Mese: ottobre 2015

Un paese da nulla, ma però…

A nascere e crescere in paesello ci sono indubbi svantaggi, potrei cominciare ora ad elencarli e proseguire per tipo venticinque post. Ogni tanto però, mi rendo conto che ci sono anche indiscutibili vantaggi a far parte di quella comunità ristretta e ottusa del paesino di campagna, quella comunità fatta di persone genuine, forse sì ignoranti (nel senso che proprio ignorano), ma non necessariamente stupide, bravi lavoratori, onesti per necessità perché la vita è così tanto spiattellata in piazza che se fai un passo falso sei lapidato pubblicamente e nei secoli a venire: generazioni future subiranno ancora vessazioni perché il trisnonno non aveva pagato il carico di legna per l’inverno del 1897. Vantaggi che ogni tanto ti scaldano improvvisamente il cuore e ti colpiscono come una trave sulla fronte, tu che ti lamenti sempre che non c’è mai niente da fare e odi tutti e tutto, quando invece dovresti apprezzare di più queste tre anime che abitano disperse nei colli toscani, ti sta proprio bene la trave in faccia.

Oggi sono andata dalla parrucchiera, la solita da sempre, e quando dico da sempre, credetemi, da sempre. L’ho tradita esattamente quattro volte in tutta la mia vita, due delle quali per necessità poiché abitavo all’estero, una perché durante l’adolescenza si sa, fai scelte sbagliate, e infine quando avevo sei anni e mia madre disse a mio padre che mi doveva portare lui a tagliarmi i capelli perché lei non aveva tempo, e il mio adorabile orso paterno pensò giustamente di portarmi dal suo barbiere. Una curiosità sulla mia parrucchiera (a metà tra il tenero e lo psicopatico, ma più tendente allo psicopatico senza dubbio), è che tiene a casa sua un mio ciuffo di capelli di quando avevo tipo tre anni. A quanto pare i miei sono i capelli più belli che abbia mai visto nella sua intera carriera di tagliaciuffi, e quindi, perché no, si tiene per ricordo un mio ricciolo biondo. Una Dexter versione parrucchiera.
Stamani c’era anche la mamma della farmacista a farsi la consueta messa in piega. Ultimamente è peggiorata, la salute non è più buona, fa fatica a camminare, ogni tanto dice cose senza capo né coda. Quando la dirimpettaia che se ne prende cura ha da fare, la farmacista la smolla dalla parrucchiera, così sa che per qualche ora è accudita, e sa anche che qualcuno la riporterà a casa. Infatti, una volta finito trucco e parrucco, una delle parrucchiere si è infilata il cappotto, si è caricata la vecchietta in macchina e l’ha portata fino a casa. Prima di andare via, salutando le persone intorno, la signora se ne esce con un sospirone e le seguenti parole “ehhhhhhh sarà l’ultima volta che mi vedete”. La risposta del marito della parrucchiera è stata “Ma che mi sta dicendo che diventerò cieco?”. Ogni tanto fa piacere sentirsi parte di questa famiglia dimensione paesello, sai che nel bene o nel male qualcuno sarà lì con te, e non è cosa da poco.

