Programmo la fuga

on my way to myself


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Antropologia spicciola

Sabato sera ore 23.20, ambulatorio di guardia medica.
Il paziente entra e dice che ha la tosse e tanto catarro.
Chiedo da quanto tempo.
Da una decina di giorni.
È andato dal suo medico di famiglia?
No.

Come mai decidi di venire un sabato sera in ambulatorio di un medico che non è il tuo e che non hai mai visto in vita tua, quando è da dieci giorni che stai male? Eri a cena fuori e dopo il grappino hai detto ma sai che, faccio un salto dal dottore già che ci sono. Come mai non sei andato ieri o tre giorni fa? Hai aspettato dieci giorni, puoi aspettare undici e andare poi lunedì dal tuo dottore o venire in ambulatorio della guardia la domenica mattina ad un orario un po’ più “normale”. Perché vieni ora, a quasi mezzanotte?

PERCHÉ?

Mercoledì sera ore 22.55, chiamata alla guardia medica.
La paziente ha diarrea.
Da quattro giorni.
Quattro.
Ha chiamato il suo medico di famiglia in questi giorni?
No.

Cosa è successo alle 22.55 di questo mercoledì fatidico, al tuo quarto giorno di diarrea, per decidere ci cercare il numero della guardia medica e chiamare? Come mai non un’ora prima? Come mai non il pomeriggio o la mattina successiva? Perché chiami me adesso e non hai chiamato il tuo medico di famiglia in uno qualsiasi dei giorni precedenti durante i quali stavi male?

PERCHÉ?

Come questi, decine e decine di altri esempi, ogni giorno potrei farci due o tre post sulle perle che si sentono in guardia medica. O dal medico in generale. Ma questa è un’altra storia. Sono però genuinamente incuriosita dal comportamento delle persone, ho veramente interesse nel cercare di capire come ragiona la gente, come mai prendono una decisione piuttosto che un’altra, qual è il loro processo logico, cosa gli passa nella testa. Perché mi chiami alle quattro del mattino dicendomi che è da una settimana che non fai la cacca (true story). PERCHÉ??? Tralasciando il fatto che mi posso sfavare a mille perché dormivo e mi hai svegliato, e non è che mi hai svegliato per un’urgenza o qualcosa di importante, mi hai svegliato per una minchiata. Tralasciando questo fatto, sono lì a lavorare, è giusto così. Quello che voglio sapere con tutta me stessa, ma lo voglio sapere sul serio eh, non mi sto lamentando o che, sto proprio cercando di dare un senso a questo mio mestiere, a questa nostra vita, quello che mi piacerebbe sapere è, PERCHÉ?

La guardia giurata napoletana che sta con me in ambulatorio ha raggiunto la conclusione che a gente nun tiene capa, sta tutta matta. Mi dispiace arrendermi così a questa spiegazione, dopo tutto sono pur sempre una donna di scienza, ma quasi quasi do ragione a lui.


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Ci sta che il giovane Werther avesse l’influenza

Una volta al liceo scrissi in un tema che i genitori e gli insegnanti non sapevano fare il loro mestiere. Presi il voto più alto della classe.
Non mi ricordo bene l’argomento, era qualcosa che aveva a che fare con una ragazzina che era entrata in depressione per un brutto voto, o che aveva avuto un crollo nervoso per un’insufficienza, cose così. L’articolo di giornale che dovevamo analizzare parlava del fatto che i giovani al giorno d’oggi (ossia tra i dieci e in quindici anni fa, quando facevo io il liceo) non sanno più come affrontare il dolore, reagendo quindi in maniera spropositata e spesso inopportuna di fronte ad una difficoltà.

