Programmo la fuga

on my way to myself


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Chi ha due pollici?

La mia amica e collega Joey l’altro giorno era di turno in guardia medica. Tante chiamate, svariate visite, le solite cose.
Poi però ad un certo punto c’è questo paziente con dolore addominale e a lei qualcosa non torna. Quel sentore che ti fa accendere una delle campanelle di allarme che strategicamente ti vengono piazzate agli angoli della mente durante i lunghi anni di università: attenzione attenzione, di sicuro non è niente, ripeto, di sicuro non è niente, però c’è un potenziale disastro in agguato, prima di passare oltre controllare per bene (con aria di superficialità, mai instillare la paura nel paziente, che già il pericolo potrebbe essere imminente, nessuno vuole avere fra le mani anche un attacco di panico – nessuno vuole avere fra le mani un attacco di panico in generale perché è una gran rottura di coglioni, ma soprattutto in una situazione di pericolo).
Visita, terapia, raccomandazione del caso, e il suo lavoro, in quanto guardia medica, si è concluso lì.
Poi però la mattina seguente si è svegliata e ha pensato bene di telefonare al paziente per sapere come stava.

Ecco. Io non telefono mai ad un paziente per sapere come sta. Diamine, ieri mi ha chiamato S che aveva un virus gastrointestinale e nemmeno le ho scritto un messaggio per aggiornarmi sulla sua cacarella. Perché sì, sono così tanto capra.
Certo non ho preoccupazioni che S ci rimetta le penne a passare la giornata sul WC, e questa potrebbe sicuramente essere un’attenuante per il mio insensibile menefreghismo.
Inoltre, potrei aggiungere che giusto Joey richiama i pazienti per sapere come stanno, un evento di per sé più unico che raro nel mondo medico, o che comunque solo una microscopica minoranza di dottori si rivela così premurosa nei confronti dei loro assistiti, atto sicuramente lodevole, in particolar modo agli occhi del malato.
Potrei infine far notare a chi non è molto familiare con questo mio mondo medichese, che la tattica del “allora come si sente, sta meglio?”, è in realtà un astuto quanto ipocrita metodo per stuzzicare e contemporaneamente rassicurare il proprio spropositato ego da dottore. L’innocua domanda “sta meglio?”, ne racchiude in verità altre due:
– la mia diagnosi era giusta? aka: sono abbastanza bravo?
– non sono nei guai perché ho sbagliato qualcosa, vero? aka: ho il culo parato?
Ma no, sono troppo cattiva nei miei giudizi, cinica come al solito, mi rode solo il fatto che qualcuno sia effettivamente più bravo di me nel mio lavoro.
La verità invece è che sono spaventata. Sono spaventata dalla mia non curiosità, io che sono nata curiosa, io che ho una mente sempre avida di imparare qualcosa di nuovo. Però no, come sta il mio paziente, se proprio devo dirla tutta tutta, non mi interessa per niente. E quindi sono ancora più spaventata perché non so bene cosa ci faccio qui a lavorare l’ennesimo turno di notte al servizio della comunità ammalata. Sorge il terrore di sbagliare qualcosa.

In fin dei conti anche io mi faccio le stesse due domande: sono abbastanza brava? ho il culo parato? Semplicemente queste domande sorgono da una prospettiva diversa.
No, non prendiamoci in giro, sono solo una capra menefreghista che continuerà a non richiamare i suoi pazienti per sapere se stanno meglio.

Who+has+two+thumbs+and+doesnt+give+a+crapbob+kelso+_23084dd6437b964d866d6fe07813bb5a

Se a qualcuno invece interessa sapere se il tizio del dolore addominale stava meglio, sì, stava meglio.

