Programmo la fuga

on my way to myself


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Buttati che è morbido 

Mentre preparavo cena mi sono accorta che oggi, senza nemmeno volerlo, ho fatto vigilia: pesce a pranzo, la sera verdure. Non pensavo sarei rimasta così compiaciuta della cosa, ma devo ammettere che mi ha fatto stranamente piacere. Sono ad anni luce di distanza dall’essere religiosa ma mentre cucinavo mi è tornata in mente la Pasqua che ho trascorso in Australia qualche anno fa. Dissi a mia nonna che per il venerdì santo avrei mangiato agnello e la domenica pesce, rimase in silenzio per qualche secondo all’altro capo della cornetta e poi mi rispose che la cosa importante era non stare da soli a Pasqua, se il Signore aveva qualcosa da ridire ci avrebbe ragionato lei, in Australia ci sono le stagioni invertite, può capitare di invertire anche il venerdì con la domenica.

Sono riuscita a trovare un panettone italiano al supermercato, nascosto fra decine di marche fasulle. L’ho portato in reparto per far finta che fosse Natale. Lo abbiamo mangiato a merenda con una tazza di tè inglese, canzoncine natalizie in sottofondo, chi a sedere mentre fa la chemio, chi disteso a letto mentre decide se sconfiggere la leucemia o morire. La mia primaria musulmana mi ha fatto gli auguri di buon Natale a fine turno e non sapevo bene cosa risponderle “Anche a lei, buon Nat.. feste”.

Domani me ne torno a casa. Viaggio senza bagaglio, in borsa il portafoglio e il passaporto, le cuffie e un pacchetto di fazzoletti. Credo che raggiungerò il livello sayan del viaggiatore. Tornerò per esattamente cinquantadue ore, mi ingozzo, abbraccio chi mi capita a tiro e riparto. La pioggia inglese sarà qui ad attendermi, i miei pazienti non so se li ritrovo tutti. Giusto per sicurezza domani farò un brindisi anche per loro.

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Tutto il mondo è paese

In Inghilterra per lavorare devi avere un conto corrente, sennò come ti pagano?
Per avere un conto corrente devi avere una casa, sennò dove te la mandano la carta?
Per avere una casa devi avere delle referenze dai precedenti domicili, ma se non hai mai abitato in UK allora chiedono la referenza al datore di lavoro, per accertarsi che sarai in grado di pagare l’affitto ogni mese.
Ma se non hai il lavoro perché  non hai il conto corrente perché non hai la casa perché non hai il lavoro.. come si fa?
Per fortuna sono stati così gentili in ospedale da farmi lavorare senza stipendio. Tanto sono abituata, i mesi di ottobre e novembre che ho lavorato in Italia me li pagheranno a febbraio, che problemi ci sono, ho un pozzo di soldi, la sera prima di andare a dormire scrivo un numero su un bigliettino, lo butto giù, e la mattina tiro su i contanti richiesti. Lo fate tutti no?

Finalmente ieri sono riuscita ad andare in banca (dieci giorni per un appuntamento), sono stata interrogata per cinquanta minuti e adesso ho un conto corrente. Una delle domande è stata “quali sono i tuoi hobby?”, volevo rispondere farmi un ballino di cazzi miei, come si dice dalle mie parti, ma ho risposto gentilmente “non sono interessata a nessuna promozione pubblicitaria grazie”.
Stamani ho comunicato l’IBAN al segretario che si è occupato della mia assunzione. Mi ha risposto che non gli serve l’IBAN, gli servono solo il nome della banca e il numero del conto. Pensavo mi prendesse per il culo ma era molto serio, quasi scocciato che non avevo provveduto alla richiesta. Gli ho spiegato che il nome della banca sono quelle letterine all’inizio dell’IBAN, uniche in tutto il mondo, solo ed esclusivamente di quella banca, e che gli ultimi numeri sono i riferimenti del conto. Si è imbarazzato non poco. Che era coglione lo avevo già intuito quando mi aveva chiesto la prova delle mie vaccinazioni. Gli ho portato il libretto sanitario di quando ero piccola, con tutti i timbri e le date delle vaccinazioni, ma gli ho detto che erano in italiano, non ero sicura gli andassero bene. Mi ha chiesto se per caso ce li avevo in inglese. No, già è tanto che all’ospedale del paesello si sforzano a non parlare in dialetto, secondo te ce li ho inglese? Tu per caso hai le tue vaccinazioni scritte in portoghese o in bulgaro? No, perché sei inglese, quindi perché a me lo chiedi?

