Programmo la fuga

on my way to myself


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Anglosassoni dal sangue caldo

Per esperienza posso dire che gli inglesi, e tutti i loro diretti discendenti anglosassoni, non hanno mai freddo. Che sia Regno Unito, Stati Uniti, Australia o Irlanda, li vedi andare in giro in pieno inverno mezzi nudi in tutto il loro pallore. Ragazzi in mezze maniche con fuori meno due e fanciulle con un micro vestitino che se fossero italiane indosserebbero solo in piena estate, e si porterebbero comunque dietro un golf, che non si sa mai. Non sono i latini che hanno il sangue caldo, sono gli anglosassoni. Qui non si tratta di resistere al gelo dieci minuti mentre vai dalla macchina al locale o mentre aspetti il taxi o nella pausa sigaretta, no, si parla di una intera serata invernale passata in canottiera e sandali. Cose che a me solo a vederli mi piglia freddo. E loro nemmeno si ammalano, ce ne fosse uno che si soffia il naso, niente. Dice che l’alcol riscalda e in effetti di alcol ne bevono a litri, ma insomma! Persino le parigine, che ci tengono a non infagottarsi in un piumino invernale perché non fa moda, vanno comunque in giro con il cappotto. Di solito i tedeschi sono ben coperti, anche se più avvezzi di noi al freddo, e non mi sembra che i polacchi se ne vadano in giro in calzoncini e infradito quando si rasentano gli zero gradi.

Quando sono stata a far visita ad una mia amica in Erasmus a Cardiff ho imparato che era molto semplice distinguere i gallesi o gli inglesi dagli stranieri. Gli stranieri avevano addosso almeno cinque strati di lana. Sempre in Galles, nel nulla della verde campagna, in una bollente estate di un paio di anni prima, furono raggiunti i vertiginosi 17 gradi. Io e mia madre con giacca a vento e sciarpa entrammo in un negozio e la signora dietro il bancone, col ventilatore acceso, sorpresa, ci chiese come mai facessimo a stare così coperte con quel caldo. “Sa da dove veniamo noi siamo abituati a temperature un po’ più miti”. Volle sapere quanti gradi c’erano a Firenze; 36 più o meno. A momenti mi sveniva lì.

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E tu come sei impacchettato? Hai anche il fiocco colorato?

Qualche giorno fa ho fatto aperitivo con il mio amico G. Io e G eravamo nella stessa classe alle medie, e avremmo parlato sì e no dieci volte in tre anni. Ho provato a pensarci ma non mi ricordo una singola conversazione avuta con G ai tempi delle medie. Per gli anni del liceo silenzio radio, ci salutavamo nel corridoio, un cenno, un come stai e finiva lì. Ci siamo ritrovati ad uscire nello stesso gruppo di amici durante gli anni di università, quando tornavamo a casa nel weekend, io da Firenze, lui da Bologna. Le conversazioni aumentarono da dieci a forse venti, me lo ritrovavo nella comitiva, ci scappava la battuta, due risate, stop. Cominciai a conoscerlo meglio. Per esempio scoprii che era un accanito lettore. Cosa che non avrei mai e poi mai sospettato. Adesso fa il commercialista nello studio del padre ed è costretto a vivere in questo nostro paesino natale, un buco di due anime disperso nella campagna toscana, dove il massimo livello culturale raggiunto è la comparsa del maxischermo sotto i portici della piazza centrale per vedere la partita. Il destino ha voluto che anche io mi ritrovassi in questo nostro paesino natale, e presi a disperazione io e G ci incontriamo ogni tanto al bar a far finta di fare un aperitivo, a darci una parvenza di gioventù.