 

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Chi troppo e chi niente

– Sì buongiorno dottoressa, vorrei prendere un appuntamento per oggi pomeriggio per far vedere il mio bambino, Mattia, ha 4 anni. Ha la febbre alta.
– A quanto?
– Ehhh ha fatto quasi 38.
– ..ok. Da quanti giorni ha la febbre?
– Da ieri sera.
– … ma… ha la tosse? Mal di gola? Qualche altro problema oltre la febbre?
– No no. Solo che anche stamani ho misurato ed era 37,6.
– … va bene… allora ho posto alle 16:10, la segno?
– Si può fare più tardi? Perché lo porterebbe mia suocera ma prima deve andare a prendere il grande a scuola.

– Buonasera signora, sono DrKetchup. Le ho preparato la ricetta per le analisi urgenti per Federico. Se passa a prenderle prima delle 17:00 gli fanno subito le analisi su in pediatria e gli danno un risultato e una terapia stasera stessa.
– Ah, va bene va bene. Ma lei fino a che ora è in ambulatorio?
– Fino alle 19:00. Ma bisogna che passi prima sennò non le fanno le analisi stasera in reparto, poi deve passare dal pronto soccorso è più lunga la faccenda. È importante. Federico ha sicuramente il diabete, ieri ha dormito tutto il giorno e non le riusciva di svegliarlo. Ha voluto aspettare oggi invece di andare in ospedale ieri, ma nel pomeriggio deve fare le analisi o rischia il coma glielo dico senza tanti fronzoli.
– Eh allora cerco di passare. Però alle 17:00 la sorella ha l’allenamento di danza.. che poi la devo anche andare a riprendere quando ha finito, e se Federico non ha fatto all’ospedale..
– …………..
– … come faccio?

 


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Antropologia spicciola

Sabato sera ore 23.20, ambulatorio di guardia medica.
Il paziente entra e dice che ha la tosse e tanto catarro.
Chiedo da quanto tempo.
Da una decina di giorni.
È andato dal suo medico di famiglia?
No.

Come mai decidi di venire un sabato sera in ambulatorio di un medico che non è il tuo e che non hai mai visto in vita tua, quando è da dieci giorni che stai male? Eri a cena fuori e dopo il grappino hai detto ma sai che, faccio un salto dal dottore già che ci sono. Come mai non sei andato ieri o tre giorni fa? Hai aspettato dieci giorni, puoi aspettare undici e andare poi lunedì dal tuo dottore o venire in ambulatorio della guardia la domenica mattina ad un orario un po’ più “normale”. Perché vieni ora, a quasi mezzanotte?

PERCHÉ?

Mercoledì sera ore 22.55, chiamata alla guardia medica.
La paziente ha diarrea.
Da quattro giorni.
Quattro.
Ha chiamato il suo medico di famiglia in questi giorni?
No.

Cosa è successo alle 22.55 di questo mercoledì fatidico, al tuo quarto giorno di diarrea, per decidere ci cercare il numero della guardia medica e chiamare? Come mai non un’ora prima? Come mai non il pomeriggio o la mattina successiva? Perché chiami me adesso e non hai chiamato il tuo medico di famiglia in uno qualsiasi dei giorni precedenti durante i quali stavi male?

PERCHÉ?

Come questi, decine e decine di altri esempi, ogni giorno potrei farci due o tre post sulle perle che si sentono in guardia medica. O dal medico in generale. Ma questa è un’altra storia. Sono però genuinamente incuriosita dal comportamento delle persone, ho veramente interesse nel cercare di capire come ragiona la gente, come mai prendono una decisione piuttosto che un’altra, qual è il loro processo logico, cosa gli passa nella testa. Perché mi chiami alle quattro del mattino dicendomi che è da una settimana che non fai la cacca (true story). PERCHÉ??? Tralasciando il fatto che mi posso sfavare a mille perché dormivo e mi hai svegliato, e non è che mi hai svegliato per un’urgenza o qualcosa di importante, mi hai svegliato per una minchiata. Tralasciando questo fatto, sono lì a lavorare, è giusto così. Quello che voglio sapere con tutta me stessa, ma lo voglio sapere sul serio eh, non mi sto lamentando o che, sto proprio cercando di dare un senso a questo mio mestiere, a questa nostra vita, quello che mi piacerebbe sapere è, PERCHÉ?

