Programmo la fuga

on my way to myself


8 commenti

Il mondo di Sofia

Voglio ringraziare i miei lettori, chi lascia like, chi lascia commenti, chi non lascia niente ma legge semplicemente.
Questo mio secondo blog è nato nell’anonimato per riflettere, pensare, confrontarsi, finalmente libera da quell’immagine che mi era stata costruita addosso e che non è la mia. È nato come spazio per continuare a conoscermi e capirmi, nell’unico modo in cui sono capace, scrivendo. Scrivendo a volte cose senza significato, storielle allegre o tristi, pensieri banali o sofferti.
Sono stata anni senza scrivere, forse gli anni più privi di senso della mia vita, e solo il fatto di esser qua a raccontare quel che mi passa per la testa mi fa star meglio, mi far star bene. Quindi grazie.

“Rispondo” (diciamo così) con un post, ai commenti lasciati da Pendolante e gigifaggella al mio precedente articolo di oggi.
Per prima cosa grazie per i vostri commenti, ma grazie soprattutto perché mi avete fatto molto riflettere. Ho passato qualche ora a pensare e a leggere di filosofia, non lo facevo da tantissimo tempo e mi mancava. Per favore, non spaventatevi di questo post/risposta, pensa e pensa e pensa probabilmente ho un attimo perso la strada e sono finita a pensare a tutt’altro. Mi piacerebbe però condividere queste mie riflessioni pomeridiane, e siccome ne siete stati gli artefici ve ne volevo rendere pubblicamente credito.

la giustizia è, in senso assoluto e per sua stessa definizione, non soggettiva, poiché, in quanto qualità morale, è universale.

l’interpretazione (quindi il “questo per me è giusto”) e l’attuazione pratica (la giustizia giuridica o sociale o distributiva ecc), che ogni cultura o società dà alla giustizia, sono invece modificabili nel tempo e nelle circostanze (quindi sì, relative), perché altrimenti si rischierebbe di cadere nel summum ius summa inuria, e ciò non va bene, poiché è, ironicamente, ingiusto.
in altre parole, è piuttosto intuitivo che il giusto dovrebbe essere legale, ma il legale non sempre è giusto.

è convinzione generale che il relativismo sia la negazione dell’esistenza di un’unica verità o principio universali, ma non è solo questo, sostiene anche l’esistenza della molteplicità della verità assoluta, il che può suonare come una contraddizione ma non lo è.
nel primo caso infatti, se non esistono verità universali (quindi nemmeno una morale naturale universale), uccidere i propri figli è giusto, seviziare i negri è giusto, stuprare le donne è giusto, i nazisti hanno giustamente sterminato gli ebrei.
in ogni tempo, in ogni cultura, in ogni opinione, c’è la convinzione di fare la cosa giusta, e coloro che si oppongono sono nel torto e ingiusti.
nel secondo caso, invece, si sostiene che verità o principi assoluti esistono sotto molteplici forme (l’attuazione pratica di cui sopra), ma non per questo perdono la loro universalità: uccidere per difesa personale, per esempio, può essere considerato giusto, ma uccidere rimane comunque non giusto.

se io, per sentimento od opinione, considero una cosa giusta, non significa necessariamente che lo sia. se il mio giusto non riconosce o accetta il tuo giusto, e viceversa per diretta conseguenza, siamo entrambi ingiusti, e infatti la giustizia è quell’equilibrio naturale e innato che ci trattiene, appunto, dallo sgozzarci a vicenda.

e quindi sì, esiste un giusto indiscutibile, e sì, esiste un giusto per tutti.

è un po’ come per i diritti umani. il fatto che ai tempi degli egizi la schiavitù fosse legale (e per sua estensione, giusta secondo i faraoni) non significa che gli schiavi non avessero il diritto naturale di essere liberi.
e così per tutti gli altri diritti: sono sempre esistiti in tutti i tempi e in tutti i luoghi, in ogni cultura e società, semplicemente per il fatto che li possediamo in quanto esseri umani con una natura morale.
ci sono solo stati diversi momenti nel corso della storia in cui è stata presa consapevolezza, da parte di una società (non necessariamente tutte le società) dell’esistenza di tali diritti.
ci sono purtroppo nel mondo ancora diritti da garantire, perché ancora non legali o riconosciuti, ma non per questo non giusti.