La gente che mi chiama quando sono di turno in guardia medica, quelli che vengono allo studio quando sostituisco medici di famiglia, le mamme che mi portano i bambini a visitare quando lavoro dai pediatri, tutte queste persone, o meglio, la stragrande maggioranza di queste persone, non sono in grado di affrontare il minimo dolore, non riescono a raccapezzarsi nella minima difficoltà, reputano che se la soluzione al problema da loro presentato non prevede un cambiamento istantaneo (per non dire miracoloso) in meglio, allora la loro vita è una tragedia, il loro problema insormontabile, e tu.. bè, il dottore è un incompetente, a tratti pure insensibile, e almeno una volta al mese un delinquente.
Principalmente sono un’incompetente perchè dico alla gente che il raffreddore passerà fra due o tre giorni. Eh ma non posso prendere niente? No. Eh però è già da ieri che sto male. Domani l’altro è passato. Non mi segna niente? Può prendere un tè e se proprio si vuole sdare faccia bollire della salvia in acqua e ci metta la faccia sopra per una ventina di minuti. L’antibiotico no?

No. L’antibiotico no.

Il dottore è sostanzialmente rimasto lo sciamano che era secoli fa, con l’unico inconveniente che adesso il malato, pur pretendendo ancora una cura immediata e miracolosa per il suo dolore, non si fida più. E i figli si accorgono di tutta questa diffidenza, assorbono inconsciamente le insicurezze dei genitori, la loro ansia verso il vomito o la diarrea o il mal di gola, quella tosse che è lì DA BEN DUE GIORNI E NON SE NE VUOLE ANDARE COME MAI NON MI SEGNA NIENTE HO LA FEBBRE DA SEI ORE VENGA SUBITO A CASA A VISITARMI. I bambini incorprorano tutti i comportamenti allarmisti dei grandi perchè è ancora ben in funzione quell’istinto di fight or fly per cui se qualcosa spaventa chi ha molta più esperienza di loro, allora va combattuta, e se non si vince allora si scappa. L’importante è non affrontare quelle 72 ore di raffreddore. O quel brutto voto a scuola, per tornare all’argomento iniziale del post. Le generazioni future sono destinate a un baratro di incomprensione da parte di medici e insegnanti. Perchè se mi sbagli sette congiuntivi in un tema e ti metto un’insufficienza è inutile che ti lamenti, sei una capra e deve essere noto a tutti, soprattutto a te. Perchè altrimenti non c’è miglioramento, solo un lento declino verso quella pozza buia dell’ignoranza.

Ma d’altronde il dolore è soggettivo e personale. Nessuno può avere la presunzione di dire che il dolore che si prova quelle tre ore sul cesso a vomitare possa essere considerato inferiore al dolore di una metastasi ossea. Se prendi tre a matematica stai male come se ti fosse appena morta la mamma. È chiaro, è ovvio e coerente.
All’università di medicina ti insegnano che se un paziente ti dice che ha dolore allora è vero, punto, non si può controbattere, non c’è un esame da fare per quantificare la sofferenza. Lo stesso vale per qualsiasi altro male della vita, fisica e non.
E quindi dai, segniamole queste tre o quattro medicine che non faranno assolutamente niente ma ti permetteranno di credere che il raffreddore stia passando quando sta già passando da solo perchè domani l’altro ormai è diventato domani. Usiamolo queste effetto placebo che fa miracoli dai tempi degli sciamani. Diamolo un sei scarso. Meglio una generazione ignorante ma serena.

WONG


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Quattro morti per un miracolato 

C’è chi rimane in silenzio. Annuisce, lo vedi che ha capito, ma rimane in silenzio. Fai domande e sai già le risposte, ma le devi fare lo stesso. Rimane comunque in silenzio. Ti affida la sua vita con uno sguardo, la tieni nelle tue mani per un po’, fai del tuo meglio ma sapevi già la risposta e la fine non tarda ad arrivare. 

C’è chi ti nega in faccia la verità. Scuote la testa come un bambino di cinque anni che non vuole mangiare le verdure e dice no no no no. E puoi solo dire che va bene così. Quando realizzerà che dicevi la verità si metterà a piangere e ti chiederà aiuto, anche se magari sarà troppo tardi. Non ti chiederà mai scusa perché non c’è niente da perdonare. 

C’è chi continuerà a fare finta di niente. Sorriderà e farà battute anche quando vomiterà feci. È quello che non ti dirà mai che ha dolore perché non ti vuole disturbare, o forse perché veramente non ha dolore. Gli altri intorno piangeranno e lui chiuderà gli occhi con un sorriso. 

C’è chi se ne va perché è il momento giusto e non rimane altro da fare se non fare l’ultima cosa. 

