Programmo la fuga

on my way to myself


3 commenti

Gentilezze gratuite

Mi sono ammalata. A Birmingham. Da sola. Welcome British weather.
Ci ho pensato, e ho realizzato che mi sono ammalata praticamente in tutti i continenti. Da questo si può dedurre che uno, mi ammalo spesso, oppure due, viaggio così tanto che è statisticamente probabile che mi ammali viaggiando. Ad essere onesta entrambe le opzioni sono veritiere.
C’è da dire però che questa è la prima volta che mi ammalo all’estero e che sono da sola. Per una strana coincidenza infatti, dai miei innumerevoli viaggi in solitaria ne sono sempre uscita sana come un pesce.

A Budapest c’era il mio amico Senior, mago prestigiatore che ha tirato fuori dalla sua valigia un Augmentin salvavita. I miei fidatissimi compagni di viaggio andavano in giro per la città e tornavano puntuali nell’appartamento che avevamo affittato, sia a pranzo che a cena, per nutrirmi.

In Birmania mi sono beccata il febbrone da aria condizionata. Il perspicace autista mi guardò nel riflesso dello specchietto retrovisore, con giacca a vento cappuccio e sciarpa, fuori 32 gradi e qualcosa come il 18.000% di umidità. La spense per l’intero tragitto, abbassò i finestrini e lasciò che l’appiccicoso vento della giungla mi riscaldasse mentre aspettavo che facesse effetto la tachipirina. I miei AmiciDeiTempiDOro mi odiarono per averli fatti sudare come animali, ma mi portarono anche la cena in camera.

Nel nulla del New South Wales mi è venuta una reazione allergica così spaventosa che mi sono ritrovata due palline da tennis al posto degli occhi. Il mio surrogato paterno down under mi ha portato in macchina fino alla farmacia (giusto quei venticinque minuti di autostrada) e si è preso cura di me per quasi due giorni.

Una volta in Texas ho abbracciato il wc per diverse ore, vomitando anche i reni. La fedelissima Milanese era lì accanto a me, a sparare cazzate come al solito, cercando di distrarmi dalla nausea e tirarmi su di morale. Nel cuore della notte uscì e andò a cercarmi una minestrina. La Milanese riesce sempre a trovare quello che vuole, come quando si fece tutto Brooklin a piedi per cercare proprio quel paio di scarpe e solo quelle di quel colore e di quella misura. È così che ho avuto anche la mia chicken soup alle due di notte.

Il kebab al suq de Il Cairo credo sia stato una delle peggiori decisioni della mia vita. Però c’era la mamma con me. E la mamma è la mamma.

Oggi sono stata rannicchiata sotto il piumone nel mio ostello, raffreddore e gola in fiamme che nemmeno deglutisco, fuori tempeste e bufere di gelo. Stamani ho conosciuto Rafael, lo spagnolo che dorme sotto di me nel letto a castello. Quando è tornato in camera dopo pranzo mi ha vista tutta imbacuccata e si è informato sulla mia salute. Evidentemente non dovevo avere una bella cera perché dieci minuti dopo mi ha portato il tè. Per fortuna non sono mai sola, ovunque nel mondo.

Annunci


3 commenti

Una canzone per te

A volte la vita ti si presenta con una colonna sonora strabiliante. Senza nemmeno farlo di proposito può infatti capitare di sentire la canzone giusta al momento giusto nel posto giusto. 

È un po’ quello che mi è successo ieri, nel momento preciso in cui l’aereo ha toccato la pista dell’aeroporto di Birmignham. Dalle cuffie, nello stesso istante, con l’iPod in modalità casuale, è partito Freddy Mercury, Living on my own. M’è scappata una risatina. Sono incline a fare queste figure, se mi vedete che a un certo punto, senza motivo, sorrido o rido, è normale, tranquilli. La signora seduta accanto a me mi ha chiesto “Happy to be home?”. Le ho detto che se anche non ero a casa ero contenta lo stesso. 


