Programmo la fuga

on my way to myself


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Dicono che non è vero che un gruppo di babbuini si chiama ” congresso”

Congresso numero uno: così ristretto che poteva essere considerato una riunione. Lo era in effetti, una riunione a Roma degli specialisti italiani della malattia rara sulla quale stavo scrivendo la tesi.

Cose capite al congresso numero uno: nessuna.

Induzione: ancora non sono molto esperta, devo studiare di più così da poter finalmente discutere accoratamente e costruttivamente del sottogruppo OH della molecola X che fa parte della glicoproteina Y all’interno della membrana della cellula Z in particolare nel tessuto K e che potrebbe essere una rivoluzione nella futura terapia della suddetta malattia rara.

Congresso numero due: tutti gli specialisti mondiali della già accennata malattia rara che si ritrovano a Barcellona.

Cose capite al congresso numero due: a Barcellona si sta proprio bene. Inoltre il mio interesse per la precedente molecola si è ulteriormente ridotto, così come il mio interesse per tutte le altre molecole a seguire.

Induzione: c’è qualcosa in questa materia che non mi prende fino in fondo, sarà meglio cambiare materia, o per lo meno malattia. Anche: si torna sempre volentieri a Barcellona.

Congresso numero tre: tutti i medici italiani di una determinata specialità ospedaliera si ritrovano a Cagliari.

Cose capite al congresso numero tre: poche. Si parla ancora di molecole, di recettori, di proteine, di studi, di numeri, di calcoli, di statistiche.. È stato partorito un cattivissimo post sul mio vecchio blog (che non sto certo qua a riproporre), pungenti osservazioni sulla popolazione medica sono state scagliate senza pudore, accompagnate dicotomicamente da un velo di vergogna dovuto al fatto che io stessa faccio parte della categoria.

Induzione: crisi esistenziale, chi me l’ha fatto fare, ho sbagliato tutto nella vita, lo sapevo che mi dovevo iscrivere a lettere, depressione, sarà meglio andare a fare il bagno, guarda qua che bella giornata, l’acqua è magnifica.

Congresso numero quattro: ad anni di distanza prendo di nuovo coraggio e mi intrufolo a questo congresso alternativo. Il mio disgusto è palpabile, a sedere in attesa degli interventi mi maledico in silenzio per averci addirittura speso dei soldi su questo congresso. Cominciano gli interventi e rimango sorpresa, interessata ascolto (quasi) tutto. Ho così tanto materiale su cui riflettere che partecipo solo ad una giornata e mezzo di congresso invece che a tre.

Deduzione: finalmente qualcuno che parla di persone e non di molecole o numeri. Credo proprio che l’alternativa faccia per me, devo solo riuscire ad incastrarla in un accettabile percorso di carriera e vita.

Conclusione finale: sarà anche che in scienza si deve usare prima il metodo induttivo e solo alla fine quello deduttivo, ma per me proprio non funziona, carburo prevalentemente a deduzioni. Sarà allora forse per questo che mi sono bloccata in questo percorso convenzionale nel quale non riesco ad andare avanti, sbaglio io a continuare a voler fare le cose come gli altri quando in realtà agisco in direzione opposta. Infine, che sollievo trovare altra gente nella già citata dispregiata categoria medica che vanno in direzione opposta.

Galileo ci avrà pur insegnato il metodo scientifico, ma lui lanciava sassi dalla torre di Pisa, non persone. Ci siamo un attimo persi per strada credo. Io sicuramente.

Che poi in realtà non sono stati spesi così male quei soldi per il congresso alternativo.

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Un uccellino mi ha detto

Ho sentito questa intervista ad uno dei fondatori di Twitter. Ha detto che lui ha un piano a mille anni. Mica a cinque, a uno, a dieci, il piano per la vita, no, lui ha un piano a mille anni.

Sbalorditiva questa cosa.

Io che mi chiedo se il prossimo mese avrò ancora un lavoro.