Annunci


12 commenti

Coming out #2

La scorsa settimana è stato il compleanno della mia carissima amica Joey. Mi sono ritrovata sabato sera alla sua “festa”, che in realtà è stato un tranquillissimo aperitivo. Fra pochi giorni Joey diventa Dottoressa e ha la tesi, i pazienti, la professoressa col fiato sul collo, è stressata, mi chiama e piange al telefono, non dorme, mi è dimagrita qualcosa come sei chili, uno per ogni anno trascorso con il fidanzato che l’ha mollata di punto in bianco poco tempo fa. Per far capire l’andazzo, il regalo è stato un massaggio rilassante. Invecchiamo inesorabilmente.
E insomma, c’aveva da andare a letto presto, la revisione della tesi incombe, un aperitivo veloce giusto per dire che era il suo compleanno e poi a nanna.
Arrivo al locale e ci trovo S con tutta la sua schiera di amici, quelli che vivono nella terra di mezzo o che so io.
Per rimanere in tema “Tutti si ricordano di me“, mi presento a tale fanciulla, simpatica giocatrice di rugby ben piantata, stretta di mano possente e risata contagiosa, convinta che fosse la prima volta che ci incontravamo. Ma ovviamente ci eravamo già conosciute.. alla laurea di S, qualcosa come un anno e mezzo fa, per forse tre ore. Mi ha fatto pensare a quando, a Tokyo, un’amica svizzera del mio vicino di casa mi disse “No, ma ci siamo conosciute quando sono venuta in Italia cinque anni fa, ti abbiamo trovato per caso per strada, abbiamo parlato qualche minuto”. Giusto per ribadire quanto frequentemente mi capiti questa cosa, ecco. E giuro che non ho i capelli evidenziatore!

Ad un certo punto della serata, la rugbista se ne viene fuori con questo video di giocatori mezzi nudi, tutti muscolosi e aitanti. Gridolini di giubilo e ommioddio da parte delle donzelle, commenti come “si vede lontano un miglio che sono pompati” da parte dei ragazzuoli, “pompati sopra e spompati sotto”, le solite cose. Il cellulare con il video fa il giro del tavolo ed arriva anche nelle mie mani. Il mio sguardo di indifferenza credo sia stato storico. Solo quando uno degli elfi (o forse fa il nano, non saprei) googola le foto di Angelina Jolie gridando “ora si ragiona vedi”, mi sono un attimo ravvivata.

Mi è tornato alla mente, con un certo magone tra l’altro, quel sabato sera di tanti anni fa. Sarò stata, credo, in prima o seconda media, ed eravamo, guarda caso, proprio ad un compleanno, nella tristissima pizzeria del paesello, quella che ha ancora, da secoli immemori, le stesse tendine gialle di unto, la solita partita di calcio sullo schermo del televisorino appeso alla parete sopra i tavoli, l’immodificabile menu con ditate di grasso, per dessert ignoranza.
Argomento hot della serata: Baywatch.

proprio adesso, mentre scrivo, mi è venuto da sorridere, ma uno di quei sorrisi tristi, presente? ho un attimo il cuore in gola, deglutisco e lo ributto giù

Popolazione maschile goliardicamente indecisa tra la bionda super Pamelona, e la morettina Caroline Holden; popolazione femminile che si stava per accapigliare nella difficoltosa scelta del più figaccione. Io, come al solito, in silenzio. Poi chiedono la mia opinione e il mio cervello entra nel panico. Non potevo certo dire “una delle sorelle Holden, scegliete voi, mi vanno bene entrambe”, rischiavo di essere cacciata dalla pizzeria del paesello, a quei tempi meglio lebbrosa che lella. Me ne uscii con un balbettassimo e sussurrato “Mitch……?”. Era chiaro che non sapevo di cosa stessi parlando, risposta sbagliatissima, meeeeeeee, lampeggiante rosso sopra la testa, eliminata, aprite la botola!