C’è la tizia dell’ufficio postale che telefona al macellaio tra un bollettino e l’altro. All’ora di chiusura della bottega il figlio del macellaio salta in bici, pedala fino alle Poste e deposita dentro un’auto parcheggiata lì fuori (e non chiusa a chiave) il sacchetto di ciccia ordinato per telefono.
C’è anche Cesare, il cane del Comune, un randagio che se ne va in giro da un negoziante all’altro in cerca di cibo, passa dalla scuola materna a giocare con i bambini a ricreazione, dormicchia sulle scale della chiesa, e poi la sera, quando sente il vigile fischiare, trotterella verso il Comune, entra e viene chiuso dentro per la notte, così sta al caldo e al coperto.
Il calzolaio, che pur lavorando in nero ha tra i suoi clienti anche i Carabinieri, si tiene come animale domestico una gallina. La vedi lì appollaiata sul tavolo, che muove la testa avanti e indietro seguendo il ritmo degli attrezzi. Invece il macellaio ha il gatto che gironzola in negozio, un grosso e grasso gatto rosso, che per assurdo non mangia carne ma solo crocchini.
Il bar tabacchi del paesello è aperto tutti i giorni e tutte le ore. Chiude a Natale per pranzo, ma se ti sei dimenticato qualcosa, una bottiglia di vino, un pezzo di pane, i tovaglioli di carta, basta suonare al palazzo accanto, dove abitano i baristi, e riesci a racimolare qualsiasi cosa. Se frughi bene ci trovi anche il detersivo per la lavatrice o una scatolina di chiodi, è davanti alla scuola e volendo ti tirano fuori all’occorrenza quaderni a quadretti o a righe e pennarelli colorati. Anni fa i finanzieri entrarono e dissero che secondo la legge il bar doveva essere chiuso almeno qualche ora a settimana. I baristi dissero “Sìsìsì certo, provvediamo subito”. Il lunedì pomeriggio chiudevano, e appendevano il cartello Siamo chiusi, passare dalla porta sul retro.
Può capitare di entrare in edicola e non trovarci nessuno, allora prendi quello che ti serve e lasci i soldi sul bancone, ci sta che l’edicolante sia dalla fornaia o magari stia facendo due chiacchiere col fotografo. Se i genitori fanno tardi e non riescono a prendere i figli a scuola, l’autista del pulmino li porta fino a casa dei nonni o li lascia dai vicini. I vecchietti a sedere sulle panchine passano il tempo a chiacchierare e intanto buttano un occhio verso i bambini e i ragazzini che giocano ai giardinetti e gironzolano in bici mentre aspettano che i genitori tornino dal lavoro. Le chiavi dell’auto medica sono appese ad un gancio, sul muro esterno di quello che anni fa era il Pronto Soccorso, e stanno lì in bella vista, tanto si sa che nessuno le ruba.

Domani me ne vado su in UK, e so già che mi farà fatica tornare la prossima settimana in questo mio paesello che mi ha fatto soffrire tanto e che continua a regalarmi più dolori che gioie. Mi sembra però giusto ringraziarlo per questi momenti, quando mi ricorda che in fondo, in fondo in fondo, sono stata fortunata a nascere e crescere qua, sulle colline lungo le sponde del mio Rio Bo, che è in realtà l’Arno.

Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea

La mia amica Joey si è laureata, adesso è ufficialmente DottJoey, anche se ancora per qualche mese non potrà esercitare la medicina, fino al superamento dell’esame di abilitazione.
A ogni laurea viene letto il Giuramento Professionale (ex giuramento di Ippocrate), e per me è sempre un’occasione di riflessione, perché lavorando ho realizzato che spesso i medici si dimenticano quello che hanno giurato, altre volte lo interpretano secondo l’ispirazione del momento. Nelle Facoltà di Medicina e Chirurgia si parla molto di cellule e farmaci, decreti legge e budget, si parla poco di filosofia e morale, di etica e coscienza.
La cerimonia ufficiale di giuramento è in altra sede e in giorni prestabiliti, ma i Professori fanno sempre leggere il giuramento al momento della proclamazione dei dottori, anche perché fa scena, la pomposità non è mai sufficiente in queste occasioni, toghe e fasce rosse dei Chiarissimi Professori Dottori sono il minimo sindacale. In effetti è alquanto emozionante sentire i giovincelli dottorini leggere con voce tremante quel pezzo di carta che trasforma la tua vita: da quel momento sei medico, ventiquattro ore su ventiquattro, senza pause né vacanze, ovunque nel mondo, fino a che sarai in grado di intendere e di volere, sarai medico, è la tua vita. Sei medico in ospedale, per strada, al pranzo di famiglia, il sabato sera in discoteca, sei medico su un aereo, quando ti fai un selfie con gli amici, quando vai al supermercato, sei medico quando non hai voglia, quando sei distratto e pensi ad altro, quando vorresti strozzare quel rompicoglioni di paziente che hai di fronte, sei medico quando sbagli, quando ti senti Dio, quando fai finta di non essere medico, sei medico quando ti capita di uccidere, sei un medico anche quando dormi e porcaputtana ti svegliano.

