Mese: gennaio 2016

Effetto farfalla

Non si sa bene cosa ti lasci dietro quando te ne vai in giro per il mondo. Sicuramente porti con te molte cose, ricordi, sapori, tramonti, una discesa in bicicletta, un volto. Ma senza volerlo lasci anche qualcosa di te, un segno, un sorriso, una birra in compagnia, un racconto di casa, la verità ad uno sconosciuto. 

È da qualche settimana che ho portato in reparto la moka elettrica. Non ci sono i fornelli nel cucinotto e il caffè dell’ospedale britannico è da dimenticare, un brutto incubo. Sono diventata velocemente famosa nei vari reparti, infermieri e dottori sanno che io sono quella col caffè speciale. Nonostante questo continuano lo stesso a propormi una tazza di tè. Ogni ora. Perché siamo in Inghilterra ed è educato bere tè. Sempre. Una volta una dottoressa se ne è uscita con “credo non ci sia tragedia o stress che non possa essere migliorato da una buona tazza di tè”. Bevanda miracolosa, necessaria a qualsiasi ora del giorno e della notte, nota per le sue proprietà confortanti. Mi dispiace dirle che ha una leucemia, le va una tazza di tè?
Ero di guardia lo scorso fine settimana e durante una delle disperate fughe in cerca di caffeina ho offerto una tazzina di moka a una delle donne delle pulizie che mi scrutava mentre preparavo la macchinetta. Oggi mi ha rivisto in ascensore e mi ha confessato che il caffè le è piaciuto così tanto che quando è tornata a casa la sera ha ordinato la Bialetti su Amazon. 

Lasci pezzettini di te alle persone, senza nemmeno rendertene conto regali qualcosa che sarà per sempre loro. Come quando a Befana mi è arrivata la foto di un’infermiera australiana che non sentivo da mesi: calze piene di chicche e un messaggio “ho cominciato la tradizione della Befana anche qua da noi”. Bastano piccole cose per cambiare la vita di qualcuno all’altro capo del mondo. 

Le mie memorie #3

(Le mie memorie #2)

Dopo circa 3 mesi si partì per l’Albania destinati a raggiungere il nostro Reggimento in Grecia, era la prima volta che salivo su di una nave, per me fu un avvenimento che non potrò mai dimenticare, il mare era molto mosso, i miei compagni chi vomitava da una parte e chi da l’altra, io che non riesco a vomitare stavo malissimo, ma il mio pensiero più grande era quello di essere lontano dai miei genitori e da tutti i miei fratelli e sorelle, in special modo la mia A e il P perché loro erano ancora così piccoli…

Ma giunti in vista della costa albanese si vide le antenne della famosa nave Paganini che era stata affondata pochi giorni prima, e dove erano morti tanti soldati del nostro Reggimento.

Appena messo piede a terra nel porto di Durazzo si ebbe tutti un sospiro di sollievo, perché il mare oltre ad essere cattivo, era tutto minato.

Raggiunto il nostro Reggimento si partì ben presto per il Montenegro, Jugoslavia, dove cera stata la famosa rivolta contro le nostre truppe di occupazione.

Dopo la campagna del Montenegro con base Podgorica che durò quasi un’anno, il mio gruppo fù rimpatriato, per andare a rinforsare il 17º Reggimento Divisione Torino il quale era stato decimato in Russia.

Sicché con quella occasione si rimise piede in Italia e quindi a Firenze, alla Zecca non cera posto per noi, e quindi ci buttarono ai macelli di Rifredi in via Circondaria. Noi che già provvisoriamente eravamo di nuovo a Firenze si aveva il grande desiderio di rivedere i nostri cari, ma di permessi non se ne parlava. E allora una sera mentre eravamo in libera uscita, io e alcuni miei compagni tutti del Valdarno, si decise di fare una scappata a casa nostra, si andò alla stazione della Sita si prende il pulma che andava nel Valdarno e si parte, era inverno e molto freddo, arrivati sul San Donato, proprio all’altezza dove è morto il fratello di Gino Bartali, il pulma non va più avanti per via della troppa neve che era caduta in quella sera, l’autista si rivolge ai passeggeri dicendo signori qui non è più possibile andare avanti chi vole andare avanti scenda pure e gli altri li riporto a Firenze.

Noi militari si decise di continuare a piedi.

Continua…

Quattro morti per un miracolato 

C’è chi rimane in silenzio. Annuisce, lo vedi che ha capito, ma rimane in silenzio. Fai domande e sai già le risposte, ma le devi fare lo stesso. Rimane comunque in silenzio. Ti affida la sua vita con uno sguardo, la tieni nelle tue mani per un po’, fai del tuo meglio ma sapevi già la risposta e la fine non tarda ad arrivare. 