Dite ai vostri figli che potranno fare tutto quello che vorranno, che potranno essere e diventare chiunque, perché è la verità, ma ditegli anche di guardare oltre il loro naso perché è solo là che troveranno il successo, altrimenti rimarranno solo dei frustrati lamentosi con delle idee incastrate tra le narici e la nuca, che fanno avanti e indietro come palline da ping pong nel cervello.

Fatevi un programma a mille anni e non rimarrete delusi perché molto probabilmente non ci sarete (non escludiamo a priori l’immortalità), e non vi potrete lamentare che le cose non sono andate come speravate. Se fate un programma a cinque anni è chiaro che vi viene la depressione, quasi sicuramente non avrete combinato niente di buono, con quest’ansia che mancano quattro anni e poi tre e poi ommioddio che cosa ho fatto della mia vita negli ultimi cinque anni?? L’ho buttata, l’ho sprecata, sono un buono a nulla. No, fate un piano a mille anni e non solo cambierete la vostra vita ma anche quella del mondo intero. Se pensi che tutto quello che fai oggi si ripercuoterà in qualche modo di qui a un millennio su qualcosa o qualcuno, bè, affronti i tuoi giorni con più attenzione. Quindi il tuo presente sarà migliore. Troppo facile vivere alla giornata, è da codardi, che hanno paura di prendersi anche solo una singola responsabilità, è da viziati, che pretendono di poter avere un’altra occasione il prossimo mese, dal primo gennaio, da lunedì, e poi un’altra ancora.

Molto probabilmente non ci sarete fra mille anni, dovete dare il meglio di voi adesso.


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“You can’t change the people around you, but you can change the people around you”

Ho la sensazione che molti si aspettino da me quello che altri prima di loro gli hanno detto sarebbe stato opportuno avere, e volere, nella vita.
Certo voglio migliorare, crescere e cambiare, ma posso dire con quasi assoluta certezza che non voglio la vostra di vita, voglio tenere la mia. Nemmeno mi viene in mente di fare a cambio per un solo giorno. Mi ritrovo a giustificarmi, per non farvi sentire a disagio, voi che siete sulla retta via e io sempre più allo sbaraglio, alquanto pietoso dal vostro punto di vista, sicuramente, alquanto desolante per me vedervi cosi bene indirizzati, avanti a diritto, senza mai guardarsi intorno.

https://www.theminimalists.com/fake/


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Just do it. Later.

In giro va tanto di moda il bullet journal. Mi incuriosisce.
Sono sempre stata molto brava ad organizzare e pianificare. Decisamente meno a rispettare i piani. Perché di solito se devi scrivere le cose da fare, le scrivi per ricordartele. Ciò secondo me implica che non hai voglia di farle quelle cose, le devi fare, è diverso. Quello che vogliamo fare davvero non ce lo dimentichiamo.

Per oggi avevo i miei programmi belli scritti, così per provare. Un altro espediente in realtà per cercare di convincermi ad indirizzare la mia attenzione verso una cosa ben precisa che, non c’è nemmeno bisogno di dirlo, non è quello che voglio fare.

Da settimane sentivo il bisogno di scrivere, di buttare giù un po’ dei pensieri ingarbugliati che mi ronzano in testa. Ammetto che ho anche provato la meditazione per qualche tempo. Affascinante, vale la pena impegnarsi quotidianamente, ma non posso fare a meno di ammettere che la mia meditazione migliore è lo scrivere.
Ogni volta che sentivo il bisogno di aprire una pagina bianca di fronte a me, trovavo una qualche scusa, lo farò più tardi, domani, nel giorno del mai. Pigrizia, o semplicemente consapevolezza che lo stare a riempire quella pagina bianca era un’altra distrazione dalle cose che devo fare, una guerra interna tra il sollievo per aver ascoltato il mio bisogno, e il senso di colpa per aver procrastinato per l’ennesima volta la mia pianificazione.

Stamani è venuto il giardiniere. Faceva troppo freddo per potare gli ulivi e si è seduto a prendere un caffè con me davanti al fuoco acceso. Ci siamo messi a parlare di politica, delle prossime elezioni, di come cambiare il mondo, filosofia, scienza, storia, gli italiani, la nostra cultura, il mondo, ed erano già passate tre ore della mia preziosa agenda. Non importa chi sei da dove vieni cosa fai nella vita cosa hai studiato, la carriera e tutte le seghe varie, fanculo. Chiunque può arricchirti la vita e voglio essere lì ad accogliere questa ricchezza.

