Programmo la fuga

on my way to myself


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Angiolo

La famiglia ti capita. Te la ritrovi, nel bene e nel male, e non importa se ti lamenti o non la sopporti, è lì e te la tieni. L’unica persona della famiglia che scegli è quella che condividerà il resto o parte della tua vita. Non puoi sceglierti i genitori, non puoi sceglierti i figli, la suocera è quella, lo zio pure, la cognata te l’ha scelta qualcun altro. È inutile far finta di niente, all’interno della famiglia ci sono quelli che proprio non sopporti, quelli che tolleri giusto per il pranzo di Natale e per un paio di telefonate all’anno, quelli con cui stai bene, e infine i tuoi preferiti.

Eri uno dei miei preferiti. Non era necessario parlare, ci capivamo con uno sguardo, semplici gesti. Così tante cose non ti ho mai detto, così poco coraggio ho sempre avuto. Ma eri uno dei miei preferiti. Mi hai insegnato, forse senza nemmeno volerlo, la lezione più importante di tutte: mai arrendersi, se sconfitti sempre rialzarsi, con orgoglio. Mai arrendersi. Anche se vai in guerra, anche se finisci in campo di concentramento e poi in un secondo ancora, anche se torni a casa a piedi dopo anni e con addosso solo quaranta chili, anche se in Germania ci hai lasciato la dignità di essere umano e gli altri quaranta chili. Mai arrendersi.
Sempre poche parole fra di noi, molti piccoli gesti pieni di significato. Come l’ultima volta che sono venuta a prenderti per portarti alla casa in campagna. Due ore in auto, la radio. Guidavo con una mano sola, con l’altra tenevo la tua. Lo sapevo che mancava poco, lo sapevo che te ne stavi per andare. Non era un segreto nemmeno per te.

Mi dicevi sempre che aspettavi che ti portassi a casa un giovanotto. In realtà ti ho sempre voluto dire che ti avrei portato a casa un’amica. Ma lo sapevi. Non la conoscerai però, peccato. Le dirò che eri uno dei miei preferiti. Le racconterò di quell’ultima volta che mi hai chiamato dal corridoio per chiedere il permesso di entrare nella mia camera. Ti annunciavi già dal corridoio, appoggiato al bastone, ti venivo ad accogliere sulla soglia. Le racconterò che ti sei seduto sul mio letto e che dal taschino del tuo solito gilet azzurro hai tirato fuori una chiave.
“Prendila te, è della cassaforte” hai detto. Avevi due figli, tre nipoti e addirittura tre pronipoti, ma la chiave l’hai data a me. Te ne saresti andato di lì a poco, non era più un segreto ormai per nessuno.

Ho sempre avuto paura del tuo giudizio, tu eri bianco e nero mentre io tutte le sfumature nel mezzo. Mi hai trasmesso la tua curiosità e la tua capacità di adattarsi alle novità, ai cambiamenti, è vero, ma forse ti avrei chiesto un cambiamento troppo grande dicendoti la verità, i giudizi severi non ti sono mai mancati e quelli io non li ho ereditati. Forse però è per questo che mi hai lasciato la chiave, perché sapevi che avrei accettato la novità senza mai giudicarla, senza mai giudicarti.
Zia mi ha telefonato ben due volte dopo il funerale, voleva aprire la cassaforte, alcuni gioielli le spettavano a quanto pareva. Ma io non avevo ancora voglia di tornare nel tuo appartamento, nel tuo odore, nei tuoi ricordi. Solo settimane dopo ho riaperto la porta di quella che era stata la tua vita. L’orologio a pendolo scandiva ogni secondo che non c’eri, il bastone era nel vaso all’ingresso, le tue medicine ancora sulla mensola in cucina, il cappellino nero che ti avevo portato da Los Angeles e che mettevi per le occasioni speciali era al suo solito posto appeso all’attaccapanni.
Pochi gioielli in cassaforte, qualche documento, una foto in bianco e nero di una giovane ragazza sorridente seduta su un grande masso in mezzo a un fiumiciattolo. Dietro, il suo nome e cognome, straniero, un suono tedesco. Un’altra foto, sbiadita: una bambina di cinque o sei anni su un cavallo a dondolo, il nome dietro dice Angela scritto in bella calligrafia, e un altro cognome straniero.

