Programmo la fuga

on my way to myself

The perks of being a wallflower

14 commenti

Mio nonno, quello strano, mi raccontava sempre che una volta, quando ero all’asilo, venne passeggiando fuori dai giardini della scuola. Tutti i bambini erano fuori a giocare, c’era il sole, una bella giornata. Chi correva, chi dondolava sull’altalena, chi si arrampicava sulle casette di legno, alcuni raccoglievano fiorellini, altri infastidivano un formicaio, gridolini e schiamazzi, le maestre erano a sedere sul muricciolo a far due chiacchiere mentre controllavano che tutto filasse liscio tra i bambini.
Mio nonno mi raccontava sempre che invece io ero da sola, appoggiata ad un albero, guardavo gli altri in silenzio. Dopo avermi osservata per un po’, mi chiamò a gran voce e lo andai a salutare allegra. Volevo un mondo di bene a quel mio strano nonno.
Mi chiese se volevo tornare a casa, poteva parlare con le maestre e farmi uscire da scuola, se tanto dovevo star lì a far niente potevo per esempio andare con lui a giocare a racchettoni. Ma gli risposi che no, stavo bene lì dove ero, a far niente. E non ti annoi? No nonno.

La mia intera vita è stata più o meno così. Sto in un angolo in silenzio, e guardo. Guardo gli altri, la loro vita, cosa fanno, come si muovono, i piccoli gesti, quelle micro espressioni facciali che la maggioranza delle persone non nota e che invece dicono più di mille parole, sento i cambiamenti nel tono di voce, guardo i particolari che nemmeno loro sanno di avere, involontariamente tutti quanti si mostrano per quello che sono.
Il telefilm Lie to me, dove il mitico Tim Roth funziona da macchina della verità vivente, individuando i bugiardi proprio grazie alla cinesica (lo studio del linguaggio del corpo), è in realtà ispirato alla vita e ai lavori dello psicologo Paul Ekman. I suoi studi e le sue analisi dimostrarono che esistono sei espressioni emozionali universali, comuni a tutti i popoli e a tutte le culture, uguali in tutti i tempi e in ogni luogo geografico: gioia, rabbia, tristezza, disgusto, sorpresa, paura. È interessante notare che nel recente film Disney Inside Out (film che consiglio a tutti, soprattutto agli adulti), i personaggi protagonisti sono proprio cinque delle sei emozioni base. Rimane esclusa la sorpresa, e mi viene da pensare che forse è stata tralasciata di proposito perché in realtà destinata agli spettatori.

Non ho mai imparato a stare insieme alle altre persone, vengo distratta da troppe cose. Quando la gente parla, raramente le parole che dicono coincidono con le contrazioni muscolari del loro corpo e della loro faccia, i messaggi inviati sono contrastanti, e i miei neuroni vanno in tilt, mi sento a disagio e non so qual è la risposta più appropriata da dare. A volte trovo faticoso relazionarmi con chi mi sta di fronte, mi stanco addirittura, ma allo stesso tempo sono irrimediabilmente affascinata da quelle infinite possibilità di combinazioni che ci rendono ciò che siamo. Perciò non ho mai trovato niente di meglio da fare, se non stare appoggiata ad un albero e vivere gli altri.

INSIDE OUT

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14 thoughts on “The perks of being a wallflower

  1. Anche se ti limiti a guardare, il mondo ti interessa, non te ne tagli fuori. Mi fai venire in mente (scherzosamente) coloro che passano il tempo ad osservare i lavori da dietro una recinsione 🙂

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  2. Che bel post….che ti posso dire, ti capisco benissimo, infatti ho pochissimi amici perchè non riesco a relazionarmi bene con la gente. Però amo osservare il mio prossimo, ad esempio una cosa che amo fare è passeggiare da sola, sedermi in qualche bar carino, ordinare una birra e osservare la gente che passa. In italia mi guardano sempre in modo strano quando lo faccio perchè una “ragazza sola” al tavolo è una cosa singolare, all’estero invece li trovo decisamente più aperti ed intelligenti sotto questo punti di vista. Comunque concludo dicendoti: che bello non essere soli!!! 😉

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    • ti siedi nei bar da sola? non si fanno queste cose.. non è educato in italia.
      io viaggio quasi sempre da sola, e una delle cose che le persone mi chiedono, sconvolte aggiungerei, è “e che vai al ristorante da sola?!?!?!” da noi non usa, sei uno sfigato. anche semplicemente il “viaggiare da soli” non torna molto, mentre negli altri paesi è quasi più frequente andare da soli in giro per il mondo piuttosto che in compagnia.
      quando sono stata in giappone, a tokyo mi sono piazzata a sedere nello starbucks sopra l’incrocio di shibuya e sono rimasta a guardare le persone che attraversavano la strada per credo un’ora e mezzo XD

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  3. … probabilmente questo accade perché fino ad ora nessuno, a parte il nonno, ha mai osservato attentamente te….

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    • molto interessante questo commento, grazie mille 🙂 mi ha fatto riflettere.. non faccio certo niente per attirare l’attenzione e di solito va bene così, anche se a volte forse sono combattuta a riguardo..

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  4. Pingback: Io porto il tuo bacio a Firenze, né mai giammai potrò scordarmi te | Programmo la fuga

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