Ho pensato che molti non conoscono il Giuramento Professionale, e ho pensato di spiattellarvelo qua, se per caso avete voglia di leggerlo. Vi metto in grassetto i punti che preferisco.

Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro: 

  • di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento rifuggendo da ogni indebito condizionamento
  • di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; 
  • di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno, prescindendo da etnia, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica e promuovendo l’eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario
  • di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di una persona; 
  • di astenermi da ogni accanimento diagnostico e terapeutico; 
  • di promuovere l’alleanza terapeutica con il paziente fondata sulla fiducia e sulla reciproca informazione, nel rispetto e condivisione dei principi a cui si ispira l’arte medica
  • di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze; 
  • di mettere le mie conoscenze a disposizione del  progresso della medicina; 
  • di affidare la mia reputazione professionale esclusivamente alla mia competenza e alle mie doti morali; 
  • di evitare, anche al di fuori dell’esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano  ledere il decoro e la dignità della professione
  • di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni; 
  • di rispettare e facilitare il diritto alla libera scelta del medico; 
  • di prestare assistenza d’urgenza a chi ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità, a disposizione dell’autorità competente; 
  • di osservare il segreto professionale e di tutelare la riservatezza  su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell’esercizio della mia professione o in ragione del mio stato; 
  • di prestare, in scienza e coscienza, la mia opera, con diligenza, perizia e prudenza e secondo equità, osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione.

Se sei occupato a fare altri progetti, lascia perdere e vivi

Mi è caduto l’iPhone da un’altezza di circa 10-12 metri. Si è sfracellato al suolo. L’ho visto precipitare dalla ringhiera, al rallentatore, e rimbalzare un paio di volte prima di accasciarsi con lo schermo rivolto verso il pavimento.
Pensavo che sarei stata disperata, col cuore in gola mentre scendevo le scale per raggiungere l’androne dove era rannicchiato il mio fedele compagno sofferente. Pensavo che avrei cominciato a bestemmiare dentro di me e probabilmente anche a voce alta mentre scendevo tre scalini alla volta, pensavo che forse una lacrima me la sarei anche lasciata scappare.
E invece niente. Sono andata giù tranquilla, con passo stanco, indifferente, l’ho raccolto senza aspettative.

Integro. Nemmeno un graffio.

La custodia in legno era in mille schegge, pezzetti sparsi in qua e in là. Mi è dispiaciuto molto, ero affezionata a quella custodia di legno, con la rosa dei venti intagliata. Appena arrivata a casa ne ho ordinata una nuova online. Ha svolto così egregiamente il suo mestiere che ho ripreso la stessa. Arriva a giorni.
Nel frattempo sto usando per la prima volta l’iPhone senza cover. Sto pensando di usarne una vecchia, ma ancora non mi sono decisa. Credo di lasciarlo senza vestiti per un po’, come punizione per essersi azzardato a scappare fuori dalla tasca senza permesso. Forse con quella rosa dei venti intagliata si è montato la testa, probabilmente gli è venuta anche a lui la sindrome di wanderlust.