Ieri sono anche andata a richiedere il NIN, un numero a metà fra il codice fiscale e la partita IVA, che serve per pagare le tasse. Non è necessario avere un lavoro, puoi richiede il NIN anche se sei disoccupato, non importa avere una casa, puoi dare anche l’indirizzo di un ostello, non importa avere un conto corrente, al massimo ti chiedono un numero di telefono. Serve solo il passaporto. L’importante è pagare le tasse.


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“Chissà se giochi ancora con i riccioli sull’orecchio”

Ho una testa di riccioli a caso. Sempre stati a caso, mai trovato un verso. Come sono la mattina quando mi alzo, così rimangono per il resto della giornata, se si asciugano torti, torti resteranno fino a che non li lavo di nuovo, se un ricciolo decide di stare in quella posizione precisa, niente riuscirà a spostarlo. Vivono di vita propria, coabitiamo la mia testa, ho rinunciato da anni a litigarci, perché tanto lo so che perdo sempre io.
Sono simpatici in realtà. Non riesco a immaginare i miei capelli diversi da come sono, mi rendono unica e gli voglio bene perché sono parte di me, quella parte ribelle che di solito è troppo timida per uscire allo scoperto. 

Fin da che ho memoria mi arriccio i capelli con le dita, giocherello con i riccioli, li incastro, li faccio ancora più ricci, li accarezzo, li arrotolo e li srotolo. Per ore, senza nemmeno rendermene conto, è tipo un riflesso. Ho una miriade di foto di quando ero bambina che mi rappresentano con una mano infilata nei riccioli, è sempre stato una sorta di coperta di Linus, mi tranquillizza, mi rasserena, mi fa riflettere e mi calma, mi dà sicurezza anche se appare come un gesto insicuro.
Se mi vedete che do fastidio ai miei riccioli vuol dire una delle tre seguenti cose: sono annoiata, sono stanca, sono nervosa. Anche in combinazione mista.
L’altro giorno mi sono ritrovata con le dita tra i riccioli. Non ci ho fatto particolarmente caso, tanta è la familiarità, ma dopo un po’ ci ho pensato, ho pensato che era forse qualche anno che non lo facevo. Non so come mai avevo smesso, ero comunque annoiata o stanca o nervosa, ma avevo smesso. E ora ho ricominciato. I motivi rimangono ancora i soliti tre. 


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C’è chi è messo peggio

Una volta, quando studiavo in Brasile, si presentò un uomo al pronto soccorso, respirava male, era praticamente blu. I dottori parlottarono tra loro per diversi minuti, guardarono le vecchie cartelle cliniche del paziente, non sapevano bene come comportarsi. Chiesi come mai non facevano un’emogas, un’analisi del sangue che da noi in Italia si fa anche più volte al giorno allo stesso paziente. Mi chiesero se sapevo quanto costava fare un’emogas, ma non ne avevo idea. Quel giorno capii che sono molto fortunata ad essere nata in Italia e che, anche se ci lamentiamo della nostra sanità, in fondo in fondo non è poi così male.

Quando sono andata a studiare in Australia ero molto contenta, pensavo che finalmente avrei visto come dovrebbe essere un ospedale serio, senza appuntamento dopo mesi, senza letti in corridoio, senza la disorganizzazione tipica italiana. Tutto in effetti funzionava molto bene, ma qualcosa non mi tornava. Dopo un paio di mesi mi resi conto che il livello di conoscenza dei dottori era in realtà alquanto scarso,  rispetto alla media dei medici italiani. Quasi sconvolta dalla rivelazione, me ne sono tornata a Firenze apprezzando ancora di più la nostra sanità, pur con tutti i suoi difetti e i suoi disastri quotidiani.

