Programmo la fuga

on my way to myself

Io porto il tuo bacio a Firenze, né mai giammai potrò scordarmi te

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È successo di nuovo. Ieri ero a fare il medico ad una gara di atletica, e un tizio, dal nulla, mi si avvicina e mi fa “Tu sei quella che ha scritto quel libro vero? Ti ho riconosciuto, ero il tuo postino”. Ora, questa situazione merita un’analisi dettagliata.

Per prima cosa, il libro in questione (di sicuro non un successo letterario) è stato scritto dieci anni fa, e che io ricordi non è mai passato nella mia cassetta della posta. Forse il postino ha giusto visto le lettere che mi mandava la Giunti Editore, ma insomma, mica se le andava a leggere, ecco, potevano benissimo essere l’abbonamento a una qualche rivista o che so io. D’altronde però il paese è piccolo e la gente mormora, magari gli era arrivato questo succulento gossip ed è evidente che gli è rimasto appiccicato in fondo alla parete dei ricordi.

Seconda cosa, io, come al solito, non riconosco le persone. Ci sono due diverse situazioni che si possono presentare: il mio interlocutore è così poco interessante, e la mia curiosità nei suoi confronti così scarsa, che il suo volto è nel dimenticatoio al nanosecondo numero dieci, oppure, e questo è il caso più frequente, anche ad anni di distanza saprò riconoscere quei lineamenti, ma non avrò la più pallida idea a chi associarli. Il postino di ieri rientrava nella seconda categoria, faccia conosciuta, ma sapevo una mazza chi fosse.

Terzo fatto, e nocciolo della questione, tutti si ricordano di me. TUTTI. Anche i malati di Alzheimer si ricordano di me! Io ci scherzo con gli amici e i colleghi, ma se un giorno mi prende il bischero giuro che ci faccio su una ricerca scientifica.
Mi succede fin da quando sono piccola, non so spiegarmelo, ma chiaramente ho qualcosa di memorabile. Ci ho pensato molto nel corso degli anni, e direi che sono i miei capelli: una massa di ricci che vanno in tutte le direzioni, senza ordine; non ho mai cambiato poi così drasticamente acconciatura, più o meno i miei capelli sono sempre stati nello stesso modo, a caso. A supportare questa ipotesi c’è appunto una signora con Alzheimer, ricoverata in ospedale. La vecchietta non sapeva minimamente che giorno o anno o stagione fosse, non sapeva dove era e non si ricordava neanche di avere una figlia, fino a quando ad un certo punto, scrutandomi per un minuto buono, se ne uscì con “Però mi ricordo di quella ragazza lì con i ricci, ci siamo viste ieri vero?”. Eh già, ci eravamo viste il giorno prima. TUTTI si ricordano di me.

Una volta, quando studiavo in Australia, fu ricoverato un signore con Alzheimer; era di origini italiane, immigrato down under nel primo dopoguerra, e quella mattina era stato trovato a gironzolare senza documenti e senza alcun ricordo della strada di casa. Per i pochi giorni di permanenza in reparto, continuò a cantare La porti un bacione a Firenze, e voleva solo parlare in italiano, si rifiutava di rispondere in inglese agli altri dottori, tanto che almeno un paio di volte sono stata chiamata al microfono per andare ad aiutare nella traduzione “This is a message for the Italian student, please report to the Neuro ward asap”. Circa quattro mesi dopo, mentre mi spostavo dalle sale operatorie alla mensa, era di nuovo là, in piedi alla finestra del corridoio, che guardava fuori con sguardo perso. Non ero sicura sicura fosse lui (non riconosco le persone, credo di averlo già detto), e così lo salutai in inglese, ma appena mi vide, tutto allegro, mi parlò in italiano. Non mi disse come mai fosse ricoverato per la seconda volta, non se lo ricordava, ma mentre mi allontanavo, senza aver menzionato Firenze in alcun modo, lo sentii che cominciava a cantare Partivo una mattina co’ i’ vapore, e una bella bambina gli arrivò”.