Credo che il bullet journal non faccia per me. Preferisco procrastinare.

 


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Attendere: infinito del verbo amare

Sono sempre stata una capra in latino. Riuscivo ad avere la sufficienza a fine anno solo perché il professore non mi poteva certo mettere 10 in italiano, mica ero Manzoni, e quindi mi rifilava un 9 compensandolo con un 6 a latino. All’esame di maturità il caro professor ValliPooh era uno dei tre insegnanti interni della commissione e quando mi mise davanti una poesia da tradurre dal latino lo guardai e me ne sbottai “Starà mica scherzando?!?”. Poi mi resi conto che mi aveva già interrogato sulla stessa poesia poche settimane prima e sapeva che me la sarei ricordata. È sempre stato buono con me.

Ieri ho scoperto così per caso che il verbo attendere ha come primo significato quello di “ascoltare attentamente, rivolgere l’attenzione, stare attento” e come secondo significato “dedicarsi, applicarsi, badare a qualche cosa”. Il più comune “aspettare” ottiene solamente la medaglia di bronzo secondo la Treccani. Devo dire che ci sono rimasta di stucco. Avessi studiato qualcosa di latino magari avrei saputo che in effetti, proprio scomponendo il verbo stesso, viene fuori “tendere verso”.

Il fatto di attendere implica per suo significato un movimento, non l’immobilità. È curioso che a primo istinto l’attesa faccia venire in mente qualcosa di noioso e sgradevole, deve essere un concetto che piano piano si è insinuato nella nostra società. Dovremmo invece attendere un po’ più spesso, l’attesa ci permette di progredire. Che strano. Eppure è la verità.

Essere quinto

porta aperta, uno fuori, uno dentro
essere quarto
porta aperta, uno fuori, uno dentro
essere terzo
porta aperta, uno fuori, uno dentro
essere secondo
porta aperta, uno fuori, uno dentro
essere il prossimo
porta aperta, uno fuori
entro io
‘giornodottore

Ernst Jandl


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Mio nonno era in prima elementare

Ho finito di leggere Elogio dell’ozio di Bertrand Russell. Ci ho messo un bel po’ a finirlo perché a quasi ogni pagina mi dovevo soffermare a riflettere per qualche minuto se non di più. Numerose volte mi sono ritrovata a leggere frasi, paragrafi, interi capitoli, che potevano benissimo essere stati scritti giusto la settimana scorsa da qualche rivista o giornale. Sono però andata a controllare e la prima pubblicazione del libro è stata nel 1935.

Nel 1935.

Mi è giunta notizia che Trump ha cancellato alcune parole dalla Sanità. Che a dirlo mi scappa pure da ridere. Devo essere sincera, quando ho visto il titolo dell’articolo su Facebook credevo che fosse un link di Lercio. E invece era Repubblica. Cioè, non so nemmeno come definire una cosa del genere. Secondo me Lercio è geloso che ultimamente la realtà supera le stronzate stesse.

Pare che l’americano medio sia più umile nei confronti dei propri muscoli che nei confronti del proprio cervello; forse perché la sua ammirazione per i muscoli è più profonda e sincera che la sua ammirazione per l’intelligenza. L’alluvione di libri di divulgazione scientifica che ha sommerso l’America è dovuta in parte al non voler ammettere che vi sia qualcosa, nella scienza, accessibile soltanto agli esperti. L’idea che occorra una preparazione speciale per capire, diciamo, la teoria della relatività, provoca una sorta di irritazione, sebbene nessuno si irriti all’idea che ci voglia uno speciale allenamento per diventare un ottimo calciatore.