Sono due settimane che lavoro in ospedale in Inghilterra e l’unico pensiero che ho è: siamo più organizzati in Italia. Il che è veramente tutto dire. Sono molto efficienti da queste parti, i dottori lavorano meno e guadagnano di più che da noi, tutti sono molto gentili, le cose sembrano funzionare alla perfezione. Da fuori sembra proprio che tutto funzioni bene, è dal dentro che le cose non tornano molto, sono inutilmente laboriose e complicate, in bilico sul filo della causa legale, conoscenze limitate al “di tutto un po’”, capacità di agire dopo aver pensato vicino all’inattuabile. Tre consulenze per cambiare la dose del warfarin, cose che mi sconvolgono sul serio, sono scoppiata a ridere in faccia al primario quando mi ha chiesto di chiamare ematologia per sentire cosa fare con quell’INR. Ho pensato ai primari italiani con i quali ho avuto a che fare, ho pensato a quanto li ho odiati per il loro ego spropositato, per la loro cattiveria e ipocrisia. Però sono quindici spanne più in alto rispetto a qua.

Ovunque nel mondo ci sono dottori bravi e dottori meno bravi, ovunque nel mondo la gente si lamenta della sanità locale, quasi sempre ci sono mille e più cose che posso essere migliorate. Eppure ho avuto a che fare con gli ospedali di quattro Paesi in tre continenti diversi e continuo a pensare che in fondo in fondo non siamo poi così male in Italia.. Non va bene accontentarsi, però insomma, ci si potrebbe lamentare anche un po’ meno ecco.


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Casetta dolce casetta

Casetta nuova, un bilocale tutto per me.
È da sistemare un po’: mancano le lenzuola e i cuscini, bisogna dare una pulita al divano, lo scolapasta non è pervenuto, la carta igienica assente, la connessione internet è da attivare, il tappetino in bagno necessita decisamente di una lavata, non ho capito come funziona il riscaldamento, il porta pranzo è nel lavandino e rimarrà sudicio perché non ho spugna nè sapone.

Mi sono trasferita in un altro Paese nel giro di quattro giorni, la mia vita continua a pesare 23 chili più lo zaino del computer, ovunque vada so essere a casa. Sono limitata in molte cose, ho numerosi difetti, ma come ha detto il mio surrogato paterno down under, sono street smart, vado avanti, niente mi ferma, non mi faccio fregare, sopravvivo a ogni problema, alla fine vinco.

La musica c’è, il caffè per la colazione pure, la birra è al fresco in frigo. Bentornata, in una nuova casa.


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Lo strano caso della Jacket Potato che non era stata cotta a sufficienza

Gli anglosassoni si sa, sono particolari. Americani, inglesi, neozelandesi, non importa, fanno tutti parte di quella incomprensibile cultura che ci affascina e disgusta contemporaneamente, che amiamo e vogliamo copiare, ma che allo stesso tempo giudichiamo con superiorità e disprezzo.  A volte ci ritroviamo a sospirare “Ah, ma perché qua in Italia non funziona come da loro?”, fantastichiamo in segreto, ci lamentiamo col vicino pendolare “A Londra ti dicono addirittura quanti secondi mancano all’arrivo del treno, mica come da noi che se arrivi con cinque minuti di ritardo sei anche contento”.
Poi al supermercato trovi la pasta già pronta, gusto pollo tandoori basilico e parmigiano. E niente, fai precipitare un’intera cultura al livello di NON MERITEVOLE DI ESISTENZA.