Sulla foto profilo di Facebook tiene in collo il suo nipotino alla festa di compleanno, due candeline sulla torta di fronte a loro. È diventata nonna presto, è ancora giovanile, stessi occhioni sorridenti della foto sbiadita, stesso naso aquilino, il tuo.
Fa l’architetto a Francoforte. Sua madre è morta ormai da qualche anno. Le mando un sms per dirle che il mio aereo ancora non è decollato, farò qualche minuto di ritardo. Rileggo la lettera, era tra i documenti, finisce così:

Tu mi salvasti la vita e io ti ringraziai con l’unica cosa che mi era rimasta, l’amore. Mai minestra fu più buona. Oramai parlo tedesco sono negli incubi. Danke.
Tuo,
Angiolo

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Ho trovato l’ignoranza nell’uovo di Pasqua ma non è stata una sorpresa

Ai pranzi di famiglia puntuale sorge la domanda: ma perché invece di andare sempre in giro per il mondo non ti trovi un fidanzato?

Di cosa mi sa una domanda del genere?
Andare in giro per il mondo è peggio che avere un fidanzato?
Se hai un fidanzato non puoi viaggiare?
Se hai il fidanzato allora hai il permesso di vedere il mondo?
Come mai due cose così diverse, viaggiare e stare con qualcuno, sono sullo stesso piano? Quale termine di paragone o confronto viene utilizzato? Non saprei..

Mia madre dice che sono un rospo e ad essere sincera non lo nego, ma proprio non ce la faccio. Non so come mai le persone non riescono a pensare con la loro testa, pur essendo dotate di cervello, non comprendo come sia possibile essere così chiusi in una mentalità che gli è stata costruita intorno, che non necessariamente è la loro ma ci si sono trovati e stanno lì imperterriti.

Uno dei miei gatti si chiama Matisse. Le abbiamo dato questo nome prima di sapere che fosse femmina, perché semplicemente ha il musetto che ispira Matisse. L’avremmo chiamata così anche se avessimo saputo che era femmina? Probabilmente.. sì, no, non importa, si chiama Matisse. Ma mio cugino non concepisce che una femmina possa avere un nome da maschio. Mio cugino, trentenne, con famiglia sulle spalle, che alla prima occasione offende i gay perché “non è naturale” e “è solo di moda”. Come se Matisse non fosse in realtà il cognome (l’ignoranza incombe si sa). E anche se la mia gatta si chiamasse Henri non va bene perché è femmina? Chi l’ha decisa questa cosa?

Potrei anche dire in famiglia che ho la fidanzata invece del fidanzato, e che viaggiamo insieme. Si sentirebbero più tranquilli? Non credo. Anche per mia madre “non è naturale”, ci ha tenuto a farmelo presente quando ho fatto coming out, ma per fortuna è una donna intelligente e si sta abituando a lei.
Il nome Matisse lo ha scelto mia madre in fin dei conti.

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“I grandi successi del Governo sono come i fuochi d’artificio di giorno, anche se fanno rumore, nessuno li vede”

La periferia di Birmingham, dove si trova il mio ospedale, è uno dei luoghi più ignoranti e disagiati che ho visto in vita mia. L’Inghilterra non è Londra, e questo è quanto. Il contadino novantenne con la seconda elementare nella campagna toscana è più acculturato del borghese medio del West Midlands. Non per scherzare ma mio nonno (che l’aveva fatta ben due volte la seconda elementare, grande vanto di famiglia) ne sapeva più di qualche medico che lavorava con me a Brum.

Nella totale e preoccupante anelasticità mentale della periferia piovosa di Birmingham, il popolo ottuso e cirrotico si è trovato improvvisamente in ospedale dei nuovi cartelli alle porte dei bagni.

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Non risolverà certo le discriminazioni, non farà smettere le prese in giro e gli insulti, non cesseranno magari i commenti spregevoli, ma il solo fatto di essere riconosciuti da un’entità superiore e più potente del bigottissimo vicino di casa lo considero comunque un enorme passo avanti. Il potere dello Stato può raggiungere ogni angolo del Paese, ed è solo con questi segnali, passo dopo passo, che fra qualche decennio e un paio di generazioni, forse, si spera, anche l’ignorante inglese medio inserirà nel suo baratro di qualunquismo la consapevolezza che essere diversi è in realtà normale.


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“We all want a tortilla chip that can support the weight of guacamole”