Questo ultimo anno e mezzo passato in giro per il mondo e in giro per me stessa, mi ha profondamente cambiato, lo realizzo ogni giorno che passa. Sono scesa dal giro di giostra, ho guardato per un po’ gli altri che passavano e ripassavano, e poi mi sono piano piano allontanata, testa alta, tranquilla, senza aspettative, libera. Se mi si fracassa l’iPhone ci rimango male forse un paio di minuti, e poi pazienza, vado avanti, c’è altro, bisogna andare avanti. In cambio sto ricevendo molto da questa vita lontana dal parco giochi. Sento in lontananza le risate che mi sono lasciata dietro, ma continuo ad andare avanti.
Quando non ti aspetti niente, ogni cosa che succede ti regala ciò che altrimenti non avresti mai ricevuto. Come quella volta in California, qualche mese fa: mio cugino Cargo guidava piano lungo la costa, un bel tramonto davanti a noi, finestrini abbassati. Due ragazzi attraversarono la strada con lo skate e una cassa da sessanta lattine di birre e Cargo gridò “Have fun boys!”, e ricevemmo due lattine in regalo, così, perché sì. Le sorseggiammo abbarbicati su una scogliera a precipizio sull’oceano, cappuccio della felpa tirato su perché il sole se ne andava veloce come il suo calore, sagome di surfisti in lontananza, il molo e il faro all’altro capo della baia, le nostre vite davanti, felici, senza aspettative, pronti a ricevere il meglio.
Ogni tanto nella vita ci vuole anche culo.

è un bicchiere di vino con un panino la felicità

Stavo compilando un curriculum online britannico, solite cose, generalità, titoli di studio bla bla bla. In UK spesso chiedono anche etnia, religione, stato civile, non ci faccio nemmeno più caso.
Ieri però sono rimasta sbalordita. Anzi, sbalordita è dir poco. Una domanda che mi ha spiazzato, non tanto per la domanda in sé, quanto piuttosto per la distanza anni luce che separa il mio Paese dal richiedere una cosa come questa in un curriculum, al pari dell’indirizzo o del voto di laurea.

Is your gender identity the same as the gender you were assigned at birth?

Qui si parla di teorie gender che manco ho capito di che chiacchierano, gente che protesta e si lamenta di non so che, matrimoni gay nel giorno del mai, sentinelle e family day, malattie e deviazioni, ignoranza a badilate.
Mi consolo con un panino alla mortadella e un bel bicchiere di Chianti, almeno quelli all’estero non ce li hanno.

Quattro capponi per l’Azzecca-garbugli “perché non bisogna mai andar con le mani vote da que’ signori”

Mia nonna ha già cominciato a lamentarsi che, anche ‘sta volta, deve pagare il canone. Continuo a proporle lo streaming, ma non afferra il concetto, non sa usare il mouse, il touch screen la terrorizza, preferisce sborsare sonanti euri.
Perché si continua a pagare il canone RAI? Non trovo risposte.
A quanto pare devo pagare l’imposta per il semplice fatto che ho un televisore, il che è ridicolo, sono le solite cose all’italiana. Posso avere il televisore spento per cinque giorni a settimana e poi accenderlo solo per giocare alla PlayStation, ma devo pagare il canone RAI. Tutto logico, non fa una piega.

Si può disdire il canone RAI se:

  • vendi o cedi il tuo televisore ad un’altra persona,
  • non hai un televisore,
  • chiedi il SUGGELLAMENTO TV (cioè, praticamente dovrebbe venirti un tizio a casa a infilarti il televisore in un sacco di iuta, da sbellicarsi sul serio),
  • ti rubano la televisione,
  • ti trasferisci all’estero,
  • hai più di 75 anni E prendi meno di 6700 euro all’anno, che, cioè, ce l’hai ancora la televisione? non l’hai venduta per comprarti da mangiare o pagare il gas? senza parole..
  • ti trasferisci in casa di riposo (ovviamente te lo paga la casa di riposo il canone, mica puoi chiedere il suggellamento della tv nella sala comune dei vecchietti? sarebbe crudele),
  • muori.

