuna promozione pubblicitaria grazie”.
Stamani ho comunicato l’IBAN al segretario che si è occupato della mia assunzione. Mi ha risposto che non gli serve l’IBAN, gli servono solo il nome della banca e il numero del conto. Pensavo mi prendesse per il culo ma era molto serio, quasi scocciato che non avevo provveduto alla richiesta. Gli ho spiegato che il nome della banca sono quelle letterine all’inizio dell’IBAN, uniche in tutto il mondo, solo ed esclusivamente di quella banca, e che gli ultimi numeri sono i riferimenti del conto. Si è imbarazzato non poco. Che era coglione lo avevo già intuito quando mi aveva chiesto la prova delle mie vaccinazioni. Gli ho portato il libretto sanitario di quando ero piccola, con tutti i timbri e le date delle vaccinazioni, ma gli ho detto che erano in italiano, non ero sicura gli andassero bene. Mi ha chiesto se per caso ce li avevo in inglese. No, già è tanto che all’ospedale del paesello si sforzano a non parlare in dialetto, secondo te ce li ho inglese? Tu per caso hai le tue vaccinazioni scritte in portoghese o in bulgaro? No, perché sei inglese, quindi perché a me lo chiedi? 

Ieri sono anche andata a richiedere il NIN, un numero a metà fra il codice fiscale e la partita IVA, che serve per pagare le tasse. Non è necessario avere un lavoro, puoi richiede il NIN anche se sei disoccupato, non importa avere una casa, puoi dare anche l’indirizzo di un ostello, non importa avere un conto corrente, al massimo ti chiedono un numero di telefono. Serve solo il passaporto. L’importante è pagare le tasse. 

“Chissà se giochi ancora con i riccioli sull’orecchio”

Ho una testa di riccioli a caso. Sempre stati a caso, mai trovato un verso. Come sono la mattina quando mi alzo, così rimangono per il resto della giornata, se si asciugano torti, torti resteranno fino a che non li lavo di nuovo, se un ricciolo decide di stare in quella posizione precisa, niente riuscirà a spostarlo. Vivono di vita propria, coabitiamo la mia testa, ho rinunciato da anni a litigarci, perché tanto lo so che perdo sempre io.
Sono simpatici in realtà. Non riesco a immaginare i miei capelli diversi da come sono, mi rendono unica e gli voglio bene perché sono parte di me, quella parte ribelle che di solito è troppo timida per uscire allo scoperto. 

Fin da che ho memoria mi arriccio i capelli con le dita, giocherello con i riccioli, li incastro, li faccio ancora più ricci, li accarezzo, li arrotolo e li srotolo. Per ore, senza nemmeno rendermene conto, è tipo un riflesso. Ho una miriade di foto di quando ero bambina che mi rappresentano con una mano infilata nei riccioli, è sempre stato una sorta di coperta di Linus, mi tranquillizza, mi rasserena, mi fa riflettere e mi calma, mi dà sicurezza anche se appare come un gesto insicuro.
Se mi vedete che do fastidio ai miei riccioli vuol dire una delle tre seguenti cose: sono annoiata, sono stanca, sono nervosa. Anche in combinazione mista.
L’altro giorno mi sono ritrovata con le dita tra i riccioli. Non ci ho fatto particolarmente caso, tanta è la familiarità, ma dopo un po’ ci ho pensato, ho pensato che era forse qualche anno che non lo facevo. Non so come mai avevo smesso, ero comunque annoiata o stanca o nervosa, ma avevo smesso. E ora ho ricominciato. I motivi rimangono ancora i soliti tre. 

Le mie memorie #2

(Le mie memorie #1)

Mia madre come dicevo lavorava giorno e notte, di giorno doveva fare tutte le faccende di casa poi doveva fare anche quelle fuori casa, costudire tutti i polli, le galline, le anatre, i tacchini, i loci, i conigli e poi doveva fare anche varie faccende nei campi riservate alle donne.

La sera dopo cena, si metteva a cucire vestiti per noi, a fare la maglia camiciole di lana, calzini guanti, la mia mamma faceva tutte queste cose per 8 figlioli senza bisogno di comprare niente, perché la lana si faceva con le nostre pecore, la canapa, si coltivava nei nostri campi. Noi avevamo anche il telaio per fare la tela con la canapa, e tante altre cose che erano molto utili.

Così passarono gli anni molto duri per noi antifascisti. Finalmente eravamo cresciuti le cose andavano un po’ meglio.

Ma ecco che siamo al 1939, e già si sentiva puzza di guerra, proprio in quell’anno fù chiamato alle armi il mio fratello maggiore G, nella areonautica.

Io accusai subito la sua mancanza per molte ragioni anche perché l’Italia era già entrata in guerra.

Nel 1940 fui chiamato anch’io alle armi; e dal distretto militare di A fui assegnato al 19ª Artiglieria da Campagna che aveva il deposito alla Zecca di Firenze; e così il 1º dell’anno 1941 ero ospite di una famiglia di Poggio…

Perché il nostro Colonnello così aveva deciso, per non farci sentire troppo a disagio, prima di mandarci al macello.

Continua…