Programmo la fuga

on my way to myself

Il mio messaggio di pace

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tumblr_ncbi3nA7Bs1sdwc9ko1_540Quando sono andata ad Hiroshima, poco più di un anno fa, mi sono ritrovata ad osservare lo scheletro del palazzo che ha avuto la disgrazia di essere stato al centro dell’esplosione. Evidentemente era destinato a rimanere in piedi per dare un messaggio ben preciso: tutto intorno a te può essere un deserto di morte ma qualcosa, la tua vera essenza, in qualche modo, continuerà a vivere.
Non sai bene se fargli una foto o no a quello scheletro di palazzo. Vedi che anche gli altri turisti intorno a te hanno qualche dubbio e si guardano in giro, osservano il comportamento degli altri, uno scatto veloce, pieno di imbarazzo. Vuoi avere un ricordo immortalato di quel luogo incredibilmente silenzioso anche con il viale trafficato proprio a pochi metri di distanza, ma allo stesso tempo ti senti un po’ un coglione, un coglione macabro per giunta.

Mentre passeggio nel Parco della Pace, in direzione del museo, vengo fermata da una signora. Ragazzini e ragazzine delle medie, tutti con la classica uniforme scolastica giapponese, timidi e composti, attendono dietro di lei. Mi dice che è un’insegnante e ferma i vari turisti chiedendo se sono disposti a parlare con i ragazzi, come esercizio per migliorare il loro inglese. Accetto volentieri e mi ritrovo i miei cinque studentelli, imbarazzati e nervosi, che cominciano a turno a leggere da un foglio, mi fanno domande e segnano le risposte, lentamente, in caratteri occidentali. Mi chiedono da che Paese provengo, come mai sono in Giappone, e come mai sono ad Hiroshima. Vogliono sapere se sono stata o andrò a visitare il Museo della Pace, se ho mai sentito parlare della guerra e del lancio della bomba atomica, vogliono sapere se nella scuola dove ho studiato mi hanno raccontato di questo terribile episodio della Storia.
Quando le domande sono finite, tirano fuori un altro foglio. Sono indecisi su chi lo deve leggere, se lo passano a vicenda tipo patata bollente. Una ragazzina decide di prendere coraggio e mi legge qualche parola ma si vergogna della pronuncia e si blocca, abbassando lo sguardo. Allora prende il foglio un compagno, e dopo un respirone mi legge “Il messaggio di pace”. Diceva più o meno così:

Quando tornerai nel tuo Paese, per favore, racconta ai tuoi familiari, ai tuoi amici e a tutte le persone che conosci, che sei stata ad Hiroshima e che sei andata al Museo della Pace. Per favore, racconta loro che cosa hai visto e che cosa hai imparato, racconta loro che cosa ci è successo, racconta loro la nostra storia, perché è la storia di tutti gli uomini. Per favore, quando tornerai nel tuo Paese racconta a tutte le persone che incontri che cosa è successo ad Hiroshima, digli che la bomba atomica è male, insegnagli che nessun torto, nessun disaccordo, nessun litigio è degno, né mai sarà degno, di un’altra bomba atomica. Per favore, porta con te, per tutta la vita, questo nostro messaggio di pace, e ogni volta che ne avrai occasione, fanne regalo a qualcun altro, affinché mai si ripeta un’altra Hiroshima.

Con già un groppone in gola, proseguo verso il Museo della Pace. Il silenzio è surreale. C’è un sacco di gente, ma è come se tutto fosse ovattato, al rallentatore. Una sensazione che a dirla così sembrerebbe messa giusto giusto per far venire fuori un racconto di spessore, in tono con la tragicità del luogo. E invece no, una cosa raccapricciante sul serio, quasi non vuoi entrare nel Museo, lo vedi là in fondo allo spiazzo e ti viene già l’ansia.
Il biglietto è irrisorio, 50 yen, qualcosa tipo 30 centesimi di euro, un simbolo. Capisci subito che non sarà un museo come gli altri. Che dire? Già ad Auschwitz mi ero un attimo trovata in difficoltà, avevo avuto quel sentore di nausea nella stanza dei capelli, un brivido nel sapere che nei magazzini del museo c’erano altri chili di capelli. Chili. Già ad Auschwitz avevo avuto quel buio e quel freddo che per un attimo mi avevano fatto mancare un paio di respiri. Ecco, ad Hiroshima molto peggio. Che poi nel museo non è che ci sia qualcosa, e cosa ci dovrebbe essere, in meno di un secondo non c’era letteralmente più niente quel giorno di settant’anni fa. Ci sono racconti, foto, spiegazioni, qualche oggetto sopravvissuto, è quasi vuoto come museo, un edificio pieno di scritte sui muri.

Quando sono uscita mi sono ritrovata a sedere nel parco, perché avevo bisogno di un minuto, o anche venti. Non sapevo che dire, non sapevo nemmeno cosa pensare, ero in un coma profondo, anestetizzata dall’assurdità della Storia. Intorno a me altri turisti sconvolti, comitive di cinquanta persone ognuno in silenzio, con lo sguardo nel vuoto, un certo pallore in faccia. Ho pranzato alle quattro del pomeriggio quel giorno, la nausea non aiutava l’appetito.
Il 6 agosto 1945 fu scelta Hiroshima perché il cielo era limpido. Pensate sia uno scherzo? No, c’era una lista di probabili obiettivi, ma solo su Hiroshima il cielo era limpido e l’aereo avrebbe avuto una visibilità perfetta. Anche le foto e i filmati del fungo, che sarebbero stati di fondamentale importanza per gli scienziati, sarebbero venuti a fuoco, liberi da nuvole.

Ad Auschwitz ci hanno messo anni ad ammazzare tutte quelle persone, realizzi la cattiveria dell’uomo. Ad Hiroshima in meno di un secondo non c’era più niente. Niente. Realizzi il potere dell’uomo. E poi pensi che semplicemente c’era il sole, realizzi la stupidità dell’uomo. Comprendi che potere e stupidità vanno spesso di pari passo.
Quando sono andata ad Hiroshima era periodo di hanami, i ciliegi erano in fiore in tutta la loro bellezza, rinati dal nulla che la bomba si era creata intorno. Lascio anche a voi il mio messaggio di pace.

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5 thoughts on “Il mio messaggio di pace

  1. Bellissimo post. Grazie per aver condiviso questo messaggio.

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  2. Ciao, sono stata di recente ad Auschwitz e Birkenau e posso immaginare la sensazione che proverei ad Hiroshima…ora ho ancora più voglia di andarci! Grazie del tuo messaggio di pace.

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