C’è poi la lista di coloro che sono esenti dal pagamento:

  • militari italiani (ci sta che in Iraq non arrivi RaiNews24, meglio non farli pagare), ma solo nelle aree comuni dei militari (ospedali, case del soldato, sale convegni); quindi a casa loro lo devono comunque pagare il canone,
  • militari stranieri della NATO, che devono far sapere (tramite autocertificazione) che sono della NATO,
  • coloro che vendono o riparano televisioni,
  • agenti diplomatici e consolari stranieri (che giustamente si guarderanno la BBC o FOX o TeleSharmElSheik o che so io), a condizione che – e qui quoto direttamente la RAI – “nel paese da loro rappresentato pure i nostri rappresentanti diplomatici ivi accreditati godano di uguale trattamento”. Quindi, se per esempio il nostro ambasciatore in Senegal deve pagare una tassa per guardarsi TeleSenegal4, allora l’ambasciatore senegalese in Italia deve pagare il canone RAI. Mi sembra giustissimo.

Pensiamoci. La RAI mi offre un servizio pubblico e quindi in teoria è accettabile pagare un’imposta per il servizio offertomi. Lasciamo perdere che qualcuno si lamenta che i programmi fanno schifo, i presentatori guadagnano troppo e bla bla bla, da un punto di vista strettamente razionale, tu mi offri un programma televisivo e io ti pago per guardarlo. Tutto torna. Paghiamo Sky, dobbiamo pagare anche la RAI.
L’imposta però (che non è una tassa), non è pagata per il servizio offerto, bensì per il possedimento di almeno un “apparecchio atto o adattabile alla ricezione delle radioaudizioni”. Da qui si capiscono due cose: la prima è che puoi avere anche cinquanta televisioni da millemila pollici, pagherai la stessa cifra di canone di coloro che hanno una sola tv e magari pure del ’15-’18; la seconda è che la RAI è rimasta sul serio alla Grande Guerra se ancora usa parole come radioaudizioni.

Ok, fin qui tutto chiaro, illogico ma chiaro.. no?
Proseguiamo.
Questa felice legge sul canone è stata fatta tipo nel 1938 (vedete, radioaudizioni, tutto torna). Poi qualche anno fa qualcuno si è accorto che forse (forse eh), la tecnologia ne aveva fatti di passi in avanti rispetto al 1938, e quindi ci si è chiesti: ma il computer, o il tablet, o lo smartphone, ricevendo le suddette radioaudizioni, sono soggetti a canone RAI? Dilemmi esistenziali per la Repubblica Italiana e i suoi rappresentanti pubblici.
Se non lo sapevate, andando sul sito della RAI, vi potete guardare in streaming e in diretta tutti i canali RAI (anche RaiGulp, per dire). Ma non solo: ci sono anche i programmi on demand! Se ti sei perso Don Matteo perché avevi la partita di calcetto, non disperare, vai sul sito della RAI e guardati l’episodio quando vuoi.
Or dunque, sono o no, tali tecnologie diavolesche dei tempi moderni, soggette a canone?
La RAI ci ha tenuto a rispondere come si deve, e ha precisato che NO, MA OVVIAMENTE NO, il canone si paga solo sulla televisione, solo per quelli apparecchi che si collegano all’antenna, che vuoi che c’entri l’iPad o il PC?!? Ma perché è stato chiesto addirittura? Questi itagliani ignoranti.
Nel sito RAI hanno però anche scritto che con il pagamento del canone viene incentivato e migliorato il servizio via web. Non serve quindi solo a pagare Sanremo, capito? voi che vi lamentate sempre.