La guardia giurata napoletana che sta con me in ambulatorio ha raggiunto la conclusione che a gente nun tiene capa, sta tutta matta. Mi dispiace arrendermi così a questa spiegazione, dopo tutto sono pur sempre una donna di scienza, ma quasi quasi do ragione a lui.


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Ci sta che il giovane Werther avesse l’influenza

Una volta al liceo scrissi in un tema che i genitori e gli insegnanti non sapevano fare il loro mestiere. Presi il voto più alto della classe.
Non mi ricordo bene l’argomento, era qualcosa che aveva a che fare con una ragazzina che era entrata in depressione per un brutto voto, o che aveva avuto un crollo nervoso per un’insufficienza, cose così. L’articolo di giornale che dovevamo analizzare parlava del fatto che i giovani al giorno d’oggi (ossia tra i dieci e in quindici anni fa, quando facevo io il liceo) non sanno più come affrontare il dolore, reagendo quindi in maniera spropositata e spesso inopportuna di fronte ad una difficoltà.

La gente che mi chiama quando sono di turno in guardia medica, quelli che vengono allo studio quando sostituisco medici di famiglia, le mamme che mi portano i bambini a visitare quando lavoro dai pediatri, tutte queste persone, o meglio, la stragrande maggioranza di queste persone, non sono in grado di affrontare il minimo dolore, non riescono a raccapezzarsi nella minima difficoltà, reputano che se la soluzione al problema da loro presentato non prevede un cambiamento istantaneo (per non dire miracoloso) in meglio, allora la loro vita è una tragedia, il loro problema insormontabile, e tu.. bè, il dottore è un incompetente, a tratti pure insensibile, e almeno una volta al mese un delinquente.
Principalmente sono un’incompetente perchè dico alla gente che il raffreddore passerà fra due o tre giorni. Eh ma non posso prendere niente? No. Eh però è già da ieri che sto male. Domani l’altro è passato. Non mi segna niente? Può prendere un tè e se proprio si vuole sdare faccia bollire della salvia in acqua e ci metta la faccia sopra per una ventina di minuti. L’antibiotico no?

No. L’antibiotico no.

Il dottore è sostanzialmente rimasto lo sciamano che era secoli fa, con l’unico inconveniente che adesso il malato, pur pretendendo ancora una cura immediata e miracolosa per il suo dolore, non si fida più. E i figli si accorgono di tutta questa diffidenza, assorbono inconsciamente le insicurezze dei genitori, la loro ansia verso il vomito o la diarrea o il mal di gola, quella tosse che è lì DA BEN DUE GIORNI E NON SE NE VUOLE ANDARE COME MAI NON MI SEGNA NIENTE HO LA FEBBRE DA SEI ORE VENGA SUBITO A CASA A VISITARMI. I bambini incorprorano tutti i comportamenti allarmisti dei grandi perchè è ancora ben in funzione quell’istinto di fight or fly per cui se qualcosa spaventa chi ha molta più esperienza di loro, allora va combattuta, e se non si vince allora si scappa. L’importante è non affrontare quelle 72 ore di raffreddore. O quel brutto voto a scuola, per tornare all’argomento iniziale del post. Le generazioni future sono destinate a un baratro di incomprensione da parte di medici e insegnanti. Perchè se mi sbagli sette congiuntivi in un tema e ti metto un’insufficienza è inutile che ti lamenti, sei una capra e deve essere noto a tutti, soprattutto a te. Perchè altrimenti non c’è miglioramento, solo un lento declino verso quella pozza buia dell’ignoranza.