Ieri in reparto c’è stato questo incidente particolarissimo: una paziente si è alterata – ma alterata è dire poco, si è imbestialita – perché la jacket potato del suo pranzo non era cotta a sufficienza. Per chi non lo sapesse, la jacket potato è una patata al forno, con dentro qualcosa, formaggio, fagioli, maionese, so una mazza, è una banalissima patata al forno insomma, quella che si cuoce con la buccia.
La situazione è presto degenerata: è venuta su in reparto, direttamente dalle segrete cucine dell’ospedale, e nel tempo record di tre minuti e mezzo dal momento della chiamata, l’amministratrice della distribuzione dei pasti, la quale si è profusamente scusata con l’indignata paziente, promettendole chiarezza e giustizia, e andandosene poi via con la patata incriminata, diretta immediatamente dallo chef per presentargli la prova della sua incapacità e negligenza.
La paziente è rimasta così tanto insofferente per la brutta faccenda, che circa un’ora dopo se ne esce con la brillante idea di dimettersi contro parere medico. La capo infermiera ha chiamato l’ufficio legale per far presente il problema, sai mai la pazza avesse deciso di fare causa.
Per l’intera durata della tragicommedia la mia faccia è rimasta interrogativa, e per essere precisa la mia espressione interrogativa si è modificata come segue:
– che cosa sta succedendo?
– di che cosa stiamo parlando?
– cioè stiamo parlando di una patata?
– ma quindi che sarebbe successo?
– posso ridere o mi sgridano se rido?
– e questa sarebbe venuta su dagli uffici amministrativi per una patata cruda?
– perché stiamo ancora perdendo tempo dietro una patata?
– come mai la paziente sta gridando?
– dai non può essere che grida per una patata cruda, sono su Candid Camera vero?
– questi non sono normali, devo per caso chiamare il reparto di psichiatria per un consulto?
– cioè fammi capire… ti vuoi dimettere contro parere medico per una patata cruda?
– posso ridere? dai per favore, posso ridere?

Ho dovuto parlare con la paziente per convincerla a restare, non volevo farla tornare a casa per finire in shock settico, non sarebbe stato utile alla sua salute. Sono rimasta seria per l’intera conversazione di circa quindici minuti, ho ascoltato le sue lamentele, ho portato prove a favore della mia proposta di rimanere in reparto, ho cercato di essere professionale. La verità è che volevo schiaffeggiare la tizia e insultarla a gran voce con parole per niente gentili, mandarla a casa a morire di insufficienza multipla d’organo tra atroci sofferenze e agonie, volevo dare una mano all’arduo lavoro della selezione naturale. La verità è anche che mi sono scusata per una patata cruda.


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Buone maniere

Ci sono piccole accortezze che possono rendere molto più facile e tranquilla la vita di alcune persone. Come per esempio oggi, in una chiacchiera qualsiasi in pausa pranzo un’altra specializzanda se ne è uscita con la seguente frase: “Are you seeing anyone?”.

Lì per lì non ci ho fatto particolarmente caso, ma dopo un po’ ci ho ripensato e mi sono accorta che era la prima volta in assoluto che qualcuno mi faceva una domanda del genere, e per giunta con un tono incredibilmente neutro, senza aspettative, senza pregiudizi. Raramente in Italia le persone mi chiedevano “Sei fidanzata?”, perché suona abbastanza seria come cosa, piglia anche un po’ male diciamo la verità. Solitamente le parole usate sono “Ce l’hai il fidanzato/ragazzo?”. Il che mi fa uscire dai gangheri. Basta guardarmi per più di dieci minuti e si intuisce che al 90% non ce l’ho il fidanzato, quindi perché me lo stai chiedendo? Hai un cervello veramente ottuso o ti senti in imbarazzo a chiedermi se ho la ragazza? Non ce l’ho il fidanzato, e il fatto che me lo hai chiesto mi dà anche fastidio, mi mette a disagio perché a quel punto la tua inadeguatezza è stata riversata tutta su di me. Cosa vuoi sentirti dire? Un no veritiero ma omissivo e quindi alla fin fine falso, o un no esplicativo della mia sessualità? Che però, insomma, chi ti conosce? Che ne so che per esempio non sei omofobo? Non dovrebbero esistere queste persone ma purtroppo ci sono e ne conosco anche qualcuna, e se magari ti offendi addirittura, mi tratti male? E per cosa? Per una domanda banalissima che capita praticamente ogni volta che due persone cominciano a conoscersi, per amicizia, per lavoro, per qualcosa di più, per quello che vuoi.

E invece semplicemente “Ti vedi con qualcuno?”. Molto meglio no? Non c’è inadeguatezza, puoi rispondere la verità, decidendo poi se specificare e raccontare di più oppure no, se sei una persona riservata daresti comunque poche informazioni, ma per lo meno non falsate. Senza pressioni, senza aspettative, senza pregiudizi.