Fui derisa per il resto della serata, anche fuori, nel parcheggio, mentre aspettavamo che i genitori ci venissero a riprendere. Eppure io ce l’avevo la risposta giusta! Era Caroline, dannazione, era giusta, la sapevo! Ma se davo la risposta giusta, sarebbe diventava comunque sbagliata, mi avrebbero preso in giro ugualmente. E allora com’è la questione qua? Esiste un giusto che è giusto per tutti, o c’è un giusto che è giusto solo per alcuni e sbagliato per gli altri? Un paio di anni più tardi lessi La fattoria degli animali, e tutto fu più chiaro.


15 commenti

Io porto il tuo bacio a Firenze, né mai giammai potrò scordarmi te

È successo di nuovo. Ieri ero a fare il medico ad una gara di atletica, e un tizio, dal nulla, mi si avvicina e mi fa “Tu sei quella che ha scritto quel libro vero? Ti ho riconosciuto, ero il tuo postino”. Ora, questa situazione merita un’analisi dettagliata.

Per prima cosa, il libro in questione (di sicuro non un successo letterario) è stato scritto dieci anni fa, e che io ricordi non è mai passato nella mia cassetta della posta. Forse il postino ha giusto visto le lettere che mi mandava la Giunti Editore, ma insomma, mica se le andava a leggere, ecco, potevano benissimo essere l’abbonamento a una qualche rivista o che so io. D’altronde però il paese è piccolo e la gente mormora, magari gli era arrivato questo succulento gossip ed è evidente che gli è rimasto appiccicato in fondo alla parete dei ricordi.

Seconda cosa, io, come al solito, non riconosco le persone. Ci sono due diverse situazioni che si possono presentare: il mio interlocutore è così poco interessante, e la mia curiosità nei suoi confronti così scarsa, che il suo volto è nel dimenticatoio al nanosecondo numero dieci, oppure, e questo è il caso più frequente, anche ad anni di distanza saprò riconoscere quei lineamenti, ma non avrò la più pallida idea a chi associarli. Il postino di ieri rientrava nella seconda categoria, faccia conosciuta, ma sapevo una mazza chi fosse.

Terzo fatto, e nocciolo della questione, tutti si ricordano di me. TUTTI. Anche i malati di Alzheimer si ricordano di me! Io ci scherzo con gli amici e i colleghi, ma se un giorno mi prende il bischero giuro che ci faccio su una ricerca scientifica.
Mi succede fin da quando sono piccola, non so spiegarmelo, ma chiaramente ho qualcosa di memorabile. Ci ho pensato molto nel corso degli anni, e direi che sono i miei capelli: una massa di ricci che vanno in tutte le direzioni, senza ordine; non ho mai cambiato poi così drasticamente acconciatura, più o meno i miei capelli sono sempre stati nello stesso modo, a caso. A supportare questa ipotesi c’è appunto una signora con Alzheimer, ricoverata in ospedale. La vecchietta non sapeva minimamente che giorno o anno o stagione fosse, non sapeva dove era e non si ricordava neanche di avere una figlia, fino a quando ad un certo punto, scrutandomi per un minuto buono, se ne uscì con “Però mi ricordo di quella ragazza lì con i ricci, ci siamo viste ieri vero?”. Eh già, ci eravamo viste il giorno prima. TUTTI si ricordano di me.

Una volta, quando studiavo in Australia, fu ricoverato un signore con Alzheimer; era di origini italiane, immigrato down under nel primo dopoguerra, e quella mattina era stato trovato a gironzolare senza documenti e senza alcun ricordo della strada di casa. Per i pochi giorni di permanenza in reparto, continuò a cantare La porti un bacione a Firenze, e voleva solo parlare in italiano, si rifiutava di rispondere in inglese agli altri dottori, tanto che almeno un paio di volte sono stata chiamata al microfono per andare ad aiutare nella traduzione “This is a message for the Italian student, please report to the Neuro ward asap”. Circa quattro mesi dopo, mentre mi spostavo dalle sale operatorie alla mensa, era di nuovo là, in piedi alla finestra del corridoio, che guardava fuori con sguardo perso. Non ero sicura sicura fosse lui (non riconosco le persone, credo di averlo già detto), e così lo salutai in inglese, ma appena mi vide, tutto allegro, mi parlò in italiano. Non mi disse come mai fosse ricoverato per la seconda volta, non se lo ricordava, ma mentre mi allontanavo, senza aver menzionato Firenze in alcun modo, lo sentii che cominciava a cantare Partivo una mattina co’ i’ vapore, e una bella bambina gli arrivò”.