C’è chi crede che Dio lo salverà. 

C’è chi si suicida. 

C’è chi sembra pieno di speranza ma in realtà è solo pieno di paura. 

C’è chi resiste contro il tempo, contro le aspettative e contro Dio. Sulla carta lo dai per spacciato, lo guardi e al massimo scommetteresti un’altra settimana, non di più. E invece il giorno dopo trotterella in giro come niente fosse, più forte di quanto non sia mai stato perché ha vinto la battaglia impossibile da vincere. 

Non c’è un modo giusto per affrontare la morte e non c’è un modo giusto per affrontare la vita. Siamo qui ad accettarne ogni sfumatura, ogni capriccio, ogni imprevisto e ogni lacrima, di dolore o di gioia. Siamo qui a stringere una mano che ad un certo punto lascerà andare la presa. Siamo qui ad acchiapparla appena si allunga a cercare un appiglio. Non c’è un modo giusto. Le risposte giuste si hanno solo quando non ci siamo più. 


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Buttati che è morbido 

Mentre preparavo cena mi sono accorta che oggi, senza nemmeno volerlo, ho fatto vigilia: pesce a pranzo, la sera verdure. Non pensavo sarei rimasta così compiaciuta della cosa, ma devo ammettere che mi ha fatto stranamente piacere. Sono ad anni luce di distanza dall’essere religiosa ma mentre cucinavo mi è tornata in mente la Pasqua che ho trascorso in Australia qualche anno fa. Dissi a mia nonna che per il venerdì santo avrei mangiato agnello e la domenica pesce, rimase in silenzio per qualche secondo all’altro capo della cornetta e poi mi rispose che la cosa importante era non stare da soli a Pasqua, se il Signore aveva qualcosa da ridire ci avrebbe ragionato lei, in Australia ci sono le stagioni invertite, può capitare di invertire anche il venerdì con la domenica.

Sono riuscita a trovare un panettone italiano al supermercato, nascosto fra decine di marche fasulle. L’ho portato in reparto per far finta che fosse Natale. Lo abbiamo mangiato a merenda con una tazza di tè inglese, canzoncine natalizie in sottofondo, chi a sedere mentre fa la chemio, chi disteso a letto mentre decide se sconfiggere la leucemia o morire. La mia primaria musulmana mi ha fatto gli auguri di buon Natale a fine turno e non sapevo bene cosa risponderle “Anche a lei, buon Nat.. feste”.

Domani me ne torno a casa. Viaggio senza bagaglio, in borsa il portafoglio e il passaporto, le cuffie e un pacchetto di fazzoletti. Credo che raggiungerò il livello sayan del viaggiatore. Tornerò per esattamente cinquantadue ore, mi ingozzo, abbraccio chi mi capita a tiro e riparto. La pioggia inglese sarà qui ad attendermi, i miei pazienti non so se li ritrovo tutti. Giusto per sicurezza domani farò un brindisi anche per loro.


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C’è chi è messo peggio

Una volta, quando studiavo in Brasile, si presentò un uomo al pronto soccorso, respirava male, era praticamente blu. I dottori parlottarono tra loro per diversi minuti, guardarono le vecchie cartelle cliniche del paziente, non sapevano bene come comportarsi. Chiesi come mai non facevano un’emogas, un’analisi del sangue che da noi in Italia si fa anche più volte al giorno allo stesso paziente. Mi chiesero se sapevo quanto costava fare un’emogas, ma non ne avevo idea. Quel giorno capii che sono molto fortunata ad essere nata in Italia e che, anche se ci lamentiamo della nostra sanità, in fondo in fondo non è poi così male.

Quando sono andata a studiare in Australia ero molto contenta, pensavo che finalmente avrei visto come dovrebbe essere un ospedale serio, senza appuntamento dopo mesi, senza letti in corridoio, senza la disorganizzazione tipica italiana. Tutto in effetti funzionava molto bene, ma qualcosa non mi tornava. Dopo un paio di mesi mi resi conto che il livello di conoscenza dei dottori era in realtà alquanto scarso,  rispetto alla media dei medici italiani. Quasi sconvolta dalla rivelazione, me ne sono tornata a Firenze apprezzando ancora di più la nostra sanità, pur con tutti i suoi difetti e i suoi disastri quotidiani.

