Programmo la fuga

on my way to myself

Viaggio perché la vita non mi sfugga

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Non c’è niente da fare, è inevitabile. Senti che la mente è già stuzzicata, è bastato vedere un’offerta last minute comparire a lato schermo, un puntino su una mappa, una foto, è bastato leggere un articolo o una frase. Sei già lì.

Essere affetti dalla “sindrome di wanderlust” non è cosa di poco conto. Ogni tanto ti prende quella smania ai piedi, non riesci proprio a rimanere immobile. Cominci ad agitarti, pensi solo ad andar via, a cosa puoi vedere, a chi incontrerai, a cosa succederà, cominci a fantasticare e non smetti. Anche di dormire non se ne parla, ci sono Lonely Planet da leggere, GoogleMaps da spulciare, orari di treni da controllare, siti di ambasciate da scoprire.

Quando hai una ricaduta di “sindrome di wanderlust”, cominci a rispondere male alle persone, il sabato sera non esci perché devi risparmiare, le conversazioni diventano tutte banali e noiose; sogni già spiagge tropicali e panorami mozzafiato, cibi nuovi e odori sconosciuti, persone diverse e culture particolari, l’aperitivo in centro lo odi fin da quando ti arriva il messaggio su WhatsApp “alle 20 apericena?”.

Chi soffre della “sindrome di wanderlust” solitamente ha una valigia in camera a portata di sguardo; è sempre lì, alzi gli occhi dallo schermo del computer e la vedi, la mattina ti alzi e la vedi, quando cerchi invano di addormentarti mentre decidi quanti giorni passare in tal località, la valigia è lì al buio, ne distingui la forma.

Chi ha la “sindrome di wanderlust” ogni tanto sente la necessità di contare le ore di fuso orario, deve non sapere dove andrà domani a dormire, ha proprio il bisogno fisico di cambiare strada, prendere la direzione opposta, perché così, non c’è un motivo, lì per lì ti ispira, e poi, perché no?

So che molti non capiscono. C’è chi ha bisogno di un programma dettagliato, ora per ora, tutto prenotato, organizzato, c’è chi a malapena arriva in città il sabato sera, c’è chi non dormirebbe mai per terra in una stazione, chi non si sogna nemmeno di stare ventiquattro ore in aereo, per alcuni è impensabile stare quattro mesi senza pizza, altri non se ne andrebbero mai in giro scalzi.

Chi ha la “sindrome di wanderlust” si ritrova a scegliere come regalo di compleanno la felpa SuperDry, perché sa che sarà un’ancora di salvezza nel gelo degli aeroplani, lascia perdere il completino intimo o il profumo, piuttosto schiaffami una banconota in mano, apprezzo di più, mi ci pago l’ostello all’altro capo del mondo.

Chi ha la “sindrome di wanderlust” si ritrova nel dubbio se accettare o no un lavoro il prossimo mese, perché insomma, l’offerta dell’aereo è proprio in quei giorni. Che faccio? Lavoro o vado in vacanza? Chi ha la “sindrome di wanderlust” nemmeno ci pensa su un attimo, va in vacanza, i soldi si trovano in qualche modo, il mondo è grande e pieno di opportunità. Che poi a chiamarla vacanza in realtà uno si sente anche offeso. Io viaggio, non vado in vacanza.

Chi ha la “sindrome di wanderlust” riesce ad essere se stesso solo quando non è a casa, vive solo quando lascia la vita di tutti i giorni. Qualcuno è quasi invidioso di questo girovagare, qualcuno ti accusa di scappare. Quello che sai per certo è che devi partire o altrimenti soffochi.

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12 thoughts on “Viaggio perché la vita non mi sfugga

  1. Io la sedo con un viaggio quotidiano in treno

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  2. Io sono una via di mezzo, quando mi prende la fissa di un posto inizio a guardare voli, hotel, guide, siti web e penso a cosa portare via a come sarà l’album delle foto di viaggio. Però nonostante possa resistere senza pizza e senza pasta, nonostante adori provare cibi nuovi, vedere posti diversi ogni giorno, non credo che dormirei mai in stazione. Viaggiare rimane uno dei piaceri più grandi della vita.

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  3. io da qualche tempo credo di essere affetto dalla “sindrome dell’emigrante”…vorrei lasciare questo Paese per non tornare mai più… e mi sa che sta diventando contagiosa… 🙂

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