Mi salutano per strada, c’è chi mi chiama per nome addirittura, ma io non so chi sia questa gente. Mi è successo spesso di essere riconosciuta ad anni di distanza da persone che ho visto magari una sera a cena da amici di amici. Una volta in un ristorante un cameriere mi chiese “Scusa, ma tu sei già venuta a mangiare qua vero? Tipo un annetto fa, ad una laurea?” Cose che mi fanno anche spaventare, insomma, pessima battuta da approccio, già non mi interessi perché sei uomo, se poi ti presenti anche da stalker direi che non ti puoi nemmeno appellare ad un eventuale istinto bisessuale represso.
Numerose volte ho sostenuto conversazioni intere, pure di dieci quindici minuti, con perfetti (a me) sconosciuti, tanto che ormai sono diventata bravissima, ne ho fatto quasi un’arte, a dimostrazione del fatto che la maggioranza delle conversazioni hanno scarsa o nulla importanza se neppure ti accorgi che non mi ricordo di te, o semplicemente sei troppo impegnato a parlare di te stesso per realizzare che per me sei solo un punto interrogativo che muove la bocca, il che ci può anche stare visto l’egocentrismo dilagante.
Saluto sempre, il saluto non si toglie a nessuno, e so che li conosco, perché appunto le facce me le ricordo, mi ricordo i singoli particolari di un volto, solo che non li so collocare.
Stavo pensando al commento lasciato da Mr. Loto sul mio precedente post. Tutti si ricordano di me, quindi in qualche modo lascio impresso nelle loro menti un qualcosa di mio, e solo mio, che si ricorderanno per anni a venire. Forse non è vero che non mi osservano. Ma se tu ti ricordi di me e io mi ricordo solo, che so, del tuo neo sulla guancia, o del fatto che quando parli il labbro superiore si contrae leggermente a sinistra, chiaramente c’è un problema di comunicazione, che, sono sicura, dipende in gran parte dal mio cervellino mezzo autistico. Questa cosa torna molto utile in medicina, accorgersi dei particolari e ricordarli, ma nella vita sociale è un disastro.
È pur vero che tante persone invece me le ricordo. Forse sono solo più interessanti. Non mi riesce trovare una soluzione, mi sforzo, cerco di migliorare, cerco di connettermi agli altri.
O molto più semplicemente sono una fica da paura ed è per questo che tutti si ricordano di me, solo che non me ne sono mai resa conto.


14 commenti

The perks of being a wallflower

Mio nonno, quello strano, mi raccontava sempre che una volta, quando ero all’asilo, venne passeggiando fuori dai giardini della scuola. Tutti i bambini erano fuori a giocare, c’era il sole, una bella giornata. Chi correva, chi dondolava sull’altalena, chi si arrampicava sulle casette di legno, alcuni raccoglievano fiorellini, altri infastidivano un formicaio, gridolini e schiamazzi, le maestre erano a sedere sul muricciolo a far due chiacchiere mentre controllavano che tutto filasse liscio tra i bambini.
Mio nonno mi raccontava sempre che invece io ero da sola, appoggiata ad un albero, guardavo gli altri in silenzio. Dopo avermi osservata per un po’, mi chiamò a gran voce e lo andai a salutare allegra. Volevo un mondo di bene a quel mio strano nonno.
Mi chiese se volevo tornare a casa, poteva parlare con le maestre e farmi uscire da scuola, se tanto dovevo star lì a far niente potevo per esempio andare con lui a giocare a racchettoni. Ma gli risposi che no, stavo bene lì dove ero, a far niente. E non ti annoi? No nonno.

