Mese: aprile 2017

Angiolo

La famiglia ti capita. Te la ritrovi, nel bene e nel male, e non importa se ti lamenti o non la sopporti, è lì e te la tieni. L’unica persona della famiglia che scegli è quella che condividerà il resto o parte della tua vita. Non puoi sceglierti i genitori, non puoi sceglierti i figli, la suocera è quella, lo zio pure, la cognata te l’ha scelta qualcun altro. È inutile far finta di niente, all’interno della famiglia ci sono quelli che proprio non sopporti, quelli che tolleri giusto per il pranzo di Natale e per un paio di telefonate all’anno, quelli con cui stai bene, e infine i tuoi preferiti.

Eri uno dei miei preferiti. Non era necessario parlare, ci capivamo con uno sguardo, semplici gesti. Così tante cose non ti ho mai detto, così poco coraggio ho sempre avuto. Ma eri uno dei miei preferiti. Mi hai insegnato, forse senza nemmeno volerlo, la lezione più importante di tutte: mai arrendersi, se sconfitti sempre rialzarsi, con orgoglio. Mai arrendersi. Anche se vai in guerra, anche se finisci in campo di concentramento e poi in un secondo ancora, anche se torni a casa a piedi dopo anni e con addosso solo quaranta chili, anche se in Germania ci hai lasciato la dignità di essere umano e gli altri quaranta chili. Mai arrendersi.
Sempre poche parole fra di noi, molti piccoli gesti pieni di significato. Come l’ultima volta che sono venuta a prenderti per portarti alla casa in campagna. Due ore in auto, la radio. Guidavo con una mano sola, con l’altra tenevo la tua. Lo sapevo che mancava poco, lo sapevo che te ne stavi per andare. Non era un segreto nemmeno per te.

Mi dicevi sempre che aspettavi che ti portassi a casa un giovanotto. In realtà ti ho sempre voluto dire che ti avrei portato a casa un’amica. Ma lo sapevi. Non la conoscerai però, peccato. Le dirò che eri uno dei miei preferiti. Le racconterò di quell’ultima volta che mi hai chiamato dal corridoio per chiedere il permesso di entrare nella mia camera. Ti annunciavi già dal corridoio, appoggiato al bastone, ti venivo ad accogliere sulla soglia. Le racconterò che ti sei seduto sul mio letto e che dal taschino del tuo solito gilet azzurro hai tirato fuori una chiave.
“Prendila te, è della cassaforte” hai detto. Avevi due figli, tre nipoti e addirittura tre pronipoti, ma la chiave l’hai data a me. Te ne saresti andato di lì a poco, non era più un segreto ormai per nessuno.

Ho sempre avuto paura del tuo giudizio, tu eri bianco e nero mentre io tutte le sfumature nel mezzo. Mi hai trasmesso la tua curiosità e la tua capacità di adattarsi alle novità, ai cambiamenti, è vero, ma forse ti avrei chiesto un cambiamento troppo grande dicendoti la verità, i giudizi severi non ti sono mai mancati e quelli io non li ho ereditati. Forse però è per questo che mi hai lasciato la chiave, perché sapevi che avrei accettato la novità senza mai giudicarla, senza mai giudicarti.
Zia mi ha telefonato ben due volte dopo il funerale, voleva aprire la cassaforte, alcuni gioielli le spettavano a quanto pareva. Ma io non avevo ancora voglia di tornare nel tuo appartamento, nel tuo odore, nei tuoi ricordi. Solo settimane dopo ho riaperto la porta di quella che era stata la tua vita. L’orologio a pendolo scandiva ogni secondo che non c’eri, il bastone era nel vaso all’ingresso, le tue medicine ancora sulla mensola in cucina, il cappellino nero che ti avevo portato da Los Angeles e che mettevi per le occasioni speciali era al suo solito posto appeso all’attaccapanni.
Pochi gioielli in cassaforte, qualche documento, una foto in bianco e nero di una giovane ragazza sorridente seduta su un grande masso in mezzo a un fiumiciattolo. Dietro, il suo nome e cognome, straniero, un suono tedesco. Un’altra foto, sbiadita: una bambina di cinque o sei anni su un cavallo a dondolo, il nome dietro dice Angela scritto in bella calligrafia, e un altro cognome straniero.

Sulla foto profilo di Facebook tiene in collo il suo nipotino alla festa di compleanno, due candeline sulla torta di fronte a loro. È diventata nonna presto, è ancora giovanile, stessi occhioni sorridenti della foto sbiadita, stesso naso aquilino, il tuo.
Fa l’architetto a Francoforte. Sua madre è morta ormai da qualche anno. Le mando un sms per dirle che il mio aereo ancora non è decollato, farò qualche minuto di ritardo. Rileggo la lettera, era tra i documenti, finisce così:

Tu mi salvasti la vita e io ti ringraziai con l’unica cosa che mi era rimasta, l’amore. Mai minestra fu più buona. Oramai parlo tedesco sono negli incubi. Danke.
Tuo,
Angiolo

Ho trovato l’ignoranza nell’uovo di Pasqua ma non è stata una sorpresa

Ai pranzi di famiglia puntuale sorge la domanda: ma perché invece di andare sempre in giro per il mondo non ti trovi un fidanzato?