E insomma, qualche giorno fa, al nostro consueto aperitivo, gli racconto che avevo finito di leggere un libro che mi era piaciuto molto, cominciamo a parlare di letteratura, di scrittori, di classici, una bolla di ossigeno che ho respirato a polmoni aperti. Viste le ultime riconsiderazioni sulla mia vita me ne esco con “dovevo fare lettere io, altroché, al diavolo medicina”. E lui con quella sua voce bassa, che lascia le parole un po’ a metà, abbassa gli occhi e sussurra “anche a me sarebbe piaciuto fare lettere”. E lì ho realizzato un paio di cose.
La prima è che, per quanto sia difficile, non bisogna mai giudicare le persone prima di conoscerle. Va bene averne un’opinione, non si può soffocare l’istinto, non sarebbe naturale, ma non bisognerebbe mai affidarsi al fatto che le persone siano come la nostra opinione si aspetterebbe che fossero. Soprattutto non bisognerebbe mai affidarsi al fatto che le persone siano come l’opinione che la società ha generato su di loro. G non è mai stato una cima a scuola, si è laureato a forza di diciotto, ha lavoro perché il babbo gli ha dato lavoro; eppure si legge un libro a settimana, ha probabilmente letto più libri di un insegnante medio di italiano, ha sogni nel cassetto, speranze, ha voglia di cambiare e la mente aperta. Una persona che vale la pena conoscere e scoprire, come la maggioranza delle persone d’altronde. Solo che siamo troppo impacchettati in quello che ci hanno insegnato, non diamo quasi mai l’opportunità all’altro di sentirsi talmente al sicuro da poter essere libero di districarsi dal suo stesso impacchettamento.
La seconda cosa che ho realizzato è che tanti di noi, troppi, hanno lasciato agli altri l’importante decisione di cosa fare della propria vita. E quando dico gli altri non intendo solo i genitori, ma la società in generale, i luoghi comuni che ci attanagliano e che ci ostacolano, ci paralizzano nella loro banalità e non ci permettono di essere quella cosa straordinaria che è la nostra persona. G doveva fare economia e commercio perché il padre è commercialista e gli lasciava lo studio, se fai lettere sei disoccupato a vita, almeno così hai il lavoro assicurato, e poi a lettere c’è solo gente che parla parla parla ma in concreto non ha voglia di fare niente, sfattoni e fumati, ma chi te lo fa fare? Adesso G è commercialista nello studio del padre, vive nell’orrendo paesino disperso nella campagna toscana dal quale sogna in segreto di scappare, per andare lontano, per respirare, per vivere quella vita che vorrebbe tanto vivere, senza pregiudizi, con orgoglio, e cosa più importante con soddisfazione e felicità. Ma no, è depresso e cupo mentre cerca di inserirsi nei contenitori di questa nostra società italiana. L’hanno impacchettato per bene. Cerca di scalciare ma se scalcia troppo poi rischia di rotolare a terra e non essere più in grado di risollevarsi. Io ho scalciato così tanto che sono già a terra. Sono rimasta immobile per un po’, e adesso ho cominciato a strappare a morsi il mio impacchettamento. Ce ne vorrà ancora di tempo per rialzarmi, libera dalla carta pacchi, ma vedo già uno spiraglio di luce.


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Al supermercato

Quando viaggio mi piace conoscere lo stile di vita delle persone che abitano in un Paese diverso dal mio. A volte sono stata ospite di famiglie, altre volte ho solo girovagato fino a trovare quei posti un po’ meno battuti dalla massa turistica. Anche se il tempo a disposizione è poco e non si è in grado di immergersi completamente in una nuova cultura, una buona cosa da fare per farsi un’idea della vita in quel luogo è andare al supermercato. Può sembrare banale, ma tutti andiamo al supermercato, sia che abitiamo in campagna che in città, in Italia o all’estero, nel mondo occidentale e orientale; ricco o povero che sia il Paese che state visitando, le persone devono procurarsi il cibo, tutti i giorni, e quindi perché non passare una mezz’oretta in un supermercato o il suo equivalente (qualunque esso sia)?

