Programmo la fuga

on my way to myself

Ogni mattina, nella provincia italiana, una lesbica si sveglia, e sa che qualcuno sarà indignato per la sua esistenza

1 Commento

Devo fare alcune commissioni, prendo la macchina e dopo quei venti venticinque minuti di statale passo dal paesino di campagna disperso nel nulla alla cittadina di provincia. Dalla padella nella brace insomma.
Sabato mattina, gran folla per le strade, è giorno di mercato. Lo noto che la gente mi guarda, mi squadrano da capo a piedi, come sempre, come da sempre. Si vede che sono una ragazza ma non ho la borsa, un affronto alla pubblica decenza per il genere femminile italiano. Cammino decisa, un’andatura decisamente non da tacchi, a testa alta rispondo agli sguardi.
Strano come, quando ci sentiamo osservati, facciamo di tutto per far finta di niente, abbassiamo la testa e guardiamo il pavimento, passiamo veloci per soffrire il meno possibile, per soffocare il disagio il più velocemente possibile, per sotterrare il senso di colpa ancora un paio di metri più in profondità in quella cicatrice grande come un burrone che è la nostra autostima. In realtà se riesci a sostenere quegli sguardi, se li sfidi, magari anche un sorriso beffardo in faccia della serie “hai qualcosa da dirmi per caso?”, sono proprio gli altri ad abbassare la testa e a far finta di niente. Bisogna averne il coraggio, ma bisogna anche averne voglia, e ogni tanto proprio non ti va, ogni tanto sei troppo stanca per tenere quella espressione in faccia “sì! ho un portafoglio maschile nella tasca posteriore del pantaloni e un paio di tette. e allora? problemi? ti do fastidio?”, può essere veramente sfiancante.
Ma io non mi accontento, la sfida ai luoghi comuni e ai giudizi in pubblica piazza prosegue ben oltre. Perché davanti al bar della meglio borghesia di provincia, proprio nel bel mezzo del mercato, mi fermo ad abbracciare il venditore ambulante nigeriano, E. Braccialettini e sciarpe appesi alle braccia, fazzolettini di carta che escono dallo zaino, cinque paia di occhiali da sole in testa, una ventina di collane al collo, mi saluta come al solito “ciao sorella dottoressa”. Lo conosco da anni ormai, non gli ho mai comprato niente, ma molto spesso gli lascio un euro, una volta mi regalò uno di quei braccialetti-porta fortuna. Mi sta simpatico, non è assillante come altri venditori ambulanti, quelli che ti camminano dietro per chilometri insistendo insistendo insistendo. Lui ti parla, ti racconta la sua vita, ti chiede come stai, ti augura una buona giornata. Sai che in lui troverai un sorriso assicurato e una miriade di storie sull’Africa, sulla Nigeria, sulla sua realtà diversa dalla nostra. Io non perdo mai l’occasione di ascoltare la storia su una realtà diversa dalla mia.
Non lo vedevo da mesi E, sono stata alla larga dal centro, ultimamente mi viene la nausea ad andare in città, un’orticaria al cervello. Gli offro la colazione, un cappuccino e un cornetto vuoto. Mi dice che a settembre la sua bambina andrà alla scuola materna, è preoccupato, quell’ansia genitoriale di lasciare andare la propria creatura nel mondo; sua moglie ha trovato lavoro, è molto orgoglioso, è in una fabbrica di cinture. Parla a voce alta, un po’ in inglese un po’ in un italiano arrangiato, quando si muove si sposta anche tutta la sua merce, occupa un sacco di spazio nel piccolo bar. Usciamo, tavoli gremiti, gente abbronzata che condivide le sue vacanze a Forte dei Marmi con altra gente abbronzata che condivide le sue vacanze in Sardegna, gente con la tessera del PD nel portafoglio di Gucci che è alquanto infastidita, perché insomma, va bene l’uguaglianza, vanno bene i diritti per gli immigrati, va molto molto bene l’equo solidale, però quello è il bar più in della città, c’è un limite a tutto, ci sono persone che proprio non hanno più decoro, è chiaro che l’Italia è allo sbaraglio.
Io ed E ci abbracciamo di nuovo, devo andare, proseguire le mie commissioni. Sguardi indignati, sguardi offesi, chissà da cosa poi, sguardi ottusi e ignoranti, sguardi di chi sulla carta d’identità ha scritto professione ipocrita, segni particolari apertura mentale di un paracadute per criceti.

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One thought on “Ogni mattina, nella provincia italiana, una lesbica si sveglia, e sa che qualcuno sarà indignato per la sua esistenza

  1. Non solo nella provincia, anche nelle cittá tutte le mattine sevo sopportare gli sguardi di chi vede una donna portarsi uno zaino porta PC invece di una borsa, con I jeans invece della gonna e senza unghie pittate…..

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