Programmo la fuga

on my way to myself

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Oggi è venuto mio nipote a pranzo. Aveva la barba di almeno tre giorni. Gli ho detto più volte che si dovrebbe radere tutte le mattine ma come al solito non ascolta, e non è compito di un nonno quello di rimproverare i nipoti.
All’università tutto bene, mancano pochi esami e si laurea… in non so bene che cosa; non sono sicuro ma non credo ci fosse questa università di cose di comunicazione ai miei tempi. O forse c’era. Ho la terza elementare io, che ne posso sapere. In città si diverte, questo nostro paesino arroccato sugli scogli non gli manca. Ma la prossima estate dice che vuole tornare per qualche giorno, porta i suoi amici al mare. Gli chiedo se ha la fidanzata ma abbassa gli occhi un po’ imbarazzato, scuote la testa e poi cambia argomento. È un bel ragazzo, è cresciuto bene, si sistemerà.
Passa tutto il pomeriggio in terrazza, al telefonino. Bip bip chiama qualcuno, parla sottovoce, bip bip, cammina su e giù, lo vedo che gesticola mentre bisbiglia, bip bip, bip bip, non risponde più. È a sedere e guarda il tramonto, rimane solo il rumore delle onde. Lo vedo che si asciuga una lacrima, la testa fra le mani. L’ultimo autobus per tornare in città è partito venti minuti fa, vado a preparargli il letto, quello dove dormiva suo padre da ragazzo.
La sera mangio sempre una minestrina calda ma lo vedo che a lui non va, ne assaggia comunque qualche cucchiaio per farmi contento. Anche io alla sua età odiavo la minestrina. Apro l’ultimo cassetto a sinistra e tiro fuori un pacchetto di noccioline; sono rimaste lì dallo scorso Natale, ancora non sono scadute, andranno bene. Poi apro la bottiglia grande di birra. Ne beviamo sempre una il martedì quando gli altri vedovi del paesino vengono da me a giocare a carte, un bicchierino a testa che sennò troppa fa venire l’acidità allo stomaco e poi non si dorme. Ne beve in silenzio quasi metà, guarda i fiorellini stampati sulla tovaglia plastificata. La minestra si è freddata nella scodella.
– Come si chiama?
Ha il terrore negli occhi, diventano lucidi, sempre più grandi, si sta per mettere a piangere. Vuole dirmi qualcosa ma non ne ha il coraggio. Come quando aveva quattro anni e aveva nascosto una lucertola nel lettone e quando mia moglie è andata a fare il pisolino nel pomeriggio ha cominciato a urlare ed è caduta dal letto e si è rotta il braccio. Quando siamo tornati dall’ospedale mi si è seduto davanti, proprio qui in cucina, con lo stesso sguardo, e alla fine ha detto che era colpa sua se la nonna si era fatta male.
Butta giù un altro sorso di birra. Fa un respirone. Sta per dire qualcosa ma ci ripensa. Si schiarisce la gola, si concentra sulle notizie al telegiornale. Il meteo: domani piove, ancora la primavera non è arrivata.
– Daniele. Si chiama Daniele.

Si chiamava Gioele. Abitava a Milano ma tutte le estati veniva qui al mare. Suo nonno aveva quella casa grande in fondo alla strada sterrata dopo la sartoria. I miei amici lo ignoravano il più delle volte, le altre lo prendevano in giro. Dalla città, tutto impomatato, non sapeva fare i nodi, leggeva riviste, a pallone era un disastro, e non sapeva nemmeno prendere i ricci di mare. A me stava simpatico invece. Mi ha insegnato a usare per bene le posate a tavola, mi raccontava i quadri dei musei su a Milano, una volta mi regalò anche la sua divisa di scuola, gli andava piccola ma a me calzava a pennello. Bellissima, blu, con la giacca e il taschino, camicia inamidata, i calzoncini con la piega davanti. Non l’ho mai detto a nessuno ma mi ha anche insegnato a ballare, mi faceva fare l’uomo e mi spiegava tutti i passi. A stargli così vicino mi sentivo strano. Per questo non l’ho mai detto a nessuno, ma quando poi c’era da trovar la fidanzata io sono stato il primo perché ero apprendista sarto, vestivo elegante e sapevo ballare come Fred Astaire; gli altri erano solo goffi pescatori. La più carina, occhi da cerbiatto, siamo stati sposati trentasette anni, so che mi guarda da lassù.
Durante la guerra Gioele non venne mai d’estate. Neanche dopo. Neanche quando ci fu il funerale di suo nonno. C’era tutto il paese, la famiglia era venuta da Milano, ma lui non c’era. Era andato a studiare in Svizzera, mi dissero.
Molti anni dopo comparve il cartello “Vendesi” là alla grande casa in fondo alla strada che prima era sterrata. La comprò una famiglia di Venezia. Venne un camion a portare via tutti i mobili, ci mise tre giorni, avanti e indietro. Quando la casa rimase vuota entrai di nascosto, ballai lì dove c’era stata la biblioteca, abbracciato al ricordo di Gioele.
Lo rividi poco dopo che la mia cerbiatta se ne era andata, mangiata da un male che è durato mesi terribili. Aveva affittato un appartamento sopra il negozio di canne da pesca. Passava l’inverno lì. Era con un suo amico americano, giovane, che non stava bene, lo aveva portato al mare per fargli cambiare aria. Andavamo a fare colazione al bar, passeggiate sul lungomare, gomito a gomito per ripararci dal vento, la sera del mio compleanno mi preparò il barbecue come lo faceva sempre negli Stati Uniti. Gli preparai un vestito su misura, un bel doppio petto, gessato. Gli dissi che se mai avesse deciso di sposarsi gli avrei fatto io l’abito per il matrimonio.
Il giovane americano morì prima della primavera. Trovai Gioele inginocchiato davanti al letto, la mano in quella del ragazzo. Piangeva. Avevo paura, sul cadavere scheletrico c’erano strane macchie, marroni, tipo delle piaghe. Gli baciò addio sulle labbra. Litigammo, lo insultai, gli dissi cose cattive. Cose che altri più volte avevano detto a me in passato e che mi avevano fatto male. Cose che non avevo mai avuto il coraggio di dire a me stesso.

– E me lo porti a far conoscere la prossima estate questo Daniele?
– Nonno… lui… è… cioè, noi… non è proprio un amico… cioè sì, siamo amici, però ecco… stiamo insieme. Nel senso… è… è il mio ragazzo.
– Dai, richiamalo e digli che è invitato al pranzo di Pasqua. E se tuo padre si azzarda a dir qualcosa mi sente! Richiamalo, vedrai che si sistema tutto.

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