L’altro giorno è salita in autobus una mini me, di quindici o sedici anni. Corti riccioli ribelli, di quel castano che un tempo è stato biondo, occhi chiari, vestita in quel modo che a primo sguardo non si capisce se sia femmina o maschio, come se poi dovesse importare, per qualche infondata eredità trasmessa da mentalità ristrette a ignorante prole pecorona.
La mini me si è seduta di fronte a quella che è la sua fidanzata. Due ragazzine delle superiori che si guardano innamorate, tenendosi per mano, ogni tanto un bacio sulla guancia, uno sul naso, uno sulle labbra, e di nuovo a ridacchiare per quegli scherzi e quelle battute che capiscono solo loro e nessun altro al mondo, perchè ci sono solo loro due in questo mondo, e nessun altro.
C’è una ragazza, forse della mia età, forse un po’ più giovane. Le vede sedute davanti a sé, nella loro bolla di amore, incuranti del fatto che lei è lì, incuranti del fatto che a lei, rigoroso esempio di moralità ed educazione, questo scempio proprio non va giù. Si gira verso la signora accanto a lei e fa quel classico gesto di “ma ti pare che si possa vedere una cosa del genere?”, con la mano aperta, palmo in su, rivolta verso le scostumate, pur tuttavia senza indicare, perchè non sarebbe educato. Con quella smorfia sulla faccia, le labbra contrite e il mento che punta in direzione di quella vergogna pubblica, in autobus addirittura, alle tre del pomeriggio.

Vorrei ringraziare la mini me. Grazie. Grazie per essere così giovane e così libera, per aver continuato a tenere la mano della tua fidanzata in quell’autobus nella periferia fiorentina alle tre del pomeriggio. Grazie per il tuo coraggio e il tuo esempio di amore, avrei voluto avere la tua fortuna o il tuo coraggio alla tua età.
Abbiamo comunque qualcosa in comune tu ed io, riccioli a parte: il rispetto per chi siamo, per chiunque gli altri siano, senza limiti né pregiudizi.
C’erano tante persone in piedi in quell’autobus e un solo posto a sedere libero, accanto ad una ragazza di colore. Sono andata io a sedermi lì. Buffo il fatto che la seconda ragazza di colore dell’intero autobus fosse la tua fidanzata.

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Buone maniere

Ci sono piccole accortezze che possono rendere molto più facile e tranquilla la vita di alcune persone. Come per esempio oggi, in una chiacchiera qualsiasi in pausa pranzo un’altra specializzanda se ne è uscita con la seguente frase: “Are you seeing anyone?”.

Lì per lì non ci ho fatto particolarmente caso, ma dopo un po’ ci ho ripensato e mi sono accorta che era la prima volta in assoluto che qualcuno mi faceva una domanda del genere, e per giunta con un tono incredibilmente neutro, senza aspettative, senza pregiudizi. Raramente in Italia le persone mi chiedevano “Sei fidanzata?”, perché suona abbastanza seria come cosa, piglia anche un po’ male diciamo la verità. Solitamente le parole usate sono “Ce l’hai il fidanzato/ragazzo?”. Il che mi fa uscire dai gangheri. Basta guardarmi per più di dieci minuti e si intuisce che al 90% non ce l’ho il fidanzato, quindi perché me lo stai chiedendo? Hai un cervello veramente ottuso o ti senti in imbarazzo a chiedermi se ho la ragazza? Non ce l’ho il fidanzato, e il fatto che me lo hai chiesto mi dà anche fastidio, mi mette a disagio perché a quel punto la tua inadeguatezza è stata riversata tutta su di me. Cosa vuoi sentirti dire? Un no veritiero ma omissivo e quindi alla fin fine falso, o un no esplicativo della mia sessualità? Che però, insomma, chi ti conosce? Che ne so che per esempio non sei omofobo? Non dovrebbero esistere queste persone ma purtroppo ci sono e ne conosco anche qualcuna, e se magari ti offendi addirittura, mi tratti male? E per cosa? Per una domanda banalissima che capita praticamente ogni volta che due persone cominciano a conoscersi, per amicizia, per lavoro, per qualcosa di più, per quello che vuoi.

E invece semplicemente “Ti vedi con qualcuno?”. Molto meglio no? Non c’è inadeguatezza, puoi rispondere la verità, decidendo poi se specificare e raccontare di più oppure no, se sei una persona riservata daresti comunque poche informazioni, ma per lo meno non falsate. Senza pressioni, senza aspettative, senza pregiudizi.


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è un bicchiere di vino con un panino la felicità

Stavo compilando un curriculum online britannico, solite cose, generalità, titoli di studio bla bla bla. In UK spesso chiedono anche etnia, religione, stato civile, non ci faccio nemmeno più caso.
Ieri però sono rimasta sbalordita. Anzi, sbalordita è dir poco. Una domanda che mi ha spiazzato, non tanto per la domanda in sé, quanto piuttosto per la distanza anni luce che separa il mio Paese dal richiedere una cosa come questa in un curriculum, al pari dell’indirizzo o del voto di laurea.

Is your gender identity the same as the gender you were assigned at birth?

Qui si parla di teorie gender che manco ho capito di che chiacchierano, gente che protesta e si lamenta di non so che, matrimoni gay nel giorno del mai, sentinelle e family day, malattie e deviazioni, ignoranza a badilate.
Mi consolo con un panino alla mortadella e un bel bicchiere di Chianti, almeno quelli all’estero non ce li hanno.