Sono due settimane che lavoro in ospedale in Inghilterra e l’unico pensiero che ho è: siamo più organizzati in Italia. Il che è veramente tutto dire. Sono molto efficienti da queste parti, i dottori lavorano meno e guadagnano di più che da noi, tutti sono molto gentili, le cose sembrano funzionare alla perfezione. Da fuori sembra proprio che tutto funzioni bene, è dal dentro che le cose non tornano molto, sono inutilmente laboriose e complicate, in bilico sul filo della causa legale, conoscenze limitate al “di tutto un po’”, capacità di agire dopo aver pensato vicino all’inattuabile. Tre consulenze per cambiare la dose del warfarin, cose che mi sconvolgono sul serio, sono scoppiata a ridere in faccia al primario quando mi ha chiesto di chiamare ematologia per sentire cosa fare con quell’INR. Ho pensato ai primari italiani con i quali ho avuto a che fare, ho pensato a quanto li ho odiati per il loro ego spropositato, per la loro cattiveria e ipocrisia. Però sono quindici spanne più in alto rispetto a qua.

Ovunque nel mondo ci sono dottori bravi e dottori meno bravi, ovunque nel mondo la gente si lamenta della sanità locale, quasi sempre ci sono mille e più cose che posso essere migliorate. Eppure ho avuto a che fare con gli ospedali di quattro Paesi in tre continenti diversi e continuo a pensare che in fondo in fondo non siamo poi così male in Italia.. Non va bene accontentarsi, però insomma, ci si potrebbe lamentare anche un po’ meno ecco.


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Lo strano caso della Jacket Potato che non era stata cotta a sufficienza

Gli anglosassoni si sa, sono particolari. Americani, inglesi, neozelandesi, non importa, fanno tutti parte di quella incomprensibile cultura che ci affascina e disgusta contemporaneamente, che amiamo e vogliamo copiare, ma che allo stesso tempo giudichiamo con superiorità e disprezzo.  A volte ci ritroviamo a sospirare “Ah, ma perché qua in Italia non funziona come da loro?”, fantastichiamo in segreto, ci lamentiamo col vicino pendolare “A Londra ti dicono addirittura quanti secondi mancano all’arrivo del treno, mica come da noi che se arrivi con cinque minuti di ritardo sei anche contento”.
Poi al supermercato trovi la pasta già pronta, gusto pollo tandoori basilico e parmigiano. E niente, fai precipitare un’intera cultura al livello di NON MERITEVOLE DI ESISTENZA.

Ieri in reparto c’è stato questo incidente particolarissimo: una paziente si è alterata – ma alterata è dire poco, si è imbestialita – perché la jacket potato del suo pranzo non era cotta a sufficienza. Per chi non lo sapesse, la jacket potato è una patata al forno, con dentro qualcosa, formaggio, fagioli, maionese, so una mazza, è una banalissima patata al forno insomma, quella che si cuoce con la buccia.
La situazione è presto degenerata: è venuta su in reparto, direttamente dalle segrete cucine dell’ospedale, e nel tempo record di tre minuti e mezzo dal momento della chiamata, l’amministratrice della distribuzione dei pasti, la quale si è profusamente scusata con l’indignata paziente, promettendole chiarezza e giustizia, e andandosene poi via con la patata incriminata, diretta immediatamente dallo chef per presentargli la prova della sua incapacità e negligenza.
La paziente è rimasta così tanto insofferente per la brutta faccenda, che circa un’ora dopo se ne esce con la brillante idea di dimettersi contro parere medico. La capo infermiera ha chiamato l’ufficio legale per far presente il problema, sai mai la pazza avesse deciso di fare causa.
Per l’intera durata della tragicommedia la mia faccia è rimasta interrogativa, e per essere precisa la mia espressione interrogativa si è modificata come segue:
– che cosa sta succedendo?
– di che cosa stiamo parlando?
– cioè stiamo parlando di una patata?
– ma quindi che sarebbe successo?
– posso ridere o mi sgridano se rido?
– e questa sarebbe venuta su dagli uffici amministrativi per una patata cruda?
– perché stiamo ancora perdendo tempo dietro una patata?
– come mai la paziente sta gridando?
– dai non può essere che grida per una patata cruda, sono su Candid Camera vero?
– questi non sono normali, devo per caso chiamare il reparto di psichiatria per un consulto?
– cioè fammi capire… ti vuoi dimettere contro parere medico per una patata cruda?
– posso ridere? dai per favore, posso ridere?