Ma io ancora non ho capito, perché si continua a pagare il canone RAI?
Con il suggellamento, l’apparecchio fisico ti rimane sul mobile (sfido sul serio un lavoratore RAI ad infilartelo in un sacco di iuta), e, ciliegina sulla torta, se ti vengono a casa a fare un controllo puoi rifiutare l’ingresso al tizio della RAI (a meno che non sia accompagnato da un finanziere o un carabiniere ovviamente), così che hai tempo, volendo fare i maliziosi, di trasferire la tua tv dal vicino. Però, suvvia, rimaniamo sul legale: funzionario RAI ti chiude la televisione nel fantomatico sacco di iuta… e te la lascia lì perché, insomma, l’hai comprata, mica te la può rubare, è tua.
Quindi fatemi capire meglio, se io chiedo con raccomandata la disdetta per suggellamento, mi compro uno schermo computer da settordici pollici con casse acustiche cinemaxplus, e carico il sito RAI in streaming per guardarmi Il commissario Rex mentre preparo cena.. oddio, guardo Rai2 senza pagare il canone!!!
Ma quindi evado??? Occristo, in teoria NO!
Però poi senza i miei soldi cosa succederebbe al servizio web? Dovrebbero diminuire di qualche migliaio di euro lo stipendio a qualcuno.. e no, e no, non va bene, anche i presentatori e i giornalisti RAI hanno il diritto di avere i soldi per andare alla Coop a fare la spesa, non è che se la Littizzetto fa la pubblicità poi ha gli sconti in automatico.
Non si può fare sempre i soliti italiani intrallazzoni, paghiamolo ‘sto canone, è cosa buona e giusta, chi me la fa vedere sennò la Santa Messa in diretta la domenica mattina? I vecchietti nelle case di riposo hanno i nostri stessi diritti, è giusto che venga pagato il canone. Mia nonna, per esempio, la guarda la Messa in tv, avreste il coraggio di togliergliela? Ha 84 anni, vergognatevi!

Com’è che dà tanto fastidio pagare il canone? Pago Sky felice e contento ma la RAI no! La risposta è molto semplice in realtà: la SerieA e i film me li voglio guardare su Sky e volontariamente pago, la RAI magari non la guardo nemmeno su zapping e quindi non la voglio pagare. Giustamente. Ma se è un’imposta va pagata. Corretto. Ma è un’imposta sul possesso della televisione non sul servizio televisivo offerto. La televisione l’ho già pagata quando l’ho comprata, se la facevano senza la possibilità di ricevere il segnale delle emittenti televisive che la compravo a fare?
Il cellulare lo posso usare per chiamare o mandare messaggi anche senza la SIM, basta avere un WiFi e usare Skype o iMessage o Face Time o WhatsApp, pago la connessione, non l’imposta alla TIM o alla 3 per il possedimento del cellulare.
Quindi, io, in sostanza, cosa pago? Il dilemma rimane.
Poi scopri che RAI è l’acronimo di RadioAudizioni Italia, e lì realizzi che sei proprio un itagliano ignorante se nemmeno lo sapevi, ti meriti di dover pagare il canone.

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Umorismo in corsia #4

Ambulatorio di medicina generale. Estate.

Paziente diabetica alquanto agitata: “Dottoressa, dottoressa!!! Guardi qua! Che disastro, che disastro! Io non capisco.. che sarà successo? Non mi era mai capitato.. mai così alta, MA-I”

La qui presente drketchup osserva i risultati delle analisi del sangue della paziente. La glicemia è alle stelle, ma che dico? Di più. “Signora, che ha mangiato ultimamente? E non mi dica bugie!”

Pz: “Ma niente dottoressa, NIENTE! Sono anche a dieta!!! Giuro! È qualche settimana che faccio la dieta dell’anguria, l’ho trovata su una di queste riviste. Mangio solo cocomero dottoressa! Più a dieta di così!!! Ma che sarà successo? Io mi faccio ricoverare, mi faccio!!!”

Dr: “Signora…… ma lei lo sa che l’anguria è acqua e zucchero vero?”

Ma è il tuo naso che fa questa puzza?