15 commenti

Solo andata

Nel 2015 ho preso 26 aerei, 9 dei quali solo andata. Non è la prima volta che mi capita di raggiungere cifre del genere. Non per nulla soffro della sindrome di wanderlust.

Quattro continenti, più dieci ore di fuso orario a est, meno nove ore a ovest.
Ho rivissuto lo stesso giorno, un giovedì mattina qualsiasi, prima a Brisbane e poi a Los Angeles, superare la linea del cambiamento di data può fare di questi scherzi, quando sono partita ero in realtà già arrivata.
Ho guidato a destra e a sinistra, ho quattro timbri in più nel passaporto, ho saltato l’inverno e sono stata abbronzata per otto mesi di fila, ho preso cinque chili di birra e muscoli, ho lavorato in due Paesi diversi, ho vissuto con una valigia e uno zaino per quasi quattro mesi, so per certo che la mia vita pesa meno di 23 kg più il computer, ovunque nel mondo.
Non ho mai sentito la mancanza di casa. Mi è mancato il mio cane però, i gatti no, si fanno sempre i fatti loro.

Lunedì prendo un altro aereo, solo andata, e il 2015 non è nemmeno finito. Il problema dei viaggiatori è che sanno fare la valigia in pochi minuti.


8 commenti

Non un luogo, ma un momento, e poi un altro ancora

Qualche volta nel mondo mi è successo. Una sensazione strana da descrivere, dura poco, giusto qualche secondo, ti lascia smarrito, ti guardi intorno, ti sale il panico. E poi passa, così come è venuta. Sei più leggero, ti rendi conto che sei libero, l’hai toccata con mano la libertà, è lì davanti ai tuoi occhi, la stai respirando, la senti nel tuo cuore, è un caffè che non sa di casa ma va bene lo stesso.

Mi è successo a Rio de Janeiro, sul tram di Santa Teresa, quando i bambini uscivano da scuola e si aggrappavano al trenino in movimento, lo zaino e un pallone da calcio sotto il braccio, contenti, risate e sorrisi, un sole che ti toglie il fiato, la lingua dolce dopo l’ennesima noce di cocco, una ragazza accanto che non mi ricordo nemmeno come si chiamava ma che in quel momento era la mia unica amica nell’intero continente.

Mi è successo a Kamakura, ciliegi in fiore, il silenzio dei templi, un Buddha enorme fermo nel rosa della serenità, un anziano viaggiatore americano che mi ha seguito per tutta la giornata e che mi ha offerto un tè verde mentre aspettavamo il treno per tornare a Tokyo. Una vita in una storia, la storia in una città, la quiete che riempie quei luoghi che sanno di antichi proverbi orientali.

Mi è successo in un supermercato di Mandalay, quando un nanerottolo di due anni mi ha accompagnato tra i corridoi provando a dire parole in italiano. La maglietta appiccicata addosso dal sudore, l’odore di strane spezie, clacson che suonano all’impazzata in un traffico infernale, una piccola mano che mi regala un pacco di biscotti preso dallo scaffale più basso perché aveva un bel colore sgargiante.

Mi è successo a La Digue, camminando sotto la pioggia tropicale, un cane randagio che mi trotterellava accanto e che è venuto con me fino alla spiaggia, guadagnandosi gli avanzi del pranzo, pesce su foglie di palma, mangiato con le mani poi lavate nell’oceano. Quella sabbia che non ho più ritrovato nel mondo, quel borotalco che ancora rispunta dalla valigia, la solita che uso da anni, come quella volta in un albergo a Praga, quando ho provato per l’ennesima volta a scuoterla.

Mi è successo a Melbourne, quando sono uscita dalla stazione di Flinders Street, e sembra una cavolata ma era tutto sottosopra, mi si è ribaltata l’anima, ha fatto una capriola ed è rimasta a testa in giù.
Credo sia ancora là.