La mia intera vita è stata più o meno così. Sto in un angolo in silenzio, e guardo. Guardo gli altri, la loro vita, cosa fanno, come si muovono, i piccoli gesti, quelle micro espressioni facciali che la maggioranza delle persone non nota e che invece dicono più di mille parole, sento i cambiamenti nel tono di voce, guardo i particolari che nemmeno loro sanno di avere, involontariamente tutti quanti si mostrano per quello che sono.
Il telefilm Lie to me, dove il mitico Tim Roth funziona da macchina della verità vivente, individuando i bugiardi proprio grazie alla cinesica (lo studio del linguaggio del corpo), è in realtà ispirato alla vita e ai lavori dello psicologo Paul Ekman. I suoi studi e le sue analisi dimostrarono che esistono sei espressioni emozionali universali, comuni a tutti i popoli e a tutte le culture, uguali in tutti i tempi e in ogni luogo geografico: gioia, rabbia, tristezza, disgusto, sorpresa, paura. È interessante notare che nel recente film Disney Inside Out (film che consiglio a tutti, soprattutto agli adulti), i personaggi protagonisti sono proprio cinque delle sei emozioni base. Rimane esclusa la sorpresa, e mi viene da pensare che forse è stata tralasciata di proposito perché in realtà destinata agli spettatori.

Non ho mai imparato a stare insieme alle altre persone, vengo distratta da troppe cose. Quando la gente parla, raramente le parole che dicono coincidono con le contrazioni muscolari del loro corpo e della loro faccia, i messaggi inviati sono contrastanti, e i miei neuroni vanno in tilt, mi sento a disagio e non so qual è la risposta più appropriata da dare. A volte trovo faticoso relazionarmi con chi mi sta di fronte, mi stanco addirittura, ma allo stesso tempo sono irrimediabilmente affascinata da quelle infinite possibilità di combinazioni che ci rendono ciò che siamo. Perciò non ho mai trovato niente di meglio da fare, se non stare appoggiata ad un albero e vivere gli altri.

INSIDE OUT


6 commenti

L’origine delle specie 2.0

Quando la gente ha cominciato ad andare nei centri commerciali, i piccoli negozianti si sono lamentati che non avevano più clienti.
Quando i cellulari iniziavano a far parte della nostra vita, la maggior parte delle persone si lamentava di chi li usava e sosteneva che non se ne sarebbe mai comprato uno.
Quando Sky prese il sopravvento, i noleggiatori di videocassette e dvd si lamentarono perché dovevano chiudere bottega.
Quando si cominciarono a diffondere le macchine fotografiche digitali, i negozi di fotografia si lamentarono perché i loro introiti erano dimezzati.
Quando Ryanair cominciò a fare voli low cost, le compagnie aeree si lamentarono perché vendevano meno biglietti.
Quando si cominciò a diffondere il concetto di copy left, l’intero mondo artistico-creativo si lamentò perché il copy right è sacro.
Quando iTunes mise le canzoni scaricabili, le case discografiche si lamentarono perché guadagnavano meno.
Quando si è cominciato ad usare internet per prenotare le vacanze, le agenzie di viaggio si sono lamentate perché stavano fallendo.
Quando la gente ha cominciato a leggere i giornali online, le redazioni si sono lamentate perché la cultura stava finendo.
Quando si è cominciato a guardare film in streaming e ad andare nelle multisala, i piccoli cinema si sono lamentati perché gli spettatori erano diminuiti.
Quando si è cominciato ad usare siti come Amazon e Zalando, i centri commerciali si sono lamentati che non avevano più clienti.
Quando sono usciti i primi lettori di ebook, molti scrittori si sono lamentati perché non si volevano abbassare a tanto.
Quando è comparso Uber, i tassisti si sono lamentati perché gli veniva rubato il lavoro.
Quando Airbnb ha cominciato a diventare popolare, gli albergatori hanno cominciato a lamentarsi perché è concorrenza sleale.