Mi hanno imbucata ad una festa. Nel senso che non ho deciso io di imbucarmi.
È andata così.
DottAvvocata (la quale dopo aver fatto l’avvocato per un paio di anni ha ben deciso di prendersi anche una laurea in medicina, della serie, perché no) si trasferisce in Germania e vuole fare un aperitivo di “addio”. Accetto volentieri l’invito per salutarla, anche se mi dice che non conosco nessun altro invitato. In fondo vado lì per lei, pazienza, penso, prendiamola come un’occasione per migliorare le mie già nulle capacità di convenevoli con sconosciuti; diluvia, magari mi parlano del tempo, e anche sul tempo ho difficoltà, di sicuro è un buon esercizio di allenamento.
Appena salgo in macchina DottAvvocata mi fa “siamo solo noi tre”, e indica il ragazzo sconosciuto alla guida (che chiameremo Walter White Jr.), “e quindi cambio programma, andiamo a una festa!”.
Fantastico.
Un avvocato dello studio legale dove prima lavorava DottAvvocata è stato invitato da alcuni amici a questa festa, e lui, a sua volta, ha ben pensato di invitare anche noi. In sostanza mi ritrovo a una festa di amici di amici di amici.
Ottimo.

Scopro solo quando scendiamo di macchina che Walter White Jr. è nato con una paralisi cerebrale, e così, lui in stampelle e New Balance, io in scarpette da pioggia e golf da 4£, imbuchiamo questa festa di nobili fiorentini come accompagnatori ufficiali di DottAvvocata.

Scopro anche che: sono la più giovane (età media quarantacinque anni), sono l’unica senza una maschera di trucco (ma mi capita sempre, di solito nemmeno ci faccio caso), le mie scarpette impermeabili non sono per niente in tono con il vestiario generale (stile, ho incontrato Cavalli oggi pomeriggio in via Tornabuoni e mi ha prestato questa cosuccia), il proprietario di casa (ultra settantenne) non è l’organizzatore della festa ma ha semplicemente messo a disposizione la location ad un suo amico. Ergo sono imbucata a una festa a casa di amici di amici di amici di amici.
Sempre meglio.

Breve digressione sul proprietario di casa: tal signore, single perché probabilmente la ventenne (innamoratissima) che si portava a letto fino a pochi anni prima l’ha mollato quando anche il viagra ha smesso di funzionare, si è aggirato tipo zombie tutta la sera e ha parlato sì e no con tre persone, fino a che ad un certo punto si è messo ad aiutare i camerieri del catering a sparecchiare, un elegante invito a smammare perché è più di mezzanotte ed è stanco, la borsa dell’acqua calda e la pasticca per la prostata lo attendono.

Breve digressione sulla casa: in realtà castello sulle colline sopra Firenze, con l’intera città ai suoi piedi. Castello che necessita decisamente l’aiuto di un architetto o designer perché si vede che proprio non ci siamo, gli anni Settanta sono passati da un pezzo.. ma non importa, gli invitati si sentono vippppssss e non lo fanno per niente notare: che fico fare la festa al castello, guarda che location, una festa da paura, fammi fare ottomila selfie, guarda come sono in, Piazzale Michelangelo è per gli sfigati, hashtag moneymoneymoney.

Noto subito che la tacita competizione della serata è NoIlTaccoPiùAltoCeLHoIo, punti extra assegnati per tette finte, botulino, crema abbronzante.
Saranno un’ottantina di persone, me le squadro tutte, una a una, con molti scambio qualche parola prima di decidere che non sono degni della mia attenzione. Giusto una manciata di invitati ispira una qualche personalità, un pizzico di originalità, un accenno di cultura, la maggioranza è una massa di caproni col portafoglio, basta orecchiare le conversazioni, discorsi di gente che probabilmente non è mai andata a fare la spesa al supermercato.
Inutile dire che tutti gli sguardi erano posati su di me e su Walter White Jr., due mostriciattoli a disturbare l’esteriorità della serata.