Di cosa mi sa una domanda del genere?
Andare in giro per il mondo è peggio che avere un fidanzato?
Se hai un fidanzato non puoi viaggiare?
Se hai il fidanzato allora hai il permesso di vedere il mondo?
Come mai due cose così diverse, viaggiare e stare con qualcuno, sono sullo stesso piano? Quale termine di paragone o confronto viene utilizzato? Non saprei..

Mia madre dice che sono un rospo e ad essere sincera non lo nego, ma proprio non ce la faccio. Non so come mai le persone non riescono a pensare con la loro testa, pur essendo dotate di cervello, non comprendo come sia possibile essere così chiusi in una mentalità che gli è stata costruita intorno, che non necessariamente è la loro ma ci si sono trovati e stanno lì imperterriti.

Uno dei miei gatti si chiama Matisse. Le abbiamo dato questo nome prima di sapere che fosse femmina, perché semplicemente ha il musetto che ispira Matisse. L’avremmo chiamata così anche se avessimo saputo che era femmina? Probabilmente.. sì, no, non importa, si chiama Matisse. Ma mio cugino non concepisce che una femmina possa avere un nome da maschio. Mio cugino, trentenne, con famiglia sulle spalle, che alla prima occasione offende i gay perché “non è naturale” e “è solo di moda”. Come se Matisse non fosse in realtà il cognome (l’ignoranza incombe si sa). E anche se la mia gatta si chiamasse Henri non va bene perché è femmina? Chi l’ha decisa questa cosa?

Potrei anche dire in famiglia che ho la fidanzata invece del fidanzato, e che viaggiamo insieme. Si sentirebbero più tranquilli? Non credo. Anche per mia madre “non è naturale”, ci ha tenuto a farmelo presente quando ho fatto coming out, ma per fortuna è una donna intelligente e si sta abituando a lei.
Il nome Matisse lo ha scelto mia madre in fin dei conti.

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S’è svampato signò

Ho passato un paio di settimane nelle Filippine. Bel Paese, lo consiglio vivamente. L’ho trovato diverso da altre zone del sudest asiatico, meno ammaliante, per niente affascinante, non lascia quella profonda sensazione di aver tradito la propria cultura ed essersi innamorati di un’altra, come magari può capitare in Birmania o a Bali. Non ti sembra insomma di aver trovato un’amante e aver perso la testa, quanto torni a casa e non fai che pensare a lei e ogni cosa ti sembra priva di senso, vuota di significato, e vuoi lasciare tutto e tutti per morire tra le sue braccia. No, non è per niente così con le Filippine. Credo dipenda dal fatto che sono principalmente cattolici, ed è ancora peggio quindi perché ti senti a casa, anzi, la tua casa ha ricevuto un upgrade tropicale e tu, da quell’amaca sotto le palme con vista barriera corallina e mare celeste trasparente, non te ne vuoi più andare. Entri in modalità Salento a fine settembre, quando tutto il casino se ne è tornato in città, le giornate sono ancora splendide e guidi con i finestrini abbassati lungo la costa scrutando il mare per scegliere lo scoglio giusto dal quale tuffarsi, senza fretta, solo occhiali da sole e la musica tra il vento.

Non sono molto organizzati i filippini, questo no. Si devono rendere conto che sostanzialmente l’unico patrimonio che hanno è il mare e poco altro, e di conseguenza non è bello (né remunerativo per il futuro) lasciare bottiglie di plastica o reti da pesca rotte sulle spiagge. Le noci di cocco aperte, seppur organiche, non vanno lasciate lungo il bagnasciuga, semplicemente perché danno fastidio, non fanno raggiungere quel livello sayan di paradiso tropicale cristallino tipico di altri luoghi nel mondo. Non è nemmeno furbo far entrare una trentina di barche dentro una minuscola laguna perché la bellezza del luogo viene ovviamente oscurata dal traffico, nemmeno riesci a fare una foto decente, ma soprattutto nemmeno riesci a tuffarti perché rischi di andare a battere una capata sulla barca di fianco. Un po’ come far parcheggiare gli autobus in piazza San Pietro, o potare gli ulivi in Puglia e scaricare i rami in spiaggia, non si fa. Non si fa perché l’armonia dell’estetica va preservata come patrimonio mondiale, ecco perché. Ma ci arriveranno anche i filippini, fra pochi anni secondo me sarà una perfetta metà turistica tropicale, incontaminata. Mettetela nella vostra lista dei luoghi da visitare insomma.

Tutto questo post per dire una sola cosa in realtà: a Palawan potete noleggiare la macchina senza problemi e andarvene in giro per i fatti vostri.
Prima di partire ho cercato in milioni di siti internet e le poche notizie trovate a riguardo parlavano di strade disastrate, aiuto non vi azzardate a prendere una macchina a nolo rischiate di rimanerci secchi. E ciò mi sembrava strano, qualcosa mi puzzava. Allora lo scrivo qui se qualcuno ne dovesse aver bisogno: da Puerto Princesa in su (non saprei di preciso per la parte sud dell’isola perché non ci sono andata), guidate sereni.  Quasi tutte le strade sono asfaltate e le non asfaltate sono tranquillamente affrontabili con un 4×4. Se non sapete cambiare una ruota non allarmatevi, fermate il primo filippino che vi capita a tiro e vi aiuterà sicuramente. Inoltre ci sono gommisti ogni chilometro più o meno. Ecco, questo è quanto.

E se siete vegani non andate nelle Filippine per ora perché potreste morire di fame.