Come sarebbe bello un mondo in cui nessuno potesse diventare agente di cambio senza aver superato un esame di economia e di poesia greca, e in cui i politicanti fossero costretti ad avere una profonda e aggiornata conoscenza della storia e della letteratura moderna! Immaginate un magnate posto davanti a questa domanda: “Se vuoi creare un monopolio del grano, quali ne sarebbero le conseguenze sulla poesia tedesca?” Il rapporto causa-effetto nel mondo moderno è molto più complesso e ramificato di un tempo, dato lo sviluppo di grandi organizzazioni. Ma coloro che controllano tali organizzazioni sono uomini ignoranti, incapaci di prevedere la centesima parte delle conseguenze delle loro azioni.

Nel 1935.


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Chi ha due pollici?

La mia amica e collega Joey l’altro giorno era di turno in guardia medica. Tante chiamate, svariate visite, le solite cose.
Poi però ad un certo punto c’è questo paziente con dolore addominale e a lei qualcosa non torna. Quel sentore che ti fa accendere una delle campanelle di allarme che strategicamente ti vengono piazzate agli angoli della mente durante i lunghi anni di università: attenzione attenzione, di sicuro non è niente, ripeto, di sicuro non è niente, però c’è un potenziale disastro in agguato, prima di passare oltre controllare per bene (con aria di superficialità, mai instillare la paura nel paziente, che già il pericolo potrebbe essere imminente, nessuno vuole avere fra le mani anche un attacco di panico – nessuno vuole avere fra le mani un attacco di panico in generale perché è una gran rottura di coglioni, ma soprattutto in una situazione di pericolo).
Visita, terapia, raccomandazione del caso, e il suo lavoro, in quanto guardia medica, si è concluso lì.
Poi però la mattina seguente si è svegliata e ha pensato bene di telefonare al paziente per sapere come stava.

Ecco. Io non telefono mai ad un paziente per sapere come sta. Diamine, ieri mi ha chiamato S che aveva un virus gastrointestinale e nemmeno le ho scritto un messaggio per aggiornarmi sulla sua cacarella. Perché sì, sono così tanto capra.
Certo non ho preoccupazioni che S ci rimetta le penne a passare la giornata sul WC, e questa potrebbe sicuramente essere un’attenuante per il mio insensibile menefreghismo.
Inoltre, potrei aggiungere che giusto Joey richiama i pazienti per sapere come stanno, un evento di per sé più unico che raro nel mondo medico, o che comunque solo una microscopica minoranza di dottori si rivela così premurosa nei confronti dei loro assistiti, atto sicuramente lodevole, in particolar modo agli occhi del malato.
Potrei infine far notare a chi non è molto familiare con questo mio mondo medichese, che la tattica del “allora come si sente, sta meglio?”, è in realtà un astuto quanto ipocrita metodo per stuzzicare e contemporaneamente rassicurare il proprio spropositato ego da dottore. L’innocua domanda “sta meglio?”, ne racchiude in verità altre due:
– la mia diagnosi era giusta? aka: sono abbastanza bravo?
– non sono nei guai perché ho sbagliato qualcosa, vero? aka: ho il culo parato?
Ma no, sono troppo cattiva nei miei giudizi, cinica come al solito, mi rode solo il fatto che qualcuno sia effettivamente più bravo di me nel mio lavoro.
La verità invece è che sono spaventata. Sono spaventata dalla mia non curiosità, io che sono nata curiosa, io che ho una mente sempre avida di imparare qualcosa di nuovo. Però no, come sta il mio paziente, se proprio devo dirla tutta tutta, non mi interessa per niente. E quindi sono ancora più spaventata perché non so bene cosa ci faccio qui a lavorare l’ennesimo turno di notte al servizio della comunità ammalata. Sorge il terrore di sbagliare qualcosa.

In fin dei conti anche io mi faccio le stesse due domande: sono abbastanza brava? ho il culo parato? Semplicemente queste domande sorgono da una prospettiva diversa.
No, non prendiamoci in giro, sono solo una capra menefreghista che continuerà a non richiamare i suoi pazienti per sapere se stanno meglio.

Who+has+two+thumbs+and+doesnt+give+a+crapbob+kelso+_23084dd6437b964d866d6fe07813bb5a

Se a qualcuno invece interessa sapere se il tizio del dolore addominale stava meglio, sì, stava meglio.