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Coming out #2

La scorsa settimana è stato il compleanno della mia carissima amica Joey. Mi sono ritrovata sabato sera alla sua “festa”, che in realtà è stato un tranquillissimo aperitivo. Fra pochi giorni Joey diventa Dottoressa e ha la tesi, i pazienti, la professoressa col fiato sul collo, è stressata, mi chiama e piange al telefono, non dorme, mi è dimagrita qualcosa come sei chili, uno per ogni anno trascorso con il fidanzato che l’ha mollata di punto in bianco poco tempo fa. Per far capire l’andazzo, il regalo è stato un massaggio rilassante. Invecchiamo inesorabilmente.
E insomma, c’aveva da andare a letto presto, la revisione della tesi incombe, un aperitivo veloce giusto per dire che era il suo compleanno e poi a nanna.
Arrivo al locale e ci trovo S con tutta la sua schiera di amici, quelli che vivono nella terra di mezzo o che so io.
Per rimanere in tema “Tutti si ricordano di me“, mi presento a tale fanciulla, simpatica giocatrice di rugby ben piantata, stretta di mano possente e risata contagiosa, convinta che fosse la prima volta che ci incontravamo. Ma ovviamente ci eravamo già conosciute.. alla laurea di S, qualcosa come un anno e mezzo fa, per forse tre ore. Mi ha fatto pensare a quando, a Tokyo, un’amica svizzera del mio vicino di casa mi disse “No, ma ci siamo conosciute quando sono venuta in Italia cinque anni fa, ti abbiamo trovato per caso per strada, abbiamo parlato qualche minuto”. Giusto per ribadire quanto frequentemente mi capiti questa cosa, ecco. E giuro che non ho i capelli evidenziatore!

Ad un certo punto della serata, la rugbista se ne viene fuori con questo video di giocatori mezzi nudi, tutti muscolosi e aitanti. Gridolini di giubilo e ommioddio da parte delle donzelle, commenti come “si vede lontano un miglio che sono pompati” da parte dei ragazzuoli, “pompati sopra e spompati sotto”, le solite cose. Il cellulare con il video fa il giro del tavolo ed arriva anche nelle mie mani. Il mio sguardo di indifferenza credo sia stato storico. Solo quando uno degli elfi (o forse fa il nano, non saprei) googola le foto di Angelina Jolie gridando “ora si ragiona vedi”, mi sono un attimo ravvivata.

Mi è tornato alla mente, con un certo magone tra l’altro, quel sabato sera di tanti anni fa. Sarò stata, credo, in prima o seconda media, ed eravamo, guarda caso, proprio ad un compleanno, nella tristissima pizzeria del paesello, quella che ha ancora, da secoli immemori, le stesse tendine gialle di unto, la solita partita di calcio sullo schermo del televisorino appeso alla parete sopra i tavoli, l’immodificabile menu con ditate di grasso, per dessert ignoranza.
Argomento hot della serata: Baywatch.

proprio adesso, mentre scrivo, mi è venuto da sorridere, ma uno di quei sorrisi tristi, presente? ho un attimo il cuore in gola, deglutisco e lo ributto giù

Popolazione maschile goliardicamente indecisa tra la bionda super Pamelona, e la morettina Caroline Holden; popolazione femminile che si stava per accapigliare nella difficoltosa scelta del più figaccione. Io, come al solito, in silenzio. Poi chiedono la mia opinione e il mio cervello entra nel panico. Non potevo certo dire “una delle sorelle Holden, scegliete voi, mi vanno bene entrambe”, rischiavo di essere cacciata dalla pizzeria del paesello, a quei tempi meglio lebbrosa che lella. Me ne uscii con un balbettassimo e sussurrato “Mitch……?”. Era chiaro che non sapevo di cosa stessi parlando, risposta sbagliatissima, meeeeeeee, lampeggiante rosso sopra la testa, eliminata, aprite la botola!

Fui derisa per il resto della serata, anche fuori, nel parcheggio, mentre aspettavamo che i genitori ci venissero a riprendere. Eppure io ce l’avevo la risposta giusta! Era Caroline, dannazione, era giusta, la sapevo! Ma se davo la risposta giusta, sarebbe diventava comunque sbagliata, mi avrebbero preso in giro ugualmente. E allora com’è la questione qua? Esiste un giusto che è giusto per tutti, o c’è un giusto che è giusto solo per alcuni e sbagliato per gli altri? Un paio di anni più tardi lessi La fattoria degli animali, e tutto fu più chiaro.