Programmo la fuga

on my way to myself

Coming out #1

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Mia madre mi racconta sempre che un giorno, quando avevo all’incirca due anni, mi mise un bel vestitino per uscire. Non lo volevo il vestitino, così come non avevo voluto quelli che aveva già precedentemente cercato senza successo di farmi indossare, perché piangevo e piangevo e piangevo così tanto, ma così tanto, che alla fine ci rinunciava. Anche quella volta piansi e piansi e piansi, ma la mamma non rinunciò, dovevo uscire col vestitino, punto. Pensai bene allora di prendere la scatola di pennarelli colorati e di disegnarmi un bel Mirò sull’abito: strisce colorate che si allungavano a casaccio sulla stoffa, soli sorridenti, omini stilizzati. Feci un capolavoro, ero colorata da capo a piedi, un arlecchino fai da te. Nella mia semplice ma già alquanto logica testolina, tutto era molto chiaro: la gente non va in giro con gli abiti sporchi, quando il mio abito è sporco in pubblico la mamma mi ripulisce, quindi se adesso il vestitino è tutto sporco di pennarello è ovvio che la mamma non mi farà uscire di casa così conciata.

Non li ho mai voluti i vestiti, continuo a non volerli, anche a quasi venticinque anni di distanza dal tragico episodio dei pennarelli. Le volte in cui sono stata avvistata con addosso qualcosa che non fossero pantaloni sono inferiori a dieci. Non li voglio i vestiti e non voglio le gonne, non mi piacciono, non mi sento a mio agio, mi sento goffa e non so come muovermi, mi danno fastidio, non li sopporto, li repello dal più profondo del cuore. Ho spesso pensato che questo mio odio derivasse in parte dalle mie insicurezze, dalle difficoltà nell’accettare e nell’esternare la mia identità, forse se mi facessi meno seghe mentali, insomma, potrei riuscire ad andare in giro svolazzante in gonnellina. Senza dubbio il mio imbarazzo, la mia timidezza, le mie paure, hanno contribuito a questa mai pervenuta rivoluzione di stile del mio guardaroba, ma non posso fare a meno di pensare che semplicemente è ciò che sono, e ancora più incredibilmente è ciò che sono sempre stata, fin da pargoletta di due anni, quasi come fosse scritto nel mio DNA: allergica ai vestitini.
Non ci voleva quindi certo un genio a realizzare che forse, giusto forse, ci stava che fossi lesbica. Ecco, io di sicuro a riguardo non sono un genio. Pur covando nel più profondo del mio cuore e del mio cervello la verità, ho fatto finta di niente per un paio di decadi, ogni tanto compariva il dubbio, lo guardavo, lo squadravo, lo salutavo, e continuando imperterrita a far finta di niente mi giravo dall’altra parte. Per tanti motivi non ho mai cercato di affrontarlo questo benedetto dubbio, tanti motivi sui quali da qualche anno mi sto scervellando, per masochismo e per pura cultura personale. Ho praticamente una lista di giustificazioni o presunte tali, e via via, con la lentezza di un bradipo sotto anestesia, sto cercando di depennarle una ad una.

E quindi eccola qui, la mia prima giustificazione di coming out a scoppio ritardato. Quel giorno la mamma mi fece uscire di casa col vestito tutto colorato di pennarelli, tanto ardentemente voleva far finta di avere la figlia che avrebbe voluto avere, uguale alle altre. Non me lo ricordo ma se solo ci penso mi viene la nausea da inadeguatezza, quella sensazione che sembro aver scoperto fin troppo presto nella mia esistenza. Anche se provi a distruggere la maschera che la società ti vuole affibbiare, è a quanto pare più accettabile andare in giro sporchi piuttosto che con la tua vera faccia.
Donne-e-uccelli-nella-notte-Joan-Miro-1971-1975

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4 thoughts on “Coming out #1

  1. Rivelati a te stessa,e vedrai che non aspettavi altro.

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  2. Pure io da bambina piangevo e mi buttavo per terra quando volevano mettermi i vestitini, adesso invece li metto con piacere e mi pavoneggio pure. Sarò bisex?

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