Programmo la fuga

on my way to myself


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Attendere: infinito del verbo amare

Sono sempre stata una capra in latino. Riuscivo ad avere la sufficienza a fine anno solo perché il professore non mi poteva certo mettere 10 in italiano, mica ero Manzoni, e quindi mi rifilava un 9 compensandolo con un 6 a latino. All’esame di maturità il caro professor ValliPooh era uno dei tre insegnanti interni della commissione e quando mi mise davanti una poesia da tradurre dal latino lo guardai e me ne sbottai “Starà mica scherzando?!?”. Poi mi resi conto che mi aveva già interrogato sulla stessa poesia poche settimane prima e sapeva che me la sarei ricordata. È sempre stato buono con me.

Ieri ho scoperto così per caso che il verbo attendere ha come primo significato quello di “ascoltare attentamente, rivolgere l’attenzione, stare attento” e come secondo significato “dedicarsi, applicarsi, badare a qualche cosa”. Il più comune “aspettare” ottiene solamente la medaglia di bronzo secondo la Treccani. Devo dire che ci sono rimasta di stucco. Avessi studiato qualcosa di latino magari avrei saputo che in effetti, proprio scomponendo il verbo stesso, viene fuori “tendere verso”.

Il fatto di attendere implica per suo significato un movimento, non l’immobilità. È curioso che a primo istinto l’attesa faccia venire in mente qualcosa di noioso e sgradevole, deve essere un concetto che piano piano si è insinuato nella nostra società. Dovremmo invece attendere un po’ più spesso, l’attesa ci permette di progredire. Che strano. Eppure è la verità.

Essere quinto

porta aperta, uno fuori, uno dentro
essere quarto
porta aperta, uno fuori, uno dentro
essere terzo
porta aperta, uno fuori, uno dentro
essere secondo
porta aperta, uno fuori, uno dentro
essere il prossimo
porta aperta, uno fuori
entro io
‘giornodottore

Ernst Jandl

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Mio nonno era in prima elementare

Ho finito di leggere Elogio dell’ozio di Bertrand Russell. Ci ho messo un bel po’ a finirlo perché a quasi ogni pagina mi dovevo soffermare a riflettere per qualche minuto se non di più. Numerose volte mi sono ritrovata a leggere frasi, paragrafi, interi capitoli, che potevano benissimo essere stati scritti giusto la settimana scorsa da qualche rivista o giornale. Sono però andata a controllare e la prima pubblicazione del libro è stata nel 1935.

Nel 1935.

Mi è giunta notizia che Trump ha cancellato alcune parole dalla Sanità. Che a dirlo mi scappa pure da ridere. Devo essere sincera, quando ho visto il titolo dell’articolo su Facebook credevo che fosse un link di Lercio. E invece era Repubblica. Cioè, non so nemmeno come definire una cosa del genere. Secondo me Lercio è geloso che ultimamente la realtà supera le stronzate stesse.

Pare che l’americano medio sia più umile nei confronti dei propri muscoli che nei confronti del proprio cervello; forse perché la sua ammirazione per i muscoli è più profonda e sincera che la sua ammirazione per l’intelligenza. L’alluvione di libri di divulgazione scientifica che ha sommerso l’America è dovuta in parte al non voler ammettere che vi sia qualcosa, nella scienza, accessibile soltanto agli esperti. L’idea che occorra una preparazione speciale per capire, diciamo, la teoria della relatività, provoca una sorta di irritazione, sebbene nessuno si irriti all’idea che ci voglia uno speciale allenamento per diventare un ottimo calciatore.

Come sarebbe bello un mondo in cui nessuno potesse diventare agente di cambio senza aver superato un esame di economia e di poesia greca, e in cui i politicanti fossero costretti ad avere una profonda e aggiornata conoscenza della storia e della letteratura moderna! Immaginate un magnate posto davanti a questa domanda: “Se vuoi creare un monopolio del grano, quali ne sarebbero le conseguenze sulla poesia tedesca?” Il rapporto causa-effetto nel mondo moderno è molto più complesso e ramificato di un tempo, dato lo sviluppo di grandi organizzazioni. Ma coloro che controllano tali organizzazioni sono uomini ignoranti, incapaci di prevedere la centesima parte delle conseguenze delle loro azioni.

Nel 1935.


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Chi ha due pollici?

La mia amica e collega Joey l’altro giorno era di turno in guardia medica. Tante chiamate, svariate visite, le solite cose.
Poi però ad un certo punto c’è questo paziente con dolore addominale e a lei qualcosa non torna. Quel sentore che ti fa accendere una delle campanelle di allarme che strategicamente ti vengono piazzate agli angoli della mente durante i lunghi anni di università: attenzione attenzione, di sicuro non è niente, ripeto, di sicuro non è niente, però c’è un potenziale disastro in agguato, prima di passare oltre controllare per bene (con aria di superficialità, mai instillare la paura nel paziente, che già il pericolo potrebbe essere imminente, nessuno vuole avere fra le mani anche un attacco di panico – nessuno vuole avere fra le mani un attacco di panico in generale perché è una gran rottura di coglioni, ma soprattutto in una situazione di pericolo).
Visita, terapia, raccomandazione del caso, e il suo lavoro, in quanto guardia medica, si è concluso lì.
Poi però la mattina seguente si è svegliata e ha pensato bene di telefonare al paziente per sapere come stava.

