Programmo la fuga

on my way to myself


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Serendipity

Metto sempre la musica in modalità casuale, passo dal pop al jazz all’elettronica al rap al country al blues all’alternativa alla disco all’hip hop. Non è la canzone che si adatta al momento, è il momento che assume un significato diverso a seconda del sottofondo.
Passo il mio tempo a camminare con le cuffiette a tutto volume per non sentire quello che gli altri hanno da dire, perché semplicemente non mi interessa, guardo le loro espressioni, i loro occhi mi raccontano la vita e i sogni, li osservo ballare al ritmo di una colonna sonora casuale, decisa da non si sa bene chi, marionette alcune più coordinate di altre.

Vivo la mia vita in modalità casuale, prendo senza battere ciglio i giorni lenti e noiosi, passo in apnea quelli da rap arrabbiato, a volte con la voglia di gridare a pieni polmoni, o ballare con sconosciuti attraversando la strada, assaporo un sax sotto la pioggia, muovo la testa al beat che mi capita.
Vivo le persone che mi circondano in modalità casuale, ci sono finché ci sono e poi non ci sono più, devo prendere quello che viene e accontentarmi. Non so se le rivedrò, faccio finta di sì così mi mancano meno, ma credo di no così se non le rivedo lo sapevo già e se invece le incontro di nuovo sono più sorpresa che mai.

Raramente mi ubriaco quando viaggio da sola, è tipo una regola di sicurezza base, soprattutto in quanto donna. Mi sono sentita dire che non so divertirmi, che sono noiosa, che mi devo lasciare andare, ma ho comunque preferito rimanere in ostello il sabato sera e farmi prendere in giro piuttosto che rischiare. Non ho storie da discoteca né conquiste di una notte, ma la cosa importante è che non ho brutti racconti. E soprattutto continuo ad avere il mio passaporto in tasca insieme al portafoglio. Ci sono priorità quando si viaggia. Bevo con moderazione, e solo quando so di essere in un ambiente protetto posso ordinare il terzo o il quarto giro.
Come quando ad Hiroshima un signore arrivò al ryokan in tarda serata con la sua bicicletta e regalò alla proprietaria quattro bottiglie di sake appena imbottigliato. Siamo finiti a parlare della guerra e della pace, dei fiori di ciliegio e di manga, qualcuno suonava la chitarra e cantavamo, parlavamo tutte le lingue, e quando siamo barcollati nelle nostre stanze la neozelandese che dormiva accanto a me è inciampata nel tatami e siamo finite in terra a ridere per mezz’ora, con l’americano che provava a tirarci su ma alla fine si è messo a dormire nel corridoio con l’asciugamano come coperta.
O come quando a Cairns, per l’Australia Day, un cileno già ubriaco stronco alle cinque del pomeriggio mi invitò al tavolo a bere. Rifiutai con gentilezza, ma poi una ragazza inglese si avvicinò e mi disse che anche lei all’inizio non si fidava ma andava tutto bene. Il cileno offriva da bere a tutti coloro che passavano per strada da soli, era lì da mezzogiorno e aveva creato un tavolo con tutte le nazionalità, aveva speso un capitale ma era felice e gridava sempre “Aussie aussie aussie oi oi oi”. Li abbandonai dopo un paio di gin tonic e cinque pinte a stomaco vuoto, tuttora la sbornia più sonante della mia vita.

Poi capita il venerdì sera a Birmingham, a un anno di distanza da quell’Australia Day, di uscire di nuovo a bere con la ragazza inglese, una biondina che muove la testa al ritmo di una canzone che solo lei sente nella sua testa, una canzone che la mia vita in modalità casuale ha fatto passare di nuovo.
Chissà cosa porterà un messaggio o una giornata di sole, chissà cosa porterà una passeggiata o la fila alla cassa del supermercato, sicuramente un’altra canzone in sottofondo che ti sorprenderà perché perfetta anche se imprevedibile.