Se credi che mentre stai viaggiando non valga la pena di “perdere” del tempo in questo modo, pensa comunque che qualcosa da comprare lo trovi, fosse anche solo una bottiglietta d’acqua a metà prezzo rispetto al bar in centro, scegli a caso una marca di biscotti, comprati un tubetto di dentifricio, di sicuro lo userai ad un certo punto. Forse scopri l’esistenza di frutti mai visti e verdure assurde, magari rimani combattuto davanti allo scaffale delle caramelle straniere, indeciso se comprarle o no, oppure potresti trovare qualche prodotto tipico a costi abbordabili. Di solito, per esperienza, inorridisci di fronte al reparto “salumi” e ti chiedi perché il prosciutto ha quel colore e come mai – santo cielo –  la gente lo compra; ridi quando qualche prodotto è falsamente italiano e continui a chiederti come mai la gente compra certe cose, tortellini più pallidi di un fantasma, mozzarelle dure come mattoni, sughi per la pasta con lo spelling sbagliato. Il pane non sarà mai come quello che mangi a casa, in oriente troverai tonnellate di riso, all’equatore ci saranno mille frutti che nel supermercato del tuo quartiere costano un’eresia, mentre scoprirai che lì forse quello che costa di più sono le mele. Trova una marca che conosci (Nutella e Barilla non mancano quasi mai, la Coca Cola è sicuramente presente) e compara il prezzo con quello italiano; il carrello è gratis o devi metterci la moneta? C’è chi prepara le buste o le devi preparare da solo? E le buste come sono, riciclabili? Quanto è grande il reparto surgelati?

Quando vai al supermercato all’estero guarda le persone, nella loro quotidianità, in una normalissima e banale giornata. Guarda come sono vestite, se si fermano a parlare tra di loro, guarda i bambini che corrono tra gli scaffali e prendono cose a caso e osserva come i genitori reagiscono, scruta i commessi. Puoi capire molte cose andando al supermercato all’estero, dalla qualità di vita del Paese alle abitudini delle persone che ci vivono, dalla loro cultura ed educazione allo stato dell’economia in quel momento. A quel punto hai le caramelle, i biscotti, l’acqua e il dentifricio; puoi andare al museo, non ti serve altro.


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Smetti di fumare che ti fa male!

Ho smesso di fumare un anno e mezzo fa, dopo circa dieci anni di onorato servizio alle dipendenze della nicotina. Mi sentivo un tantino in difficoltà con i pazienti “Deve smettere di fumare!!!!! … Aspetti un secondo eh, vado a far due tiri e poi proseguiamo la visita”. I medici che fumano sono più di quelli che pensate, nascosti negli anfratti dell’ospedale, appoggiati ai muri delle uscite secondarie, rannicchiati dietro le ambulanze, lì dove i ranghi non esistono più, dove inservienti e infermieri diventano i tuoi migliori amici, perché alle quattro del mattino con il delirio in sala di attesa e altre sirene che si stanno avvicinando, chi cazzo se ne frega che laurea hai preso o se nemmeno ce l’hai, nessuno è il capo di nessuno, hai solo bisogno di quei cinque minuti di polmoni catramosi, quelle tre parole in croce con i tuoi migliori amici, che ti capiscono e ti appoggiano, e che mai e poi mai ti verranno a dire “sarà l’ora di smetterla di fumare o no?”.
Non tutti i medici che fumano si nascondono come lebbrosi però, alcuni sono sfacciatamente incuranti verso qualsiasi tipo di condotta anche minimamente decente. Il mio medico di famiglia per esempio fuma la sua pipa mentre ascolta i pazienti lamentarsi, una volta l’ho anche visto offrire una sigaretta ad un’assistita e solo cinque minuti dopo, auscultandole i polmoni, esclamare “Quante volte te lo avrò detto che devi dire addio alle sigarette!”.
Il mio personale DrHouse, idolo indiscusso della medicina interna di Firenze, ha avuto il suo periodo di sigaretta elettronica, camminavi in reparto seguendo la scia di vapore profumato. Un giorno l’ho visto sedersi sul letto di un paziente con BPCO, gli ha messo una mano sulla spalla e gli ha detto “su che da domani smettiamo tutti e due di fumare, insieme ce la possiamo fare. Senta, intanto che me la offre una sigaretta per bene? Questo coso elettronico fa cahare”.
Non è che lo facciamo apposta, non vogliamo sembrare ipocriti (anche se quasi sicuramente è questa l’impressione), è che ci ritroviamo in questo ruolo in cui vi dobbiamo dare dei consigli, a volte anche con tono dittatoriale, e lo facciamo per il vostro bene, ma siamo umani anche noi, cediamo a questa e altre debolezze. Lo sappiamo molto bene che fumare fa male, forse anche meglio della maggior parte delle persone, non c’è praticamente malattia che non abbia tra i fattori di rischio il fumo. Ma dopo che hai finito di studiare il carcinoma polmonare, ti prende così tanta ansia che devi uscire un attimo e fumarti per lo meno quelle due sigarette di fila per calmarti.