Ecco. Io non telefono mai ad un paziente per sapere come sta. Diamine, ieri mi ha chiamato S che aveva un virus gastrointestinale e nemmeno le ho scritto un messaggio per aggiornarmi sulla sua cacarella. Perché sì, sono così tanto capra.
Certo non ho preoccupazioni che S ci rimetta le penne a passare la giornata sul WC, e questa potrebbe sicuramente essere un’attenuante per il mio insensibile menefreghismo.
Inoltre, potrei aggiungere che giusto Joey richiama i pazienti per sapere come stanno, un evento di per sé più unico che raro nel mondo medico, o che comunque solo una microscopica minoranza di dottori si rivela così premurosa nei confronti dei loro assistiti, atto sicuramente lodevole, in particolar modo agli occhi del malato.
Potrei infine far notare a chi non è molto familiare con questo mio mondo medichese, che la tattica del “allora come si sente, sta meglio?”, è in realtà un astuto quanto ipocrita metodo per stuzzicare e contemporaneamente rassicurare il proprio spropositato ego da dottore. L’innocua domanda “sta meglio?”, ne racchiude in verità altre due:
– la mia diagnosi era giusta? aka: sono abbastanza bravo?
– non sono nei guai perché ho sbagliato qualcosa, vero? aka: ho il culo parato?
Ma no, sono troppo cattiva nei miei giudizi, cinica come al solito, mi rode solo il fatto che qualcuno sia effettivamente più bravo di me nel mio lavoro.
La verità invece è che sono spaventata. Sono spaventata dalla mia non curiosità, io che sono nata curiosa, io che ho una mente sempre avida di imparare qualcosa di nuovo. Però no, come sta il mio paziente, se proprio devo dirla tutta tutta, non mi interessa per niente. E quindi sono ancora più spaventata perché non so bene cosa ci faccio qui a lavorare l’ennesimo turno di notte al servizio della comunità ammalata. Sorge il terrore di sbagliare qualcosa.

In fin dei conti anche io mi faccio le stesse due domande: sono abbastanza brava? ho il culo parato? Semplicemente queste domande sorgono da una prospettiva diversa.
No, non prendiamoci in giro, sono solo una capra menefreghista che continuerà a non richiamare i suoi pazienti per sapere se stanno meglio.

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Se a qualcuno invece interessa sapere se il tizio del dolore addominale stava meglio, sì, stava meglio.

 


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I’m fine

Come quella volta che avevo finito l’allenamento di basket e per tornare a casa ogni passo era più faticoso che spingere un camion in salita, una passeggiata di venti minuti trasformata in una tortura di quaranta, con quella sensazione di impotenza così tanto nuova ma così familiare, eccoci qua di nuovo, solo peggio.

Come quella volta che mentre guidavo sulla statale cominciai ad urlare con tutto il fiato che avevo perché si riesce a stare zitti solo fino ad un certo punto, con quella sensazione di sconfitta che è sempre un po’ stata al mio fianco facendo capolino di tanto in tanto, smorzata, camuffata, eccoci qua di nuovo, solo peggio.

Come quella volta che ho dovuto salire le scale di corsa per arrivare su nel mio appartamento perché di certo mica potevo scoppiare a piangere in strada, così poco decoroso, con quella sensazione di disperazione che ormai se non la sentivo in capo ad un giorno quasi mi mancava, eccoci di nuovo qua, solo peggio.

Come tutte quelle volte che sono rimasta a fissare il soffitto, che poi mica lo vedevo il soffitto, con quella sensazione di deriva da sguazzarci dentro perché quasi mi sembra di esserci nata ormai, eccoci di nuovo qua, solo peggio.

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I’m sorry, I don’t speak Japanese

Quando ho preso l’aereo da Hiroshima a Sapporo, in Giappone, sono partita molto presto la mattina. Nell’autobus che dal centro città va all’aeroporto ero l’unica occidentale, come più volte mi era già capitato nel Paese del Sol Levante. Arrivata di fronte al check-in per lasciare la valigia tiro fuori il passaporto e lo porgo alla hostess, la quale sorridendo e inchinandosi mi dice qualcosa in giapponese.

“I’m sorry, I don’t speak Japanese”.

Terrore e panico negli occhi della hostess, che continua a rivolgersi a me in giapponese. Non sapendo bene cosa fare, per intuito consegno anche la stampa della prenotazione online e dico, con il mio migliore accento giapponese, “Sapporo”. Di risposta ottengo altri sorrisi ed inchini. Io la guardo, lei mi guarda e sorride inchinandosi, io la guardo. Niente accade. Inutile dire che stavo bloccando la fila, già di per sé oltraggio al pubblico decoro giapponese. Niente continua ad accadere. La valigia è già sul nastro trasportatore/bilancia in attesa dell’etichetta, il passaporto è sul bancone accanto alla stampa della prenotazione del volo, non ho più assi nella manica, nessuna idea di cosa mi è richiesto di fare. Ancora niente continua ad accadere. Più lentamente:

“I. Do. NOT. Speak. Japanese. NO. Japanese”.