Ma d’altronde il dolore è soggettivo e personale. Nessuno può avere la presunzione di dire che il dolore che si prova quelle tre ore sul cesso a vomitare possa essere considerato inferiore al dolore di una metastasi ossea. Se prendi tre a matematica stai male come se ti fosse appena morta la mamma. È chiaro, è ovvio e coerente.
All’università di medicina ti insegnano che se un paziente ti dice che ha dolore allora è vero, punto, non si può controbattere, non c’è un esame da fare per quantificare la sofferenza. Lo stesso vale per qualsiasi altro male della vita, fisica e non.
E quindi dai, segniamole queste tre o quattro medicine che non faranno assolutamente niente ma ti permetteranno di credere che il raffreddore stia passando quando sta già passando da solo perchè domani l’altro ormai è diventato domani. Usiamolo queste effetto placebo che fa miracoli dai tempi degli sciamani. Diamolo un sei scarso. Meglio una generazione ignorante ma serena.

WONG


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Quattro morti per un miracolato 

C’è chi rimane in silenzio. Annuisce, lo vedi che ha capito, ma rimane in silenzio. Fai domande e sai già le risposte, ma le devi fare lo stesso. Rimane comunque in silenzio. Ti affida la sua vita con uno sguardo, la tieni nelle tue mani per un po’, fai del tuo meglio ma sapevi già la risposta e la fine non tarda ad arrivare. 

C’è chi ti nega in faccia la verità. Scuote la testa come un bambino di cinque anni che non vuole mangiare le verdure e dice no no no no. E puoi solo dire che va bene così. Quando realizzerà che dicevi la verità si metterà a piangere e ti chiederà aiuto, anche se magari sarà troppo tardi. Non ti chiederà mai scusa perché non c’è niente da perdonare. 

C’è chi continuerà a fare finta di niente. Sorriderà e farà battute anche quando vomiterà feci. È quello che non ti dirà mai che ha dolore perché non ti vuole disturbare, o forse perché veramente non ha dolore. Gli altri intorno piangeranno e lui chiuderà gli occhi con un sorriso. 

C’è chi se ne va perché è il momento giusto e non rimane altro da fare se non fare l’ultima cosa. 

C’è chi crede che Dio lo salverà. 

C’è chi si suicida. 

C’è chi sembra pieno di speranza ma in realtà è solo pieno di paura. 

C’è chi resiste contro il tempo, contro le aspettative e contro Dio. Sulla carta lo dai per spacciato, lo guardi e al massimo scommetteresti un’altra settimana, non di più. E invece il giorno dopo trotterella in giro come niente fosse, più forte di quanto non sia mai stato perché ha vinto la battaglia impossibile da vincere. 

Non c’è un modo giusto per affrontare la morte e non c’è un modo giusto per affrontare la vita. Siamo qui ad accettarne ogni sfumatura, ogni capriccio, ogni imprevisto e ogni lacrima, di dolore o di gioia. Siamo qui a stringere una mano che ad un certo punto lascerà andare la presa. Siamo qui ad acchiapparla appena si allunga a cercare un appiglio. Non c’è un modo giusto. Le risposte giuste si hanno solo quando non ci siamo più. 


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Buttati che è morbido 

Mentre preparavo cena mi sono accorta che oggi, senza nemmeno volerlo, ho fatto vigilia: pesce a pranzo, la sera verdure. Non pensavo sarei rimasta così compiaciuta della cosa, ma devo ammettere che mi ha fatto stranamente piacere. Sono ad anni luce di distanza dall’essere religiosa ma mentre cucinavo mi è tornata in mente la Pasqua che ho trascorso in Australia qualche anno fa. Dissi a mia nonna che per il venerdì santo avrei mangiato agnello e la domenica pesce, rimase in silenzio per qualche secondo all’altro capo della cornetta e poi mi rispose che la cosa importante era non stare da soli a Pasqua, se il Signore aveva qualcosa da ridire ci avrebbe ragionato lei, in Australia ci sono le stagioni invertite, può capitare di invertire anche il venerdì con la domenica.