Ho imparato che è preferibile dire “se non fumasse sono sicura che dopo un po’ si sentirebbe meglio”, perché non sta a me dirvi cosa dovete o non dovete fare, e perché so che quei primi giorni senza nicotina sono difficili, così difficili che rinunci alla svelta a lottare.
Non chiedetemi come sono riuscita a smettere, non ci sono segreti, smetti e basta. Smettete anche voi. Se non ci riuscite però non siate severi con voi stessi, siate semplicemente consapevoli che fa molto molto male (molto), più di quanto possiate immaginare, e che magari è vero, di qualcosa si dovrà pur morire, ma basta poco per avere la possibilità di stare meglio, basta veramente poco.


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Oggi è venuto mio nipote a pranzo. Aveva la barba di almeno tre giorni. Gli ho detto più volte che si dovrebbe radere tutte le mattine ma come al solito non ascolta, e non è compito di un nonno quello di rimproverare i nipoti.
All’università tutto bene, mancano pochi esami e si laurea… in non so bene che cosa; non sono sicuro ma non credo ci fosse questa università di cose di comunicazione ai miei tempi. O forse c’era. Ho la terza elementare io, che ne posso sapere. In città si diverte, questo nostro paesino arroccato sugli scogli non gli manca. Ma la prossima estate dice che vuole tornare per qualche giorno, porta i suoi amici al mare. Gli chiedo se ha la fidanzata ma abbassa gli occhi un po’ imbarazzato, scuote la testa e poi cambia argomento. È un bel ragazzo, è cresciuto bene, si sistemerà.
Passa tutto il pomeriggio in terrazza, al telefonino. Bip bip chiama qualcuno, parla sottovoce, bip bip, cammina su e giù, lo vedo che gesticola mentre bisbiglia, bip bip, bip bip, non risponde più. È a sedere e guarda il tramonto, rimane solo il rumore delle onde. Lo vedo che si asciuga una lacrima, la testa fra le mani. L’ultimo autobus per tornare in città è partito venti minuti fa, vado a preparargli il letto, quello dove dormiva suo padre da ragazzo.
La sera mangio sempre una minestrina calda ma lo vedo che a lui non va, ne assaggia comunque qualche cucchiaio per farmi contento. Anche io alla sua età odiavo la minestrina. Apro l’ultimo cassetto a sinistra e tiro fuori un pacchetto di noccioline; sono rimaste lì dallo scorso Natale, ancora non sono scadute, andranno bene. Poi apro la bottiglia grande di birra. Ne beviamo sempre una il martedì quando gli altri vedovi del paesino vengono da me a giocare a carte, un bicchierino a testa che sennò troppa fa venire l’acidità allo stomaco e poi non si dorme. Ne beve in silenzio quasi metà, guarda i fiorellini stampati sulla tovaglia plastificata. La minestra si è freddata nella scodella.
– Come si chiama?
Ha il terrore negli occhi, diventano lucidi, sempre più grandi, si sta per mettere a piangere. Vuole dirmi qualcosa ma non ne ha il coraggio. Come quando aveva quattro anni e aveva nascosto una lucertola nel lettone e quando mia moglie è andata a fare il pisolino nel pomeriggio ha cominciato a urlare ed è caduta dal letto e si è rotta il braccio. Quando siamo tornati dall’ospedale mi si è seduto davanti, proprio qui in cucina, con lo stesso sguardo, e alla fine ha detto che era colpa sua se la nonna si era fatta male.
Butta giù un altro sorso di birra. Fa un respirone. Sta per dire qualcosa ma ci ripensa. Si schiarisce la gola, si concentra sulle notizie al telegiornale. Il meteo: domani piove, ancora la primavera non è arrivata.
– Daniele. Si chiama Daniele.

