Programmo la fuga

on my way to myself

Saudade

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Ieri sera ero con amici a prendere una birra al brasiliano. L’unico ristorante brasiliano nell’intera provincia. E non è neppure che sia particolarmente buono. Infatti siamo andati a prendere una birra, non a mangiare. Una di quelle sere che continui a ciondolare nel parcheggio, sposti il peso da un piede all’altro, parole a caso, discorsi a caso, non sai che fare, solite cose, proposte che cadono nel vuoto. La classica serata italiana di provincia insomma. Il brasiliano era lì a pochi metri, non ci siamo nemmeno stancati a fare quei quindici passi. Locale deserto, una coppia in un angolo e noi ad occupare cinque tavolini messi in fila, birra e caipirinha per tutti, noccioline sparse.

Ad un certo punto parte la musica a tutto volume, cose che anche a quelli che passavano sul marciapiede dall’altro lato della strada gli è preso un colpo. La cameriera si mette a ballare, così, in mezzo al locale, da sola. Pochi minuti e anche il cameriere la raggiunge. In men che non si dica dalle cucine escono le cuoche, un tizio che probabilmente è il proprietario e due bambini. E tutti ballano, così, perché sì.

Ridevano, e ballavano, e ridevano, e ballavano.

Mi ha colpito come una pugnalata: la saudade.

Qualche anno fa ho passato cinque settimane in Brasile, quattro delle quali in famiglia. Quando provavano a spiegarmi cosa fosse la saudade mi dicevano sempre che lo avrei capito una volta tornata a casa, che non c’era bisogno di spiegazioni, l’avrei riconosciuta, e avrei odiato amarla.
C’è una canzone, Toda saudade, che dice più o meno così:

Ogni saudade è la presenza
Dell’assenza di qualcuno
Di qualche luogo
Di qualcosa infine
Un improvviso no
Che si trasforma in sì
Come se l’oscurità
Potesse illuminarsi
Dalla stessa assenza di luce
Il chiarore si produce
Il sole nella solitudine.

Ogni saudade è una capsula
Trasparente
Che sigilla
E allo stesso tempo
Porta la visione
Di ciò che non si può vedere
Perché si è lasciato dietro si sé
Ma che si conserva nel proprio cuore.

Qualcuno ha scritto “La saudade non guarda il futuro, ma non è neanche il passato… è il presente;  è come una malattia che ci si porta dentro, insieme alla speranza che il tempo la guarisca; è la tormentata volontà di avere di nuovo quello che si è perso; è la forza di non lasciarsi sopraffare da questo struggimento e di tradurre il passato dando un senso al presente; e’ un dolore, ma anche un piacere che mantiene in vita ciò che non esiste più, è lontano, o non può più tornare.”

Li guardavo che ballavano e ridevano, che ridevano e ballavano, così, perché sì. Ho cominciato a sorridere e il cuore era di nuovo là, a ballare e a ridere. In Brasile ho imparato a ridere, sembra sciocco da dire ma è la verità. In Brasile ho imparato a ballare in mezzo alla strada, a tutte le ore, e a ballare ridendo, perché non c’è nessun buon motivo per non farlo. Sono onorata di portare dentro di me questa malattia, mi sento privilegiata.

Non fu necessario arrivare fino a casa per ammalarsi di saudade, avvertii i primi sintomi già all’aeroporto di Rio de Janeiro.tumblr_nsrl5gmcaF1u5bzzqo1_1280

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