Mi salutano per strada, c’è chi mi chiama per nome addirittura, ma io non so chi sia questa gente. Mi è successo spesso di essere riconosciuta ad anni di distanza da persone che ho visto magari una sera a cena da amici di amici. Una volta in un ristorante un cameriere mi chiese “Scusa, ma tu sei già venuta a mangiare qua vero? Tipo un annetto fa, ad una laurea?” Cose che mi fanno anche spaventare, insomma, pessima battuta da approccio, già non mi interessi perché sei uomo, se poi ti presenti anche da stalker direi che non ti puoi nemmeno appellare ad un eventuale istinto bisessuale represso.
Numerose volte ho sostenuto conversazioni intere, pure di dieci quindici minuti, con perfetti (a me) sconosciuti, tanto che ormai sono diventata bravissima, ne ho fatto quasi un’arte, a dimostrazione del fatto che la maggioranza delle conversazioni hanno scarsa o nulla importanza se neppure ti accorgi che non mi ricordo di te, o semplicemente sei troppo impegnato a parlare di te stesso per realizzare che per me sei solo un punto interrogativo che muove la bocca, il che ci può anche stare visto l’egocentrismo dilagante.
Saluto sempre, il saluto non si toglie a nessuno, e so che li conosco, perché appunto le facce me le ricordo, mi ricordo i singoli particolari di un volto, solo che non li so collocare.
Stavo pensando al commento lasciato da Mr. Loto sul mio precedente post. Tutti si ricordano di me, quindi in qualche modo lascio impresso nelle loro menti un qualcosa di mio, e solo mio, che si ricorderanno per anni a venire. Forse non è vero che non mi osservano. Ma se tu ti ricordi di me e io mi ricordo solo, che so, del tuo neo sulla guancia, o del fatto che quando parli il labbro superiore si contrae leggermente a sinistra, chiaramente c’è un problema di comunicazione, che, sono sicura, dipende in gran parte dal mio cervellino mezzo autistico. Questa cosa torna molto utile in medicina, accorgersi dei particolari e ricordarli, ma nella vita sociale è un disastro.
È pur vero che tante persone invece me le ricordo. Forse sono solo più interessanti. Non mi riesce trovare una soluzione, mi sforzo, cerco di migliorare, cerco di connettermi agli altri.
O molto più semplicemente sono una fica da paura ed è per questo che tutti si ricordano di me, solo che non me ne sono mai resa conto.

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15 thoughts on “Io porto il tuo bacio a Firenze, né mai giammai potrò scordarmi te

  1. Sarebbe peggio il contrario. Quanti sono scordati e si devono ripresentare continuamente…io opto per la gnocca paurosa

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  2. Ipotesi:
    Persone che non incidono nella nostra vita, incontrate al di fuori del loro “habitat naturale” (es. lavoro) risultano di difficile collocazione. A me è successo qualche volta.
    Il tuo viso, la tua persona, il lavoro che fai, viene ricordato per qualche motivo che non puoi individuare perché poco obiettiva verso te stessa. Magari hai una qualità che non prendi in considerazione… 😉

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  3. Qualcosa di insolito che resta impresso devi averlo.
    Io invece assomiglio sempre a qualcuno. Un sacco di gente mi dice che assomiglio ad una sua amica, ad una cugina, ad una parente….ho un viso così comune? Boh
    Una volta avevo letto qualcosa in proposito ma non ricordo che definizione avesse, avere il viso che assomiglia a molti altri

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    • eh di sicuro qualcosa di memorabile ce l’ho.. a saperlo magari eheh
      anche essere scambiati sempre per un’altra persona comporta i suoi problemi immagino “no, guardi, non la conosco. no, sul serio, le dico che non la conosco, mi lasci stare!” ahahahahah

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  4. Pingback: Coming out #2 | Programmo la fuga

  5. Bellissimo! La particolarità resta impressa nella mente, lo standard no 🙂 ciao

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  6. Pingback: Saranno famosi | Programmo la fuga

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