Sono riuscita a trovare un panettone italiano al supermercato, nascosto fra decine di marche fasulle. L’ho portato in reparto per far finta che fosse Natale. Lo abbiamo mangiato a merenda con una tazza di tè inglese, canzoncine natalizie in sottofondo, chi a sedere mentre fa la chemio, chi disteso a letto mentre decide se sconfiggere la leucemia o morire. La mia primaria musulmana mi ha fatto gli auguri di buon Natale a fine turno e non sapevo bene cosa risponderle “Anche a lei, buon Nat.. feste”.

Domani me ne torno a casa. Viaggio senza bagaglio, in borsa il portafoglio e il passaporto, le cuffie e un pacchetto di fazzoletti. Credo che raggiungerò il livello sayan del viaggiatore. Tornerò per esattamente cinquantadue ore, mi ingozzo, abbraccio chi mi capita a tiro e riparto. La pioggia inglese sarà qui ad attendermi, i miei pazienti non so se li ritrovo tutti. Giusto per sicurezza domani farò un brindisi anche per loro.


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C’è chi è messo peggio

Una volta, quando studiavo in Brasile, si presentò un uomo al pronto soccorso, respirava male, era praticamente blu. I dottori parlottarono tra loro per diversi minuti, guardarono le vecchie cartelle cliniche del paziente, non sapevano bene come comportarsi. Chiesi come mai non facevano un’emogas, un’analisi del sangue che da noi in Italia si fa anche più volte al giorno allo stesso paziente. Mi chiesero se sapevo quanto costava fare un’emogas, ma non ne avevo idea. Quel giorno capii che sono molto fortunata ad essere nata in Italia e che, anche se ci lamentiamo della nostra sanità, in fondo in fondo non è poi così male.

Quando sono andata a studiare in Australia ero molto contenta, pensavo che finalmente avrei visto come dovrebbe essere un ospedale serio, senza appuntamento dopo mesi, senza letti in corridoio, senza la disorganizzazione tipica italiana. Tutto in effetti funzionava molto bene, ma qualcosa non mi tornava. Dopo un paio di mesi mi resi conto che il livello di conoscenza dei dottori era in realtà alquanto scarso,  rispetto alla media dei medici italiani. Quasi sconvolta dalla rivelazione, me ne sono tornata a Firenze apprezzando ancora di più la nostra sanità, pur con tutti i suoi difetti e i suoi disastri quotidiani.

Sono due settimane che lavoro in ospedale in Inghilterra e l’unico pensiero che ho è: siamo più organizzati in Italia. Il che è veramente tutto dire. Sono molto efficienti da queste parti, i dottori lavorano meno e guadagnano di più che da noi, tutti sono molto gentili, le cose sembrano funzionare alla perfezione. Da fuori sembra proprio che tutto funzioni bene, è dal dentro che le cose non tornano molto, sono inutilmente laboriose e complicate, in bilico sul filo della causa legale, conoscenze limitate al “di tutto un po’”, capacità di agire dopo aver pensato vicino all’inattuabile. Tre consulenze per cambiare la dose del warfarin, cose che mi sconvolgono sul serio, sono scoppiata a ridere in faccia al primario quando mi ha chiesto di chiamare ematologia per sentire cosa fare con quell’INR. Ho pensato ai primari italiani con i quali ho avuto a che fare, ho pensato a quanto li ho odiati per il loro ego spropositato, per la loro cattiveria e ipocrisia. Però sono quindici spanne più in alto rispetto a qua.

Ovunque nel mondo ci sono dottori bravi e dottori meno bravi, ovunque nel mondo la gente si lamenta della sanità locale, quasi sempre ci sono mille e più cose che posso essere migliorate. Eppure ho avuto a che fare con gli ospedali di quattro Paesi in tre continenti diversi e continuo a pensare che in fondo in fondo non siamo poi così male in Italia.. Non va bene accontentarsi, però insomma, ci si potrebbe lamentare anche un po’ meno ecco.