Sempre con il terrore negli occhi, la hostess continua a sorridere ed inchinarsi mentre inizia a retrocedere a piccoli passettini, dirigendosi verso la collega al check-in accanto. La seconda hostess la vedi che è molto più vispa, esperta, navigata, più spigliata; mi saluta in giapponese inchinandosi una sola volta e sorridendo mi dice “Credit card”. Estremamente dubbiosa, mentre guardo la nuova hostess con faccia a forma di punto interrogativo, comincio ad aprire il portafoglio e ad estrarre la carta di credito. Cerco di spiegare che ho già pagato, e mi ritrovo a parlare in italiano, “Ho già pagato”, tanto non capisce uguale. Lei, una statua con il suo sorriso, indica nel foglio stampato una delle clausole. Presente quelle scritte minuscole in fondo alla pagina, i termini e condizioni che accetti automaticamente senza preoccuparti nemmeno per un istante di leggerle? ecco, quelle. In pratica scopro che, essendo straniera, avevo diritto ad un biglietto aereo scontato se comparato all’estero (per questo costava così poco il volo) a patto che, al momento del check-in, presentassi la carta di credito con cui avevo fatto l’acquisto. Il motivo mi rimane tutt’ora ignoto. Risolto il grande dilemma e svolte tutte le operazioni di check-in, rassicurata dalla certezza che prenderò l’aereo e non rimarrò a piedi (unica occidentale sull’intero velivolo, non c’è nemmeno bisogno di dirlo), entrambe le hostess si inchinano, mi ringraziano e mi salutano in giapponese.

“Arigatou gozaimasu. Sayonara”. Questa la so!


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Churrasco

Quando in Brasile è giorno di churrasco ti alzi con calma, ti vesti elegante ma comodo, con il costume da bagno pronto all’uso, e poi cominci a mangiare e a bere. E vai avanti così fino a notte fonda: mangi, bevi, fai un bagno, balli, e via di nuovo. La carne è sulla griglia già dalle dieci di mattina e ti sorprenderai a mangiarla ininterrottamente per ore e ore, un altro pezzettino solo.. facciamo un altro.. ma sì dai, un altro. A mezzanotte ti sarai probabilmente fatto fuori mezza mucca. La birra è un fiume. Considerando le ridicole gradazioni delle birre brasiliane sarai ubriaco nel primo pomeriggio, mentre i tuoi compari brasiliani saranno già più che alticci a mezzogiorno, in quanto non reggono per niente l’alcol. O forse fanno finta di non reggere l’alcol, per giustificare l’incredibile confusione che producono, la voglia di ballare anche in mezzo alla strada, le risate a squarciagola, la teatralità da telenovela. Il sorriso è stampato, quando andrai a letto ti farà male tutta la faccia perché hai sorriso troppo, e avrai probabilmente anche perso la voce per le grida e i canti, ma sarai diventato quasi madrelingua portoghese. Ci saranno amici e parenti, bambini, nonni, vicini, padrini e madrine, persone che conoscerai per la prima volta e che dopo due ore saranno già la tua famiglia. Non si sa bene come ma a un certo punto comincerai di sicuro a giocare a calcio, anche le donne, e poi ballerai per ore, e infine ti ritroverai a ballare mentre giochi a calcio. Qualcuno tirerà fuori una chitarra e tutti, ormai sfiniti e ancora brilli, saranno incantati dal ritmo dell’MPB (Musica Popular Brasileira), magari con il suono delle onde dell’oceano in sottofondo, una coppia con ancora un po’ di energia che balla nell’angolo, la luna alta in cielo, la testa che oscilla con la melodia, un cuore content.


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Non è poi la fine del mondo

La vita, che fu sempre colma di sofferenza, è più dolorosa ora che nei due secoli precedenti. Il tentativo di sfuggire al dolore spinge gli uomini a occuparsi di cose banali, a ingannare se stessi, a inventare vasti miti collettivi. Questi palliativi momentanei finiscono, a lungo andare, col creare nuove fonti di sofferenza. L’infelicità privata e pubblica può essere dominata soltanto da un processo in cui volontà e intelligenza agiscono concordi: è compito della volontà rifiutarsi di chiudere gli occhi davanti al male o di accettare una soluzione che non ha contatti con la realtà, ed è compito dell’intelligenza capire il male, porvi un rimedio se è possibile o, in caso contrario, renderlo sopportabile considerandolo sotto tutti i suoi vari aspetti, accettandolo come inevitabile e rammentando tutto ciò che esiste al di fuori di quel male, in altre regioni, in altre età e negli abissi dello spazio interstellare.

Il sapere inutile – Bertrand Russell

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