Programmo la fuga

on my way to myself


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“We all want a tortilla chip that can support the weight of guacamole”

L’altro giorno è salita in autobus una mini me, di quindici o sedici anni. Corti riccioli ribelli, di quel castano che un tempo è stato biondo, occhi chiari, vestita in quel modo che a primo sguardo non si capisce se sia femmina o maschio, come se poi dovesse importare, per qualche infondata eredità trasmessa da mentalità ristrette a ignorante prole pecorona.
La mini me si è seduta di fronte a quella che è la sua fidanzata. Due ragazzine delle superiori che si guardano innamorate, tenendosi per mano, ogni tanto un bacio sulla guancia, uno sul naso, uno sulle labbra, e di nuovo a ridacchiare per quegli scherzi e quelle battute che capiscono solo loro e nessun altro al mondo, perchè ci sono solo loro due in questo mondo, e nessun altro.
C’è una ragazza, forse della mia età, forse un po’ più giovane. Le vede sedute davanti a sé, nella loro bolla di amore, incuranti del fatto che lei è lì, incuranti del fatto che a lei, rigoroso esempio di moralità ed educazione, questo scempio proprio non va giù. Si gira verso la signora accanto a lei e fa quel classico gesto di “ma ti pare che si possa vedere una cosa del genere?”, con la mano aperta, palmo in su, rivolta verso le scostumate, pur tuttavia senza indicare, perchè non sarebbe educato. Con quella smorfia sulla faccia, le labbra contrite e il mento che punta in direzione di quella vergogna pubblica, in autobus addirittura, alle tre del pomeriggio.

Vorrei ringraziare la mini me. Grazie. Grazie per essere così giovane e così libera, per aver continuato a tenere la mano della tua fidanzata in quell’autobus nella periferia fiorentina alle tre del pomeriggio. Grazie per il tuo coraggio e il tuo esempio di amore, avrei voluto avere la tua fortuna o il tuo coraggio alla tua età.
Abbiamo comunque qualcosa in comune tu ed io, riccioli a parte: il rispetto per chi siamo, per chiunque gli altri siano, senza limiti né pregiudizi.
C’erano tante persone in piedi in quell’autobus e un solo posto a sedere libero, accanto ad una ragazza di colore. Sono andata io a sedermi lì. Buffo il fatto che la seconda ragazza di colore dell’intero autobus fosse la tua fidanzata.

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“Mi sa che c’è qualcun altro che sta imparando dai miei errori al posto mio”

“Jon si dirigeva verso la scuola.
Era preoccupato per la lezione di matematica.
Non era sicuro di riuscire a controllare di nuovo la classe, oggi.
Ciò non rientrava fra i compiti di un bidello”

La mente fa le sue congetture, anticipa significati che sono diversi dalla verità, giudica prima di avere tutte le informazioni, la mente interpreta la realtà. La interpreta basandosi sulle sue esperienze precedenti, su quello che già conosce, per sentito dire. Ma è anche in grado di imparare, impara e modifica il giudizio che aveva prima costruito, se questo si discosta dalla realtà dei fatti.
Jon non è un bambino che va a scuola, non è un insegnante, è un bidello. La mente si era sbagliata nel suo pregiudizio ed ha aggiornato l’opinione, quasi sorpresa del proprio errore, divertita per un istante per essersi fatta ingannare così facilmente, da dilettante. Sorride, cambia opinione.

A volte ci sbagliamo, la realtà è diversa da quello che pensiamo, le persone sono diverse da quello che crediamo per sentito dire. La nostra mente aggiorna i significati che aveva anticipato ma noi non modifichiamo il nostro pregiudizio. Anche se ci hanno detto che Jon non è un alunno, noi non ci crediamo. Peggio ancora, anche se abbiamo conosciuto Jon di persona e abbiamo constato che fa il bidello, noi continuiamo a non crederci.
Sorridiamo, cambiamo opinione.