19 commenti

“Parigi è persa”

Dall’asilo alle medie c’è stata in classe con me una bambina marocchina, Z. Era l’unica musulmana dell’intera scuola. Un giorno si presentò con un occhio nero e un braccio dolorante. Il padre l’aveva picchiata. Fu convocato dalle maestre, disse che a casa sua lui faceva quello che voleva, se Z era stata picchiata voleva dire che se lo meritava.

In seconda elementare cominciai ad andare a catechismo e cominciai a sentir parlare di Gesù e Dio e lo Spirito Santo. Ero l’unica bambina del paesello (insieme a Z) che non era stata battezzata. Non mi tornava molto questa cosa che Gesù era il figlio di Dio, e chi caspita sarebbe lo Spirito Santo scusate? Così mi lessi la Bibbia, avevo sette anni.
Il Vecchio Testamento mi colpì moltissimo, storie pazzesche, mi ricordo ancora che quando lessi di Daniele nella gabbia dei leoni la sera non volevo saperne di addormentarmi. Al contrario di quello che mi raccontava la catechista, mi sembrava che Dio fosse in realtà una mente contorta e spesso cattiva, per questo quando alla fine mi hanno battezzato (a nove anni), alla domanda “Credi in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra?”, risposi a voce alta dall’altare “Penso di sì”, e il prete mi sussurrò “Devi dire credo”, lo guardai ed esitante ripetei “Credo… ?”. I nonni ci tenevano che mi battezzassi, non volevano avere una nipotina nel limbo (lesbica ma per lo meno battezzata), e così li accontentai.
Il Nuovo Testamento non mi piacque particolarmente, era alquanto ripetitivo, e Giovanni scriveva cose che non capivo, non l’ho mai finito di leggere.

Quando andai per la seconda volta in Egitto, da qualche parte nel deserto del Sinai una carovana di beduini si fermò e un tizio scese dal dromedario per parlare con mio padre. Arrivai a valere otto dromedari e dodici capre, ma il babbo non mi ha venduto. Mi ricordo che l’uomo se ne galoppò via gridando, era piuttosto arrabbiato, a quanto pare era una buona offerta.

Tanti anni fa ero in un cinque stelle ad Amman. In piscina c’era un uomo con tre donne e qualcosa come otto o nove figli. Le tre mogli si tuffarono con il burqa integrale, ma sembravano contente, giocavano a pallavolo in acqua.

Dopo l’undici settembre mio padre a tavola litigava con il resto della famiglia, erano per l’integrazione, la pace, e lui non ne voleva sapere, gli dava degli stupidi e si beccava di razzista. Non ho mai capito come mai le persone litigano, secondo me non ha proprio senso il concetto stesso di litigio. Decisi allora di leggere il Corano, visto che in televisione tutti dicevano che era la causa della guerra. Non mi entusiasmò come la Bibbia, e ad essere sincera ho saltato diverse pagine, avevo solo tredici anni ma lo considerai un libro alquanto stupido, anche più della moltiplicazione dei pani e dei pesci, per niente educato, da maschi.

Una volta presi un taxi in Indonesia e la conversazione col tassista fu la seguente:
– Da dove venite?
– Siamo italiani.
– Io sono musulmano.
– … … … ok.
– Ma non estremista.
– … … … (grazie per la precisazione).

Uno dei miei migliori amici dei tempi dell’università è israeliano. Se Yahweh lo vorrà, la prossima estate si sposa e sono invitata a Tel Aviv. Ogni tanto non mangiava alcune cose, il sabato si metteva la kippah e andava alla sinagoga di Firenze. Abbiamo parlato spesso della sua religione, non sopportava gli ebrei ortodossi con i payot, quelli che io chiamo ebrei coi riccioli. Dopo anni di conversazioni e amicizia sono giunta alla conclusione che gli ebrei coi riccioli sono tali e quali ai musulmani, solo parlano due lingue diverse ed è per questo che non vanno d’accordo.