Il mondo evolve, il mercato evolve, le persone evolvono. Come ha insegnato Darwin, l’evoluzione non si può fermare, e solo coloro che hanno le caratteristiche più vantaggiose riusciranno ad avere successo riproduttivo. La selezione naturale però, per sua definizione, non introduce nuove caratteristiche, tende ad uniformare la popolazione. Solo casuali mutazioni sono in grado di rafforzare gli individui più idonei a sopravvivere ed eliminare i più deboli.
Non so proprio come mai la gente continua a lamentarsi, in fondo quando per la prima volta comparve la luce elettrica c’era chi la considerava opera del diavolo.Downton-Abbey-telephone


19 commenti

Lo darò all’uomo nero che lo tiene un anno intero

Questa mattina sono andata a fare la conoscenza della pediatra che sostituirò per qualche giorno. Solite cose, vai, ti presenti, ti lasciano le chiavi dell’ambulatorio e le password, due parole. Al telefono mi aveva detto di non avere troppi pazienti, circa 500, lavoro tranquillo. A chi non è del mestiere possono sembrare tanti ma vi assicuro che non è così; in un qualsiasi turno di guardia medica che mi sono fatta nell’ultimo anno e mezzo, di media avevo ogni notte sui 10.000-11.000 potenziali pazienti. True story.
E insomma, quando mi ha chiamato mi sono detta, mah, strano solo 500 pazienti. Però vai te a capire, dispersa nei colli toscani, con addirittura un ambulatorio su per l’Appennino.. ci sta, ci sta.
Arrivo alla Casa della Salute, busso, ed eccola là: nera nera nera, una simpaticissima africana con le curve messe al posto giusto, una miriade di riccioli scompigliatissimi in tutte le direzioni; ottimo italiano, un lieve accento tendente al francese.

Tornando a casa mi è venuto in mente Nutellone alla sua prima sostituzione di un medico di famiglia. Dovete infatti sapere che il dottor Nutellone, un armadio nero di un metro e novanta di origine nigeriana (ma nato e cresciuto in Italia), novello medico con fresca abilitazione alla professione, si presentò un giorno d’estate nella provincia toscana, appunto per sostituire tale medico di famiglia che se ne era andato in vacanza. Già potete immaginare le reazioni delle vecchiette che frequentano quotidianamente lo studio medico, per farsi misurare la pressione, perché hanno le gambe gonfie, perché non dormono, perché hanno finito le medicine, perché in realtà sono vedove e sole ed erano giusto lì all’angolo dal fruttivendolo e hanno pensato bene di passare a far due parole col dottore tanto un dolore da qualche parte ce l’hanno. Se non siete in grado di immaginare le reazioni delle suddette vecchiette, ecco qua un classico, tratto dalle migliori sale di attesa.

Vecchietta1: “C’è il sostituto”
Vecchietta2: “Ah.. (con disappunto) è sempre in ferie il dottore.. io non lo so”
Vecchietta3: “Tra l’altro dice sia appena laureato questo”
V2: “Pure! esanddabbenesì. No, ma tanto devo solo farmi fare le ricette delle medicine.. danni non ne farà eh”
V1: “Oh.. (bisbiglio) e poi dice sia di colore”
V3: “Eh ma ora vedrai cominciano eh, con tutta ‘sta gente che arriva. Anche le infermiere son tutte rumene, polacche”
V2: “Ma avranno studiato? Io non capisco, ci son tanti dottorini e dottoressine giovani di qui che han bisogno di lavorare”
Arriva la Vecchietta4.
V2: “C’è il sostituto..”
V4: “Nooo. Ma è quella dottoressa solita?”
V3: “Macchè, un dottore nuovo.. Nero”
V4: (sospiro e testa che si muove lentamente da destra a sinistra) “Ma per lo meno lo sa l’ italiano?”

Dovete inoltre sapere che Nutellone non solo lo sa l’italiano (perché è italiano), ma parla addirittura un impeccabile fiorentino stretto. In più, a suo vantaggio, è pure discreto, con un sorriso decisamente invidiabile, ed ha un cuore buono, come la Nutella.
Tempo una settimana e la fila di vecchiette davanti all’ambulatorio era triplicata. A quanto pare nessuna si fidava più della farmacista per misurarsi la pressione, e a quanto pare tutte si volevano fare un controllino generico, che sai, con l’età, non si sa mai.