Si chiamava Gioele. Abitava a Milano ma tutte le estati veniva qui al mare. Suo nonno aveva quella casa grande in fondo alla strada sterrata dopo la sartoria. I miei amici lo ignoravano il più delle volte, le altre lo prendevano in giro. Dalla città, tutto impomatato, non sapeva fare i nodi, leggeva riviste, a pallone era un disastro, e non sapeva nemmeno prendere i ricci di mare. A me stava simpatico invece. Mi ha insegnato a usare per bene le posate a tavola, mi raccontava i quadri dei musei su a Milano, una volta mi regalò anche la sua divisa di scuola, gli andava piccola ma a me calzava a pennello. Bellissima, blu, con la giacca e il taschino, camicia inamidata, i calzoncini con la piega davanti. Non l’ho mai detto a nessuno ma mi ha anche insegnato a ballare, mi faceva fare l’uomo e mi spiegava tutti i passi. A stargli così vicino mi sentivo strano. Per questo non l’ho mai detto a nessuno, ma quando poi c’era da trovar la fidanzata io sono stato il primo perché ero apprendista sarto, vestivo elegante e sapevo ballare come Fred Astaire; gli altri erano solo goffi pescatori. La più carina, occhi da cerbiatto, siamo stati sposati trentasette anni, so che mi guarda da lassù.
Durante la guerra Gioele non venne mai d’estate. Neanche dopo. Neanche quando ci fu il funerale di suo nonno. C’era tutto il paese, la famiglia era venuta da Milano, ma lui non c’era. Era andato a studiare in Svizzera, mi dissero.
Molti anni dopo comparve il cartello “Vendesi” là alla grande casa in fondo alla strada che prima era sterrata. La comprò una famiglia di Venezia. Venne un camion a portare via tutti i mobili, ci mise tre giorni, avanti e indietro. Quando la casa rimase vuota entrai di nascosto, ballai lì dove c’era stata la biblioteca, abbracciato al ricordo di Gioele.
Lo rividi poco dopo che la mia cerbiatta se ne era andata, mangiata da un male che è durato mesi terribili. Aveva affittato un appartamento sopra il negozio di canne da pesca. Passava l’inverno lì. Era con un suo amico americano, giovane, che non stava bene, lo aveva portato al mare per fargli cambiare aria. Andavamo a fare colazione al bar, passeggiate sul lungomare, gomito a gomito per ripararci dal vento, la sera del mio compleanno mi preparò il barbecue come lo faceva sempre negli Stati Uniti. Gli preparai un vestito su misura, un bel doppio petto, gessato. Gli dissi che se mai avesse deciso di sposarsi gli avrei fatto io l’abito per il matrimonio.
Il giovane americano morì prima della primavera. Trovai Gioele inginocchiato davanti al letto, la mano in quella del ragazzo. Piangeva. Avevo paura, sul cadavere scheletrico c’erano strane macchie, marroni, tipo delle piaghe. Gli baciò addio sulle labbra. Litigammo, lo insultai, gli dissi cose cattive. Cose che altri più volte avevano detto a me in passato e che mi avevano fatto male. Cose che non avevo mai avuto il coraggio di dire a me stesso.

– E me lo porti a far conoscere la prossima estate questo Daniele?
– Nonno… lui… è… cioè, noi… non è proprio un amico… cioè sì, siamo amici, però ecco… stiamo insieme. Nel senso… è… è il mio ragazzo.
– Dai, richiamalo e digli che è invitato al pranzo di Pasqua. E se tuo padre si azzarda a dir qualcosa mi sente! Richiamalo, vedrai che si sistema tutto.