L’anno scorso ero alle Maldive e ho partecipato per puro caso alla cerimonia islamica della circoncisione. A pranzo ero l’unica donna in mezzo ad un’ottantina di uomini. Le donne non mangiano mai con gli uomini, mangiano dopo, quello che avanza. Il mio skipper un pomeriggio mi disse “Perché tu credi nell’evoluzione? Darwin era un peccatore, tutto è stato creato e deciso da Allah”.

C’è chi continua ad essere pacifista, chi grida alla guerra, qualcuno rimane politically correct, altri vogliono agire, c’è chi non fa di tutta l’erba un fascio, chi se ne esce con messaggi di odio, chi cita il Corano senza averlo letto e chi cita la Bibbia senza averla letta. La verità è che anche noi parliamo una lingua diversa, e non ci troviamo d’accordo.
Molti hanno improvvisamente cominciato ad elogiare Oriana Fallaci, quando solo fino a pochi anni fa era una pazza razzista. Nonostante io la consideri invece un’ispirazione (non per la pazza razzista, ma per il coraggio di aver pensato con la sua testa e soprattutto aver argomentato il suo pensiero), e nonostante sia riuscita nell’ardua impresa di colpire la mia mente quando ero un’adolescente, non sono qui per elogiarla, dare ragione col senno di poi è ridicolo come chiedere scusa a Galileo a secoli di distanza. Mi chiedo però che cosa avrebbe detto la Fallaci oggi. Lo sa anche Allah che non era una donna religiosa, ma secondo me si sarebbe fatta il segno della croce, per principio. O forse da brava toscana avrebbe mandato tutti affanculo, senza argomentare.

Ho tirato giù dalla libreria I fratelli Karamazov, ho riletto il capitolo del Grande Inquisitore. Non importa di quale religione si parla, non c’entra nemmeno niente la religione, “nulla mai è stato per l’uomo e per la società umana più intollerabile della libertà” (Dostoevskj).


19 commenti

Saranno famosi

Anche ieri ero a insegnare BLS ai dipendenti di un ufficio pubblico. Questo lavoretto mi è capitato completamente a caso all’inizio dello scorso mese, e devo dire che mi ci trovo proprio bene; nonostante sia a chiamata e sporadico, pagano discretamente, non ho grandi responsabilità, e soprattutto mi diverto un casino. In sostanza me ne vado a zonzo con un mezzobusto di manichino per la rianimazione cardiopolmonare, facendo anche discrete figure di cacca, come quando una bambina in metro a Milano mi ha chiesto come mai alla mia bambola mancassero tutti e quattro gli arti.
I miei “alunni” sono dipendenti pubblici che sono stati costretti a sorbirsi queste dodici ore di corso sulle emergenze mediche, li vedi lì, sfavatissimi, chi guarda il cellulare, chi parlotta col vicino, chi si alza per uscire a fumarsi una sigaretta, voglia di partecipare e livello di attenzione sotto lo zero. Poi però succede qualcosa, in fondo sono simpatica, riconosco la difficoltà e la pesantezza di alcuni argomenti medici, so che il medichese è una brutta lingua, e quindi divago, racconto aneddoti, storielle, distruggo credenze popolari, metto su scenette teatrali, mi improvviso attrice, e l’attenzione sale, cominciano le domande, la gente ride e interagisce. Quando arrivo a spiegare che il defibrillatore serve in realtà a fermare il cuore e che l’alcol non riscalda, le persone mi hanno già raccontato la loro vita, mi hanno chiesto di aggiustare la terapia antipertensiva della suocera, mi hanno confidato segreti irripetibili, conosco così bene le funzioni corporali dei loro figli che sono praticamente già di famiglia.