C’è chi ti nega in faccia la verità. Scuote la testa come un bambino di cinque anni che non vuole mangiare le verdure e dice no no no no. E puoi solo dire che va bene così. Quando realizzerà che dicevi la verità si metterà a piangere e ti chiederà aiuto, anche se magari sarà troppo tardi. Non ti chiederà mai scusa perché non c’è niente da perdonare. 

C’è chi continuerà a fare finta di niente. Sorriderà e farà battute anche quando vomiterà feci. È quello che non ti dirà mai che ha dolore perché non ti vuole disturbare, o forse perché veramente non ha dolore. Gli altri intorno piangeranno e lui chiuderà gli occhi con un sorriso. 

C’è chi se ne va perché è il momento giusto e non rimane altro da fare se non fare l’ultima cosa. 

C’è chi crede che Dio lo salverà. 

C’è chi si suicida. 

C’è chi sembra pieno di speranza ma in realtà è solo pieno di paura. 

C’è chi resiste contro il tempo, contro le aspettative e contro Dio. Sulla carta lo dai per spacciato, lo guardi e al massimo scommetteresti un’altra settimana, non di più. E invece il giorno dopo trotterella in giro come niente fosse, più forte di quanto non sia mai stato perché ha vinto la battaglia impossibile da vincere. 

Non c’è un modo giusto per affrontare la morte e non c’è un modo giusto per affrontare la vita. Siamo qui ad accettarne ogni sfumatura, ogni capriccio, ogni imprevisto e ogni lacrima, di dolore o di gioia. Siamo qui a stringere una mano che ad un certo punto lascerà andare la presa. Siamo qui ad acchiapparla appena si allunga a cercare un appiglio. Non c’è un modo giusto. Le risposte giuste si hanno solo quando non ci siamo più. 

First sale of the new millennium

Il capodanno del 2000 ero a Santa Fe, New Mexico, negli Stati Uniti. Ricordo che era freddo, c’erano ghiaccio e neve, e nella camera dell’albergo avevamo un caminetto, con legna pronta all’uso. C’era anche una torcia e un foglio informativo su cosa fare in caso di black out totale, se per caso lo scattare del nuovo millennio invece di presentarti un altro primo gennaio avesse optato per un qualche scenario apocalittico.

Sarebbe stato a dir poco holliwoodiano risvegliarsi nel cuore di una riserva indiana americana all’indomani di un devastante e distruttivo millennio bug, computer in tilt, macchinari impazziti, conti correnti bancari persi e soldi risucchiati in un buco nero. Solo le tue capacità di sopravvivenza nella sterminata natura del New Mexico, contro animali selvatici, contro le intemperie, contro le altre persone, che ormai libere da qualsiasi legge ti costringono a giocare sporco, tirano fuori la tua parte violenta, sopravvive il più forte e il più furbo. Saresti quel personaggio che sa sempre cosa sta per accadere, sa sempre cosa dire e cosa fare, sa risolvere tutti i problemi con le più ingegnose e improbabili soluzioni, che ne sa a pacchi insomma. O magari saresti la ragazzina che tutti vogliono proteggere perché la credono troppo debole, mentre invece si rivelerà tostissima quando farà fuori tre bisonti impazziti usando arti marziali combinate, tecniche imparate con anni di sudati allenamenti per ottenere quelle diciotto cinture nere di cui gli altri personaggi non erano a conoscenza. Forse invece saresti il vecchio indiano dal nome fighissimo, saggio, di poche parole, che quando parla dice due frasi dall’oscuro significato, quello che a un certo punto tira fuori la magia, prepara unguenti medici con piante e denti di serpenti, sa comunicare con i segnali di fumo. Dopo innumerevoli peripezie, mentre i cattivi cercano di far saltare in aria la vicina centrale nucleare, viene finalmente trovato il super nerd che riuscirà, all’ultimo istante, dopo aver premuto tasti a caso sulla tastiera dell’unico computer ancora funzionante, ad aggiustare il bug.

E invece niente, è stato un altro normale primo gennaio. Colazione, una passeggiata, guardi le vetrine, compri un souvenir. Ma come testimonia la ricevuta che conservo ancora nella mia scatola dei viaggi, quel souvenir è stato la prima vendita del nuovo millennio in un piccolo negozio da qualche parte in New Mexico, meno di dieci dollari, first sale of the new millennium scritto a mano dalla signora alla cassa.