Programmo la fuga

on my way to myself

Non un luogo, ma un momento, e poi un altro ancora

8 commenti

Qualche volta nel mondo mi è successo. Una sensazione strana da descrivere, dura poco, giusto qualche secondo, ti lascia smarrito, ti guardi intorno, ti sale il panico. E poi passa, così come è venuta. Sei più leggero, ti rendi conto che sei libero, l’hai toccata con mano la libertà, è lì davanti ai tuoi occhi, la stai respirando, la senti nel tuo cuore, è un caffè che non sa di casa ma va bene lo stesso.

Mi è successo a Rio de Janeiro, sul tram di Santa Teresa, quando i bambini uscivano da scuola e si aggrappavano al trenino in movimento, lo zaino e un pallone da calcio sotto il braccio, contenti, risate e sorrisi, un sole che ti toglie il fiato, la lingua dolce dopo l’ennesima noce di cocco, una ragazza accanto che non mi ricordo nemmeno come si chiamava ma che in quel momento era la mia unica amica nell’intero continente.

Mi è successo a Kamakura, ciliegi in fiore, il silenzio dei templi, un Buddha enorme fermo nel rosa della serenità, un anziano viaggiatore americano che mi ha seguito per tutta la giornata e che mi ha offerto un tè verde mentre aspettavamo il treno per tornare a Tokyo. Una vita in una storia, la storia in una città, la quiete che riempie quei luoghi che sanno di antichi proverbi orientali.

Mi è successo in un supermercato di Mandalay, quando un nanerottolo di due anni mi ha accompagnato tra i corridoi provando a dire parole in italiano. La maglietta appiccicata addosso dal sudore, l’odore di strane spezie, clacson che suonano all’impazzata in un traffico infernale, una piccola mano che mi regala un pacco di biscotti preso dallo scaffale più basso perché aveva un bel colore sgargiante.

Mi è successo a La Digue, camminando sotto la pioggia tropicale, un cane randagio che mi trotterellava accanto e che è venuto con me fino alla spiaggia, guadagnandosi gli avanzi del pranzo, pesce su foglie di palma, mangiato con le mani poi lavate nell’oceano. Quella sabbia che non ho più ritrovato nel mondo, quel borotalco che ancora rispunta dalla valigia, la solita che uso da anni, come quella volta in un albergo a Praga, quando ho provato per l’ennesima volta a scuoterla.

Mi è successo a Melbourne, quando sono uscita dalla stazione di Flinders Street, e sembra una cavolata ma era tutto sottosopra, mi si è ribaltata l’anima, ha fatto una capriola ed è rimasta a testa in giù.
Credo sia ancora là.

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8 thoughts on “Non un luogo, ma un momento, e poi un altro ancora

  1. Una cosa è certa: qualcuno ti sta sempre accanto, se non altro la te stessa che ti guarda mentre tu ti guardi intorno.
    Un bellissimo post, bacio.

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  2. Ecco, dovrebbe ne succedere anche al supermercato sotto casa

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  3. Pensa che a.me invece questa sensazione non l ho mai provata nei luoghi o paesi sconosciuti ma mi capita invece in.luoghi a me cari. Comunque bellissime le tue descrizioni, e quel randagio mi pare di vederlo…

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  4. Ma Melbourne è sottosopra! Vivono con i piedi attaccati alla terra, all’ingiù (visto che giocoforza noi siamo attaccati dalla parte giusta :-P)

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