Programmo la fuga

on my way to myself

Giapponesi in fila

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I giapponesi fanno la fila. Sempre. Per qualsiasi cosa. Li vedi belli allineati in strada, alla fermata della metro, davanti all’ingresso di un edificio, sulle scale mobili. Tanti soldatini posizionati in linea retta. Mi hanno detto che in uno di questi programmi tipo Candid Camera alcune comparse giapponesi si sono messe casualmente in fila davanti ad una porta e in men che non si dica la fila era arrivata all’angolo dell’edificio. Allora con una telecamera hanno intervistato le persone che erano in attesa e gli hanno chiesto per cosa stessero facendo la fila: non ne avevano idea.
Perché i giapponesi fanno la fila. Sempre. Per qualsiasi cosa. Se un ristorante ha la fila fuori non vuol dire necessariamente che lì si mangi bene. Il giorno dopo infatti la fila potrebbe essere nel ristorante accanto: dipende solo da quale dei due ristoranti riesce ad avere per primo tre persone che si allineano in attesa di entrare. Gli altri arriveranno di conseguenza, attratti dalla linea retta, come api sul miele.

Sono stata quasi tre settimane in giro per il Giappone e credo di non aver mai azzeccato la fila giusta. Aspettavo per dieci minuti buoni che le persone davanti a me procedessero in avanti per poi realizzare, quando ormai era il mio turno, che avevo fatto la fila sbagliata. Alla fine ho imparato ad aspettare un bel po’ prima di scegliere una fila, così da potermi guardare per bene intorno e capire con certezza quali soldatini avrei dovuto seguire. Perché non è che sia così facile da capire. Per prima cosa gli ideogrammi sono intraducibili, e non sempre si trova una traduzione in inglese, soprattutto fuori dalle grandi città o mete turistiche. Ho studiato per diversi mesi la lingua giapponese, è vero, ma giusto quel tanto per decifrare il nome della stazione della metro scritta in hiragana; mi ci vogliono solo quei tre-quattro minuti circa. Si possono chiedere informazioni alle persone in fila, certo, ma pochissimi saranno in grado di rispondere in una lingua a te comprensibile. Molto più spesso ti sorrideranno, si inchineranno e chiedendoti sumimasen (scusa) procederanno in avanti. Sul fatto che continueranno a sorriderti e ad inchinarsi non c’è dubbio; continueranno fino a che non sarai scomparso dalla loro vista. Come secondo fondamentale problema c’è il fatto che non ci sono solo due persone in fila. Ce ne sono una quarantina, almeno. E la fila procede sempre velocemente, vieni trascinato nel vortice, non hai scampo, sempre dritto, non riesci a tirartene fuori. Terza insormontabile difficoltà: essere italiano. Avete mai visto dei tranquilli e rispettosi italiani in fila? Io no. E quindi in Giappone ti trovi inevitabilmente in difficoltà. Se in una fila di giapponesi vedete un occidentale che si guarda intorno, sporge la testa, gira su se stesso, fa due passi di lato e torna in posizione, osserva i vicini con aria colpevole, state certi che sarà un italiano. Non un tedesco o un inglese e nemmeno un olandese o un americano, ma un italiano a disagio e conscio della propria inadeguatezza.

C’è poi il colpo di grazia, quella pugnalata dritta al cuore della cultura del Paese del Sol Levante, così diversa dalla nostra, così straniera: tenere la porta aperta e far passare prima una donna. Essendo donna io stessa mi capita raramente, ma a volte faccio magari passare prima di me una signora più anziana, così, giusto per educazione. I giapponesi non ti capiscono. Li guardi, fai un cenno con la mano come dire “prego, vada pure”, indichi addirittura con la testa la direzione che dovrebbero prendere, sopracciglia alzate, sorriso incoraggiante. E loro ti guardano e non capiscono. Proprio li vedi che non ci arrivano, che non hanno la più pallida idea di cosa tu stia facendo, lì in piedi tipo cretino con una mano in avanti e un sorriso da ebete. Quello che sanno per certo è che stai bloccando la fila.

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