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quit your job, buy a ticket, get a tan, fall in love, never return

ho sempre odiato le cartoline. non ne ho mai capito veramente l’utilità. sono travestite da “ti sto pensando” ma sotto sotto sghignazzano “alla faccia tua, io sto in vacanza gne gne gne”. cos’è che mi vuoi dire con una cartolina? troppa fatica immagino scrivere una lettera. cosa ci scrivi in una cartolina che non mi puoi dire a voce, o per email, o per sms? taggami su instagram e si fa prima. no meglio provare quel brivido vintage di prendere una penna in mano. e allora perché non me la scrivi sul serio una lettera? e nella busta poi ci metti una polaroid, molto meglio no? e invece no, la cartolina. due frasi, massimo tre, perché sennò non c’è più spazio per la firma. c’è chi le tiene per ricordo, sulla mensola, appuntate al muro, impilate in una scatola da scarpe. ma ricordo di cosa? del luogo dove qualcun altro è andato e ti ha pensato, spesso per obbligo, a volte per consuetudine, raramente perché ti avrebbe pensato comunque, anche senza la cartolina da scrivere. ricordo di un luogo dove non sei stato e forse mai andrai, ricordo e nostalgia di quello che sarebbe potuto essere. le cartoline mi sanno di “e se”, mi sanno di opportunità non colte. a volte mi sanno di speranza, magari ti viene voglia di andare a visitare quel luogo immortalato, ti senti ispirato, carico per l’avventura futura, sei pronto, via. ma in realtà è come se già tu sapessi che non lo visiterai quel luogo, perché se anche un giorno lo raggiungerai sarà diverso da quella cartolina, tu sarai diverso, nessun viaggio è uguale all’altro, la stessa cartolina ad anni di distanza raffigura una spiaggia nuova, una montagna simile ma non proprio la stessa, un monumento un po’ più saggio.

ho sempre odiato le cartoline. non ne ho mai capito veramente l’utilità. quando, qualche anno fa, decisi di cominciare a cambiare la mia vita, decisi anche di dare a quelle immagini su cartoncino il mio personalissimo significato. ogni volta che visito un luogo nuovo compro sempre un paio di cartoline e poi le imbuco in cassette delle lettere di sconosciuti. ci scrivo sopra una delle mie frasi preferite:

QUIT YOU JOB, BUY A TICKET, GET A TAN, FALL IN LOVE, NEVER RETURN.

ti ritrovi nella posta una cartolina con un’immagine del luogo dove vivi, nessun indirizzo, nessun francobollo, nessuna firma, solo una frase. non è necessariamente da prendere alla lettera una frase del genere. quasi tutti in realtà sogniamo di metterla in pratica domani, ma anche oggi, ma sai che, fammi un attimo prendere il passaporto, chiudo il gas e son pronto. non c’è bisogno di essere così drastici.
non devi licenziarti in tronco. cosa volevi fare da grande? lo stai facendo? perché no? sei ancora in tempo per cambiare il percorso della tua vita. dici di no? io dico di sì. licenziati dalla vita in cui ti sei ritrovato per caso, mettiti in proprio, vai dal commercialista, “me stesso s.r.l.”, una firma ed è fatta. e sì, è così semplice come sembra.
compralo quel biglietto. anche solo metaforicamente, non devi andare per forza da qualche parte. comprare un biglietto significa prepararsi a fare qualcosa che abbiamo sognato di fare, l’attesa è il viaggio stesso. cos’è che vuoi fare? dove vuoi andare? compralo quel biglietto, fai il giro in bicicletta che ti eri sempre ripromesso di fare, entra nel negozio dove alla fine non sei mai entrato anche se ci passi davanti tutti i giorni, vai al cinema a vedere un film a caso, gira l’angolo che non hai mai avuto il coraggio di girare.
abbronzati, respira quell’aria che tanto spesso ti manca, rilassati al sole su un prato, guarda il riflesso dei raggi sulla natura intorno a te, abbraccialo il sole, abbraccia le stelle, sogna un cielo più limpido, senza nuvole. e ricordati sempre di metterti la crema solare, pensa sempre alla tua salute.
innamorati. di te stesso, di dove sei, di cosa fai, di chi ti sta vicino. innamorati.
non tornare mai più. perché si può solo andare avanti.