Breve digressione sul mio passato: nonostante me ne vada in giro con le scarpette impermeabili, e nonostante nel solo 2015 abbia passato qualcosa come tre mesi per ostelli (perché ancora il mio stipendio è scarsino), ho una famiglia di tutto rispetto, e ho avuto la fortuna di avere un padre che mi ha cresciuto in hotel cinque stelle lusso, Relais&Châteaux e ristoranti Michelin (e no, non ho il padre medico). Se uno mi dice che guadagna uno sconfondo nemmeno batto ciglio, puoi essere una star o un politico e non mi interesserà minimamente, perché il babbo mi ha anche insegnato, oltre a dormire e mangiare bene, che quello che vedi fuori, diamanti e alta moda, non valgono niente senza una personalità dietro. Soprattutto mi ha insegnato che l’educazione è fondamentale, ma la rispettabilità è mutevole più del meteo e affonda le sue radici nell’ipocrisia delle parvenze sociali: se Armani deciderà mai di andare alla prima della Scala con jeans e felpa tutti saranno sicuramente impressionati, ancora una volta, dalle sue incredibili arte ed eleganza. Tutto ciò per dire che forse non mi presento molto bene, ma di certo non mi imbarazzo se indosso un golfino Primark in una sala piena di abiti fatti su misura. Anzi, è proprio in queste occasioni che do il “meglio” di me, è in queste occasioni che divento perfida e lascio la mia intelligenza massacrare la stupidità e l’ignoranza del mio interlocutore. Ho sempre l’umiltà di imparare dagli altri, a meno che gli altri non abbiano la presunzione di sapere più di me.

Quando la disoccupata ventiquattrenne, compagna (sicuramente innamoratissima) di AvvocatoSessantenne, scopre, dopo avermi trattata da pezzente per quasi dieci minuti, che sono medico, si sente a disagio, e impellente urge il bisogno di dirmi che a inizio novembre va alle Maldive, in questo supermegafighissimo hotel extralusso. Pensa di impressionarmi, l’illusa. Mi distrae con le sue tette finte (difficile trattenersi dal toccarle, la misteriosa consistenza attira di riflesso gli occhi e la mano), ma le spiego che spesso a novembre piove, alle Maldive, e comincio a snocciolare pregi e difetti delle isolette, comparandole con le decine di paradisi tropicali e barriere coralline da me visitate. Voto finale: belle ma c’è di meglio. Le rivelo anche che farebbe bene ad accertarsi che il barman dell’albergone sia straniero, dato che i maldivianidoc non possono bere né servire alcol. Si scola il bicchiere di vino, prende un altro calice pieno a metà e ci rovescia dentro un secondo calice. Non mi rivolge parola per il resto della serata. Mi scende una lacrima per il dispiacere, vorrei sul serio toccarle le tette.

Conosco un architetto veramente in gamba, un ufficiale militare simpaticissimo, una stilista antipatica ma interessante.

E infine arriva il turno di AvvocatoRaccomandato, giovane rampollo che prosegue la tradizione decennale di famiglia. Mano sul fuoco che si è laureato a forza di mazzette, il nonno avrà offerto la cena a tutti i Professori prima degli esami; ha la faccia di uno  che non sa chi gli rifà il letto, probabilmente crede esistano gli elfi. Sai senza nemmeno chiederglielo che il suo sogno segretissimo è andare a fare il tronista a Uomini e Donne, segretissimo perché gli hanno detto che non va bene dire che si guarda Canale5, non è abbastanza di sinistra. Ancor prima di cominciare la conversazione senti che sarà un idiota, ha quel non so che negli occhi, quell’espressione da “ah ma perché, per guadagnare bisogna lavorare?”. Conversazione così interessante, che ad un certo punto mi sento vibrare la tasca dei jeans “scusa, è l’ospedale.. devo rispondere”. Che nemmeno lavoro in ospedale ma fa fico ed è rispettabile.

Junior mi guarda disperato mentre tal signorona con modestissima collana da qualche decina di migliaia di euro gli chiede se la banca dove lavora è a norma per gli handicappati. Gli domando se è stanco, e sì, è così stanco che mi passa le chiavi della macchina, non ce la fa nemmeno a guidare. Un congedo rispettabilissimo, povero angelo, con quella brutta malattia che si ritrova, ha fatto anche troppo a prendere la patente. Un congedo così rispettabile che passiamo dal kebabbaro a prendere un paio di birre da bere sul Lungarno perché abbiamo bisogno di una boccata d’aria dopo tutta quella puzza sotto il naso.