Sono incredibili i segreti che le persone spifferano al medico (giustamente, aggiungerei), forse solo i preti sentono di peggio. Ogni volta mi stupisco di questa cosa, io che nemmeno racconto a me stessa come stanno veramente i fatti, ho un titolo davanti al nome e per questo la gente si fida, si confida. Continuo a sorridere con gentilezza, annuendo ogni tanto, intercalando frasi di circostanza, mai concludere per prima la conversazione, la professione consiste nel fare finta che quello che sto ascoltando mi stia effettivamente interessando.
Le persone mi stupiscono, non le sopporto ma mi affascinano. E poi se ne vengono fuori con cose assurde, mi fanno veramente sbellicare dalle risate, è incredibile cosa frulla in testa alla gente. Ieri, a fine lezione, tutti sono venuti a salutarmi, baci e abbracci (ma chi vi conosce?), e una signora se ne esce con “Dottoressa, è così brava che mi aspetto di vederla in televisione”. Che?

P.S.
Ma chi c’era ieri tra i miei alunni, se non lui, il postino impiccione con la memoria fotografica! Questa volta l’ho riconosciuto e ne vado orgogliosa, ma vi dovessi dire come si chiama.. me l’ha anche detto, bah, sono veramente un disastro. Lui in compenso sa il mio nome, cognome, indirizzo, mezza vita. Fantastico.


17 commenti

“Non sono in casa, ma le mie scarpe lo sono. Lasciate un messaggio”

Ho questo paio di Converse con i lacci troppo lunghi. Tutte le volte che me le metto, anche facendo tre o quattro nodi, mi rimangono i lacci penzoloni a lato, non mi piacciono esteticamente e si muovono in tutte le direzioni a seconda del ritmo della mia andatura, a volte quando cammino sento tic tic tic ad ogni passo, diventano fastidiose. Poi rischi che hai fatto talmente tanti nodi per accorciare i lacci, che non ti riesce più slacciarti le scarpe, e ti innervosisci quando torni a casa e sei stanco e vorresti solo infilare i piedi nelle pantofole.

Ci sono poi le scarpe che hanno i lacci così corti che non riesci a fare neanche un doppio nodo, e io faccio sempre un doppio nodo, perché altrimenti ogni tre per due sei lì che ti devi chinare per riallacciarti le scarpe, rischi di inciampare, se sei per strada la gente ti viene addosso che non ti vede lì accucciato a terra, se non ti vuoi sporcare i pantaloni all’altezza delle ginocchia devi tenerti in equilibrio. Un doppio nodo fatto bene non dà noia esteticamente, regge fino a fine giornata, e si scioglie con relativa facilità.

Le scarpe con la cerniera ti sostengono bene, tiri su e giù in un momento, non ti devi mai preoccupare di avere le scarpe slacciate, sono calzature che hanno carattere, decise. Di solito però devi fare un po’ di fatica per infilarle e sfilarle, devi spingere o tirare con la giusta pressione, perché se sbagli poi ti ritrovi con la gamba in aria, un calcio al nulla.

Infine tutte quelle scarpe senza lacci né cerniere, che metti e togli senza nemmeno usare le mani, o al massimo usando un calzascarpe. Durante la giornata ti ritrovi a giocare con la scarpa dondolante sull’alluce, se corri te le perdi per strada come Cenerentola, bisogna tu ci stia attento, se sono comode sono veramente comode, cose che te le terresti su a vita, ma se sono scomode portano guai seri. Il mio piede destro è mezzo centimetro più corto del sinistro (giuro), e quindi non compro mai questo tipo di scarpe perché dovrei prendere un numero per il sinistro e uno diverso per il destro, nessuna soletta funziona a dovere. Potrei farmi fare le scarpe su misura ma per il momento non ne sento la necessità.

Ecco, penso che il tipo di scarpe che ti scegli indichi un po’ il tipo di relazioni che hai con le persone che ti circondano. Carrie Bradshaw diceva che le scarpe “sono migliori del DNA, identificano chiunque senza tanta fatica”.