Ho dovuto parlare con la paziente per convincerla a restare, non volevo farla tornare a casa per finire in shock settico, non sarebbe stato utile alla sua salute. Sono rimasta seria per l’intera conversazione di circa quindici minuti, ho ascoltato le sue lamentele, ho portato prove a favore della mia proposta di rimanere in reparto, ho cercato di essere professionale. La verità è che volevo schiaffeggiare la tizia e insultarla a gran voce con parole per niente gentili, mandarla a casa a morire di insufficienza multipla d’organo tra atroci sofferenze e agonie, volevo dare una mano all’arduo lavoro della selezione naturale. La verità è anche che mi sono scusata per una patata cruda.


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Saranno famosi

Anche ieri ero a insegnare BLS ai dipendenti di un ufficio pubblico. Questo lavoretto mi è capitato completamente a caso all’inizio dello scorso mese, e devo dire che mi ci trovo proprio bene; nonostante sia a chiamata e sporadico, pagano discretamente, non ho grandi responsabilità, e soprattutto mi diverto un casino. In sostanza me ne vado a zonzo con un mezzobusto di manichino per la rianimazione cardiopolmonare, facendo anche discrete figure di cacca, come quando una bambina in metro a Milano mi ha chiesto come mai alla mia bambola mancassero tutti e quattro gli arti.
I miei “alunni” sono dipendenti pubblici che sono stati costretti a sorbirsi queste dodici ore di corso sulle emergenze mediche, li vedi lì, sfavatissimi, chi guarda il cellulare, chi parlotta col vicino, chi si alza per uscire a fumarsi una sigaretta, voglia di partecipare e livello di attenzione sotto lo zero. Poi però succede qualcosa, in fondo sono simpatica, riconosco la difficoltà e la pesantezza di alcuni argomenti medici, so che il medichese è una brutta lingua, e quindi divago, racconto aneddoti, storielle, distruggo credenze popolari, metto su scenette teatrali, mi improvviso attrice, e l’attenzione sale, cominciano le domande, la gente ride e interagisce. Quando arrivo a spiegare che il defibrillatore serve in realtà a fermare il cuore e che l’alcol non riscalda, le persone mi hanno già raccontato la loro vita, mi hanno chiesto di aggiustare la terapia antipertensiva della suocera, mi hanno confidato segreti irripetibili, conosco così bene le funzioni corporali dei loro figli che sono praticamente già di famiglia.

Sono incredibili i segreti che le persone spifferano al medico (giustamente, aggiungerei), forse solo i preti sentono di peggio. Ogni volta mi stupisco di questa cosa, io che nemmeno racconto a me stessa come stanno veramente i fatti, ho un titolo davanti al nome e per questo la gente si fida, si confida. Continuo a sorridere con gentilezza, annuendo ogni tanto, intercalando frasi di circostanza, mai concludere per prima la conversazione, la professione consiste nel fare finta che quello che sto ascoltando mi stia effettivamente interessando.
Le persone mi stupiscono, non le sopporto ma mi affascinano. E poi se ne vengono fuori con cose assurde, mi fanno veramente sbellicare dalle risate, è incredibile cosa frulla in testa alla gente. Ieri, a fine lezione, tutti sono venuti a salutarmi, baci e abbracci (ma chi vi conosce?), e una signora se ne esce con “Dottoressa, è così brava che mi aspetto di vederla in televisione”. Che?

P.S.
Ma chi c’era ieri tra i miei alunni, se non lui, il postino impiccione con la memoria fotografica! Questa volta l’ho riconosciuto e ne vado orgogliosa, ma vi dovessi dire come si chiama.. me l’ha anche detto, bah, sono veramente un disastro. Lui in compenso sa il mio nome, cognome, indirizzo, mezza vita. Fantastico.