se nella tua cassetta delle lettere trovi una cartolina del genere probabilmente ce l’ho messa io, ti ho pensato e ti ho voluto ricordare che puoi essere felice, basta poco. e già che ci sono ti ringrazio, perché quando scrivo quelle cartoline mi ricordo che il viaggio è lungo ma meraviglioso, mi ricordo che non devo perdere di vista l’obiettivo. è così facile perderlo di vista, perdersi.john-lennon-happy-for-life-quote


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Bucket list

È da ieri che penso alla mia bucket list, le cose che vorrei fare prima di morire. Ogni tanto viene da dire “ah come vorrei tanto fare una cosa del genere prima di morire”, ma non mi era ancora mai capitato di pensarci così intensamente.
Ieri mattina mi sono svegliata e, mentre ancora stavo bevendo il mio sacro caffè mattutino, mi arriva un messaggio da DottPrada Ti devo dare una notizia bruttissima, è morto il babbo di DottInfuso. Tre settimane fa gli avevano diagnosticato un tumore al cervello. Tre settimane fa. Tre settimane.

Cosa c’è nella tua bucket list?
Molti vogliono scrivere un libro, scalare montagne, lanciarsi da un aereo col paracadute. C’è chi vuole imparare a suonare uno strumento musicale, chi vuole correre una maratona, galleggiare nel mar Morto (ironia tagliente), dondolare appeso a una liana. Si vuole fare qualcosa che ancora non abbiamo fatto, a volte fare qualcosa per la seconda volta. Credo che nella bucket list di tutti ci sia almeno un posto dove si vorrebbe andare prima di morire. Vogliamo sempre andare da qualche altra parte, forse per allontanarci dall’inevitabile, per ritardarlo un po’. Vogliamo avere più tempo. Vogliamo avere di più, in generale.

La mia bucket list non è lunghissima, e sono rimasta interdetta nello scoprirlo. Vuol dire che ho già fatto la maggior parte di quello che volevo fare nella vita? Vuol dire che non ho abbastanza aspettative o desideri? In entrambi i casi devo rivalutare alcune cose della mia esistenza, perché non si può smettere di sognare, non sarebbe umano.
In tre settimane non si possono fare poi molte cose, bisogna ridurla comunque la lista, soprattutto considerato il fatto che forse l’ultima settimana la vuoi passare a casa, con la famiglia e gli amici, e probabilmente saresti anche troppo stanco o malato per fare qualsiasi altra cosa.
I finalisti assoluti della mia bucket list sono:

  • andare alle Fiji, perché il sogno nel cassetto numero uno è stare con un piede da un lato della linea del cambiamento di data e con l’altro piede di là dalla linea, a metà tra oggi e domani, in tutti i tempi, in ogni momento esistente; e poi stare invece in bilico sulla linea, nel presente e basta, in nessun tempo di nessun giorno di nessun anno, nell’eternità
  • fare un massaggio alla testa, lungo almeno quattro unità, come Hugh Grant in About a boy
  • prendere il primo aereo a disposizione, con in tasca solo il passaporto e il portafoglio, perché, come mi ha insegnato mio padre, non serve nient’altro per viaggiare, tutto il resto lo puoi comprare, o ne puoi fare a meno
  • scrivere una lettera d’addio, a tutti, a nessuno in particolare, per lasciare qualche perla di saggezza, qualche pensiero originale, per dire tutta la verità
  • mangiare in tutti quei ristoranti che nell’ultimo anno hanno preso tre stelle Michelin, e poi farmi fare il fritto da mia nonna, che come lo sa fare lei non lo fa nessuno.

Sono cose che potrei fare adesso, letteralmente ora. Finirei i miei risparmi, è vero, ma tanto poi sarei comunque morta. Ogni singolo punto della vostra bucket list lo potete fare anche subito, all’istante, fateci caso. Ma non lo facciamo. Ognuno ha i suoi motivi immagino. Se ti dicono che fra tre settimane sarai morto e sepolto, già la maggior parte di quei motivi e di quelle giustificazioni di cui ti sei riempito la testa per una vita intera, senza depennare niente dalla tua lista, non hanno più significato. Il significato viene dato dalle circostanze, tutto è relativo. Qualcuno ha detto che è meglio morire oggi piuttosto che non vivere il domani. Penso abbia ragione.