Programmo la fuga

on my way to myself


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“Frontiere? Non ne ho mai viste, ma ho sentito che esistono nella mente di alcune persone”

Mi siedo in treno e di fronte a me c’è questo ragazzo. Lo guardo e so che è appena tornato dal cammino di Santiago. Una certezza che arriva così, da sola. Il treno viene dall’aeroporto e sta andando verso il centro città.
So che è appena tornato, ha quello sguardo. Quello sguardo sereno di chi ha fatto un viaggio che gli ha cambiato la vita, quello sguardo teso di chi sta per arrivare a casa e ha timore di comunicare a famiglia e amici quello che ha deciso di fare della sua vita, mentre camminava e camminava e non poteva fare altro che guardare il mondo e pensare e sognare. Quello sguardo pieno di speranza, deciso, di chi sa che qualsiasi fosse il motivo per il suo cammino adesso è tutto chiaro, tutto risolto. Quello sguardo un po’ triste di chi sa che forse i giorni più belli della propria vita sono appena finiti ma è fiducioso che ne arriveranno altri e non potrà far altro che ringraziare quel vento e quel sole, il sudore e la pioggia, la stanchezza e la fame di un cammino che lo hanno portato ad avere la vita che ha sempre sognato di avere.

So tutto questo solo guardando il ragazzo seduto di fronte a me. Non c’è bisogno di parole, a volte un viaggio ti si legge in faccia, perché alcuni viaggi ti cambiano, ti rendono chi saresti sempre dovuto essere ma non avevi il coraggio di diventare. Alcuni viaggi ti lasciano scritto in fronte quella libertà e quella forza che poche altre esperienze ti regalano. C’è un cammino che almeno una volta nella vita bisogna fare, ed è quello dentro di noi, con noi stessi, verso noi stessi.

Poi arriviamo alla stazione centrale, il ragazzo tira giù dallo scompartimento il suo zainone e se lo mette in spalla. Quando si gira vedo cucita sulla tasca più grande la conchiglia di San Giacomo.

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