E allora, mentre guidavo verso casa, ho pensato: ma vuoi vedere che questi bigotti ignoranti campagnoli non ce li vogliono portare i loro perfetti pargoletti da una pediatra di colore? Che in fondo mi sembra anche un ragionamento giusto no? Sai mai le prendesse il matto, si ruba i bambini e se li tiene un anno intero.

2641216466-mamma-ma-cos-e-il-razzismo-mangia-o-chiamo-l-uomo-nero_a


5 commenti

Dragon’s Loyalty Award e Liebster Award

Secoli or sono, mi giunsero due award. Chiedo venia se ancora non avevo dato alcun segno di risposta, ma sono stata praticamente un mese ad usare la versione cellulare di WordPress nel raggio di due continenti, a tratti dispersa nella giungla, e non è stato proprio comodocomodo. Adesso che sono di nuovo in patria (sento già a distanza le vostre pacche di conforto sulle spalle), mi concentro e svolgo il mio dovere di blogger.
Sono i primi award che riceve il mio nuovo blog (il vecchio e storico blog rimarrà una misteriosa URL) e ne sono alquanto felice in realtà. In poco tempo si è creata una buona comunità, son soddisfatta.

Cominciamo con il Dragon’s Loyalty Award generosamente offertomi da Bruciami Dentro.dragonDevo raccontare sette cose su di me. E allora:
1- Ho paura delle mucche
2- Alla tenera età di sedici anni ho pubblicato un libro
3- Non vado mai dal dentista
4- Ho ancora amici immaginari
5- Non ho bevuto alcol fino al compimento della maggiore età
6- Conosco la lingua dei segni
7- Mai più nella vita metterò la sveglia alle 6:40 di mattina

Passiamo poi al Liebster Award di Ciao latte, ciao (ottava cosa su di me: sempre stata intollerante al lattosio, dopo il latte materno il mio stomaco non ha più voluto saperne).

liebster3

Rispondiamo a queste dieci domande!
1- Qual è la citazione guida nella tua vita? Da On the road di Jack Kerouac: “You boys going to get somewhere, or just going?”
2- Qual è la tua opera d’arte preferita? Pessima domanda, veramente pessima. Non lo so, dipende dal momento, dallo stato d’animo, dal tempo. So di sicuro però che Firenze dal piazzale Michelangelo mi toglie sempre il fiato. Si può considerare un’opera d’arte?
3- Qual è la città del tuo cuore, che tu l’abbia visitata o meno, e perché, cosa ti evoca? Melbourne, perché è l’unica casa che ho oltre a casa mia.
4- In quale epoca storica ti piacerebbe essere nato e aver vissuto? Questa ovviamente! Senza Estathè non sarei potuta esistere.
5- Qual è la tua fiaba preferita? Se si può definire fiaba direi che vado con Momo di Michael Ende.
6- Qual è il tuo sogno nel cassetto? Come già scritto in Bucket List, il mio sogno assoluto nel cassetto è andare alle Fiji e stare sulla linea del cambiamento di data.
7- Qual è l’invenzione della quale saresti voluto essere artefice? Il tampax.
8- Qual è il personaggio storico che più ti affascina e perché? Oriana Fallaci, la profeta indiscussa della nostra era.
9- Perché un blog… Il primo blog fu un esame universitario (il miglior esame della mia vita tra l’altro), questo secondo blog perché voglio scrivere senza preoccuparmi di chi leggerà.
10- La tua poesia preferita… perché di poesia siamo fatti… Il passero solitario di Giacomo Leopardi.

Come ogni tag e premio che si rispetti dovrei nominare i prossimi e smollare il testimone, ma ho già scritto da qualche parte che di solito non seguo mai alla lettera le istruzioni, è più forte di me. Quindi non nomino nessuno in particolare ma vi invito a usufruire di questi premi se già non li avete ricevuti, e se volete scrivetemi nei commenti tre cose su di voi.